Prima ancora che di spazi e palazzi, la città è fatta di persone e relazioni. E di sguardi che si posano su tutto questo. Come gli sguardi nuovi su Rovigo puntati dalle studentesse con background migratorio della scuola “Vivere in Italia”, il presidio sociale e culturale, anzi interculturale, che da qualche anno impreziosisce la città veneta. La scuola è promossa dalla Caritas diocesana di Adria-Rovigo, la stessa che già da un po’ ogni anno parte da un’idea della scuola e realizza un calendario che con parole e immagini ci accompagna mese per mese.
In questo 2026 le parole delle studentesse incoronano immagini di una Rovigo “rivisitata”, rivista con occhi nuovi. I loro. Sono immagini ricche, allegramente affollate, dai colori pieni e le linee morbide. Le ha realizzate con uno stile che richiama e al contempo si differenzia da tutte le altre sue opere, Martino Pietropoli, architetto, fotografo, scrittore e, appunto, illustratore. Uno per cui la Caritas è anche una “questione di famiglia”: mamma Violetta è volontaria, la sorella Luisa è operatrice. Lui collabora in specifiche occasioni a titolo volontario. Lo incontriamo, ma prima…
… scarichiamo il calendario “Crocicchio 2026”
Partiamo dal “crocicchio” del titolo. Anche metafora di incontro tra culture.
«Alcuni vedono il crocicchio come metafora di una scelta difficile da fare. In realtà io lo vedo sempre come una possibilità, un luogo carico di aspettative e di speranza. Per noi che abbiamo pensato e realizzato il calendario, rimanda anche all’incontro di culture. Perché il calendario è costruito con i contributi, le idee e le osservazioni sulla città di persone che provengono dall’estero e che, dunque, non sono nate a Rovigo. La parola “crocicchio” richiama anche l’universo del fantastico. Abbiamo pensato che la rendesse una parola divertente. Del resto è divertente anche semplicemente pronunciarla. Ce lo dicono le donne della scuola».
Per riempire gli spazi di una città non basta passeggiarci o farci jogging, tra l’altro tue attività preferite.
«Bisogna cercare di appropriarsi della città. Ognuno con la sua storia, la sua età. Un esempio che cito spesso è quello degli skater californiani degli anni ’70 che videro le piscine vuote durante un’estate particolarmente siccitosa e decisero che quelle piscine erano le superfici ideali per fare le loro evoluzioni. Questo è un tipo di appropriazione della città che poi è anche tipico dei giovani. Noi vediamo una panchina come un luogo, un oggetto dove sedersi, loro lo vedono come un oggetto su cui fare delle acrobazie. Un approccio molto creativo, anche tipico dei bambini, che non vedono mai una mela o una scopa nella loro forma e nella loro funzione, ma immaginano per questi oggetti altri usi. Trovo sia un buon modo per appropriarsi della città».
Una questione di sguardi, dunque. Che arricchisce tutti. Questo rimanda a una breve riflessione del mese di gennaio del calendario: il rapporto con i segnali stradali. Sono un incubo se non si parla italiano; possono invece rappresentare un’occasione per sentire più vicina la cultura del paese in cui si è andati a vivere, rendere ogni strada un pretesto per imparare qualcosa.
«Certamente, e poi i segnali sono un esempio efficace del fatto che non essendo in gran parte testuali devono essere interpretati da chiunque li guardi. Si pensi, ad esempio, ai segnali di pericolo, facilmente interpretabili dalle persone a prescindere dalla provenienza. La lingua è sicuramente un limite, ma anche un invito a saperne di più. La riflessione sui segnali stradali ha portato le donne di “Vivere in Italia” a soffermarsi sull’utilizzo di parole e locuzioni anche nella stessa lingua. Un esempio è “occhio di bue” – ne parliamo a giugno –, che è un dolce, ma significa altro se ci riferiamo al teatro o se parliamo del mammifero».
Insomma, questi nuovi sguardi di persone che vengono da lontano ci stimolano a riscoprire luoghi della città in cui siamo nati e cresciuti?
«Sono sguardi di curiosità, valore che spesso non esercitiamo più mentre camminiamo nella città che abitiamo da sempre. Sguardi che nascono anche dalla necessità di appropriarsi di una lingua nuova che è necessaria per diventare parte di una comunità. E di conoscere meglio la cultura che li accoglie. Questo li porta a essere particolarmente attenti, particolarmente recettivi nei confronti di nuovi luoghi e di nuove dinamiche che incontrano».
E a immaginare i luoghi con una funzione diversa.
«Infatti nel calendario troviamo illustrazioni in cui si immagina che in una piazza centrale di Rovigo ci sia una piscina (agosto); c’è un’altra in cui si immagina che il Garibaldi a cavallo del monumento sia fatto scendere dal piedistallo e posato a terra sul liston – un camminamento di marmo – per far giocare i bambini (marzo). Nell’illustrazione di luglio vediamo persone che danzano in strada e sulle macchine. In quel caso si tratta anche di un auspicio: riappropriarsi completamente della città e quindi liberarla anche dalle autovetture, che occupano più della metà della superficie a disposizione degli abitanti. C’è sempre questa idea di riappropriarsi della città in maniera giocosa, mai oppositiva».
Rivisiti la città con il tuo stile: linee morbide, che troviamo in altre tue opere, con l’utilizzo di colori accesi, quasi da libri per bambini. Perché questa scelta?
«Cerco di essere sempre il più possibile colorato, ma questa volta ho insistito con colori che hanno qualcosa di… fanciullesco, perché volevo evocare immediatamente sensazioni positive, gioia. Ho scelto una palette di cinque o sei colori che si ripete per tutte le illustrazioni, che colorano le strade, diventano fiumi, accendono il cielo. Quanto alle linee morbide, mi sono ispirato in parte ai collage di Matisse, realizzati con colori primari a dare vita a delle figure molto elementari. Poi, come inevitabile nel processo creativo, sono diventate qualcosa di diverso, ma hanno conservato questa idea che le persone o le cose fossero definite tra campiture di colore molto omogenee e che quasi potessero essere ritagliate su dei fogli di carta dai bambini».
Questi colori e queste linee cosa ci dicono di Martino Pietropoli?
«Per me il linguaggio dell’illustrazione, il disegno è un linguaggio primario, istintivo. Per cui interpreto questa mia parte di creatività, molto più connessa con una dimensione emotiva e che quindi si esprime anche attraverso una semplicità dei tratti. Io li definisco “brutali”, ma non in termini negativi, bensì nel senso che non sono mediati, provengono direttamente da una sfera emotiva e si traducono così, senza tante sofisticazioni: linee semplici, curve, … non a caso, perché sono organiche. Insomma, la natura non è fatta di spigoli e di linee rette o di angoli perpendicolari. È fatta di linee morbide».
I luoghi ci dicono tanto degli altri e di noi. Qual è il luogo del cuore di Martino a Rovigo?
«Restando nel centro della città, sicuramente la Chiesa della Beata Vergine del Soccorso, detta La Rotonda, perché è un edificio di grande bellezza, dentro e fuori, con una piazza davanti piena di verde. Io vivo in centro per cui ho anche questa frequentazione quotidiana delle piazze. Per quanto riguarda le zone esterne al centro, quelle che percorro camminando o correndo, sono aree in cui la città si sfilaccia e diventa sempre più campagna. Lì rimangono delle tracce della Rovigo di ieri, con i canali che, quando arrivano in città, sono nascosti dalle strade, dall’asfalto. Queste vie sono all’interno di una rete fluviale, caratteristica del nostro territorio. Non dimentichiamo che qui ci troviamo fra l’Adige e il Po».
Martino, per te dire Caritas è dire famiglia. In tutti i sensi. Tua mamma Violetta è volontaria da sempre, tua sorella Luisa è operatrice. Crescere e arrivare a un’età matura – tu hai 51 anni – con la Caritas a far parte delle proprie giornate e della propria storia familiare, aiuta a sviluppare anche un modo diverso di guardare ai luoghi?
«Inevitabilmente, perché se si presta più attenzione alle persone, si finisce per guardare meglio i luoghi in cui queste persone si muovono, notare come li utilizzano e cosa questi luoghi possono dare loro. E, ancora, cosa rappresentano per le persone di diverse culture. Parlare di integrazione è “far caso” ai luoghi. Spesso camminando guardo le persone che non conosco e mi diverto a immaginare che vita facciano. Non la trovo poi una pratica così banale: è un allenamento all’immedesimazione che di certo la vicinanza con Caritas favorisce».
Martino Pietropoli, cosa ti auguri di trovare o di essere in grado di scoprire al prossimo crocicchio che attraverserai?
«Come dicevo all’inizio di questo incontro, qualsiasi incrocio è carico di speranza; a un incrocio succede sempre qualcosa. In una strada dritta pensi alla destinazione, ma spesso mentre la percorri non succede molto. Invece un crocicchio è un incontro. Al prossimo crocicchio mi auguro di incontrare ancora altre culture, di incontrare differenze, diversità, che suscitano e stimolano nuove creazioni, nuovi mondi».