Viaggi di volontariato in Africa: quando un desiderio diventa un’esperienza che ti cambia davvero - Le avventure di Anna Pernice - Travel Fashion Tips

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FOTO: A Casa Loro

C’è un momento preciso in cui l’idea smette di essere un pensiero vago e diventa una domanda che ti rimane addosso: “E se partissi davvero?”

Di solito nasce così: una storia ascoltata per caso, un documentario, un post che ti colpisce, una sensazione strana di “non mi basta più la solita routine”.

viaggi di volontariato in Africa non sono la fuga perfetta né la scorciatoia per sentirsi “migliori”. Sono qualcosa di più semplice e più potente: un’esperienza che ti mette davanti a persone vere, bisogni veri, relazioni vere. E ti costringe (in senso buono) a guardarti dentro con onestà.

Se stai cercando una guida che non sembri una pagina di vendita, sei nel posto giusto. Qui trovi uno storytelling pratico e passionale: beneficidubbicosa aspettarti, e come scegliere un progetto che abbia senso, per te e per la comunità che ti accoglie.

Perché proprio l’Africa (e perché non basta “voler aiutare”)

Quando dici “Africa”, spesso immagini una cosa sola. Ma il continente è un mosaico. E la cosa più bella, e più spiazzante, è che la tua esperienza non la farà “l’Africa” in astratto: la farà un luogo precisoun progetto precisoun gruppo di persone che diventeranno volti e nomi.

Il punto non è partire “per aiutare”. Il punto è partire per contribuire in modo rispettoso, dentro un progetto strutturato, con una direzione chiara.
E soprattutto: partire per vivere una relazione, non una missione personale.

Se vuoi farti un’idea delle possibilità e delle aree di intervento, inizia dall’hub dei progetti  di A Casa Loro, Startup e società Benefit, che collabora con associazioni serie che operano da anni sul territorio (è la mappa più semplice per orientarti):

I benefici che non ti aspetti (e che ti porti a casa per anni)

Sì, c’è l’impatto sul posto. Ma c’è anche un impatto silenzioso, che torna con te.

1) Ti alleni a essere presente

Non “performare”, non correre, non riempire ogni spazio. Nei progetti di volontariato impari una cosa rara: la presenza. Ascoltare davvero, osservare, adattarti.

2) Cambia il modo in cui guardi il mondo

Dopo, certe lamentele non reggono più. Non perché “hai visto di peggio”, ma perché capisci cosa conta e cosa è solo rumore.

3) Diventi più forte (senza diventare duro)

Non è sempre comodo. Non è sempre facile. Ma è proprio lì che scopri una resilienza nuova: quella gentile, che non ti irrigidisce, ti rende più umano.

4) Ti restano relazioni vere

Le amicizie nate in questi contesti hanno una qualità particolare: sono fatte di giornate intense, piccoli problemi risolti insieme, risate improvvise, e quella sensazione di “stiamo vivendo qualcosa di importante”.

“Ho paura di scegliere male”: come riconoscere un progetto davvero etico

Questo è il dubbio più sano che tu possa avere. Perché significa che non vuoi fare “volonturismo”, ma qualcosa di utile.

Ecco i segnali di un progetto serio:

  • Ha obiettivi chiari (cosa si fa, perché, con che ruolo)
  • Lavora con partner locali (non calati dall’alto)
  • Ha continuità (non vive di “passaggi” casuali)
  • Ti dà un contesto e regole (non ti lascia improvvisare)
  • Non vende l’idea di “salvare qualcuno” (perché nessuno salva nessuno: si collabora)

Quando un’organizzazione è solida, la vendita non serve spingerla: si sente. La percepisci dal modo in cui ti orienta, da quanto è trasparente, da quanto ti fa domande prima ancora di proporti una soluzione.

Un esempio concreto: Kenya, Nakuru e la sensazione di sentirsi “al posto giusto”

Se mi chiedi qual è una delle combinazioni più potenti per un primo viaggio, ti direi: Kenya. Perché è un paese che ti accoglie e ti sfida allo stesso tempo.

Qui trovi una panoramica per capire contesto e destinazione.

E poi arriva la scelta: che tipo di contributo vuoi dare?
Non esiste una risposta giusta. Esiste quella che risuona con te.

Se senti che il tuo posto è con i bambini

Ci sono persone che hanno una dote naturale: sanno creare un clima di fiducia con i più piccoli, anche senza “fare grandi cose”. E spesso è proprio quello che serve: presenza, gioco educativo, routine, supporto. Come per esempio succede in questo progetto.

Se ti muove la voglia di sostenere percorsi di autonomia femminile

Qui non si tratta di “insegnare a vivere”, ma di affiancare attività e progetti che lavorano su competenze, consapevolezza, micro-imprese, comunità. È un tipo di esperienza che ti cambia perché ti costringe a rivedere molti stereotipi.

Un esempio di progetto di empowerment femminile nell’area di Nakuru, Kenya

Le domande (verissime) che ti farai prima di partire

“Ma io non sono ‘abbastanza’…”

Non sei un medico? Non sei un insegnante? Non hai “competenze speciali”?
Questa frase è comune. E quasi sempre è falsa.

Perché nei progetti contano tantissimo competenze umane che non metti sul CV:

  • affidabilità
  • pazienza
  • capacità di lavorare in team
  • adattamento
  • rispetto delle regole e della cultura locale

Se hai queste cose, sei già avanti.

“E se mi sento fuori posto?”

Succede spesso nei primi giorni. È normale. Il punto non è “sentirsi perfetti”, ma darsi tempo. L’inserimento è parte dell’esperienza: dopo una settimana, spesso ti sorprendi di quanto ti senti diverso/a, più calmo/a, più centrato/a, più aperto/a.

“È sicuro partire da solo/a?”

La sicurezza non è “non succederà nulla”. La sicurezza è avere una struttura: accoglienza, riferimenti, regole chiare, supporto sul posto. Se il progetto è serio, non parti allo sbaraglio: parti accompagnato/a.

Costi: perché il volontariato non è “gratis” (e perché va bene così)

Parliamo chiaro: un’esperienza fatta bene ha costi. E non perché “paghi per aiutare”, ma perché ci sono elementi reali che rendono il progetto sostenibile e sicuro: organizzazione, logistica, coordinamento, alloggio, supporto.

La domanda più utile non è “quanto costa”, ma:
“Cosa include e perché?”

Quando capisci cosa sostiene la quota, cambia il modo in cui la vivi: non come una spesa emotiva, ma come un investimento in un’esperienza strutturata, e in un impatto che non finisce quando tu torni a casa.

Come scegliere senza impazzire: il metodo più semplice

Se sei in quella fase in cui hai entusiasmo ma anche confusione (normalissimo), ti consiglio un metodo pratico:

  1. scegli il continente/paese che ti chiama
  2. scegli l’area (infanzia, empowerment, educazione, ambiente…)
  3. scegli durata e periodo realistici
  4. chiarisci che tipo di esperienza vuoi (molto immersiva, più “guidata”, ecc.)
  5. chiedi un orientamento, invece di decidere da solo/a

Per fare questo in modo rapido, c’è uno strumento comodissimo che ti aiuta a incrociare obiettivi e progetti: un questionario che ti permetterà di capire quale progetto è più adatto a te.

Il punto non è partire. Il punto è tornare diverso/a (e saperlo usare)

La parte più bella spesso arriva dopo: quando ti accorgi che non hai “solo fatto volontariato”.
Hai imparato a stare nell’incertezza. A comunicare in modo più pulito. A ringraziare. A ridimensionare il superfluo. A fidarti. A chiedere aiuto. A riconoscere cosa ti accende davvero.

E a quel punto succede una cosa: non ti interessa più “un viaggio qualunque”. Ti interessa un’esperienza.

Call to action (senza pressione, ma con un invito vero)

Se dentro di te c’è quel “forse è il momento”, non lasciarlo evaporare. Dagli una forma concreta: compila il questionario, scegli il progetto giusto, e costruisci la tua partenza con calma.

 Se decidi di prenotare, puoi usare il codice sconto da 40€: ANNA40.

Ti lascio qui l’accesso diretto ai progetti  (così inizi a esplorare senza perderti)

Coordonnées
Anna Pernice