Conte morte di Luca Fagiolo – Chiacchiere Letterarie

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Il racconto che leggerete fa parte dei vincitori della sesta call per racconti di Chiacchiere d’Inchiostro, a tema Giochi di ruolo, ed è ispirato a Mork Borg.

Il ticchettio continuo sulla fronte mi sveglia. Sbatto le palpebre. È solo neve che si scioglie al sole del mattino e sgocciola da un buco nella finestra di legno.

Un brivido mi corre lungo le braccia.

Sollevo la schiena dal giaciglio di paglia intriso di sudore. La testa ha smesso di girare, stamattina mi sento finalmente lucido.

State tranquilli, so perfettamente perché sono finito qui, ma non ho intenzione di raccontarvelo. Ho solo esagerato con la birra e potrei aver perso il controllo. Una faccenda piena di sangue, interiora e merda. Sì, avete capito bene. Spesso ci si dimentica che spaccando l’addome di un adulto con una palla chiodata di una decina di chili ci si ritroverà sommersi di nauseante merda liquida. Quella è decisamente la parte peggiore di quello che faccio. Il sangue puzza, sa di metallo ossidato con una punta dolciastra, ma la merda… beh, non credo di dovervi descrivere il suo odore, giusto?

Sgranchisco il collo e lo schiocco delle ossa fa fuggire un ratto oltre le sbarre. Mi piacerebbe fosse così semplice andarmene anche per me, ma dovrò aspettare che qualcuno si decida a liberarmi. Qualcuno con un po’ di autorità, di certo non Ezechiele, il secondino.

È il terzo giorno – forse il quarto, ero troppo ubriaco quando sono arrivato per esserne certo – che sono chiuso qui.

Almeno non manca da mangiare. Il pane sa di vermi, tutta ciccia extra, niente di cui lamentarsi, ma è la consistenza viscida a infastidirmi.

Infilo le braccia tra le sbarre e mi appoggio con i gomiti alla serratura. «Lele,» la voce mi esce roca. Sputo per terra del catarro e tossisco, «Lele, quanto ancora pensi di tenermi rinchiuso qui?»

Il ragazzetto e i suoi ridicoli quattro peli sul mento si avvicinano, tiene le mani incrociate dietro la schiena, le spalle ingobbite in avanti. «Mi-mi spiace. Non ne ho i-idea.»

Povero cucciolo, balbetta. Mi piacerebbe tirargli fuori la lingua dalla bocca e vedere se c’ha un nodo. Che dite, proviamo?

È l’ultimo anello della catena di comando, figurati se gli raccontano qualcosa. «Devo pisciare e il secchio è pieno.»

«Non so-sono autorizzato ad ap-aprire la gabbia.»

«Allora avvicinati e metti le mani a conca.»

Le guance gli diventano rosse, io me la rido e torno a sedermi in mezzo alla paglia sudicia.

Almeno mi avessero dato un buon libro per tenermi compagnia, boiacane.

Nah, scherzo. Non so leggere, ma voi decisamente sì.

Dei passi scendono le scale. Ezechiele volta la testa oltre il tavolo illuminato dal candelabro e accenna un inchino. Deve essere qualcuno di importante.

Una donna sbiadita, vestita di abiti scuri, avanza verso di me. Dal mantello di pelliccia d’orso spuntano le mani. La sinistra è scheletrica, senza pelle e senza muscoli, sorretta da quella sana. Forse teme possa staccarsi dal polso. E in effetti mi chiedo come sia possibile che rimanga al suo posto. Una maledizione di qualche tipo?

«Conte Fosco Von der Yelen,» squilla come un usignolo, «è un piacere incontrarla.» Me la immagino cantare nella Cattedrale dei Basilischi Bifronte a Galgenbeck, accompagnata da un organo.

Se si aspetta deferenza o un inchino, si sbaglia di grosso. Sbadiglio e le faccio segno di andare avanti.

«Spero che i miei uomini l’abbiano trattata nel migliore dei modi.» La donna tira un’occhiata a Ezechiele e riporta i suoi occhi neri su di me. «Appena ho intuito che poteva essere lei, mi sono precipitata quaggiù.»

Raccoglie il mazzo di chiavi dal chiodo sul muro e a colpo sicuro ne infila una nella serratura. La porta si schiude con un cigolio.

Potrei riservarle lo stesso trattamento che si è guadagnato il mentecatto che mi ha sfidato in locanda – con che coraggio un contadino avvinazzato sbeffeggia un uomo armato di mazza ferrata? – ma mi sembra la prima persona sveglia che ho incontrato da quando ho oltrepassato i confini ghiacciati di Kergüs.

Diamole il beneficio del dubbio.

Spalanco la gabbia e le vado vicino. Lei non batte le palpebre, non indietreggia. Nonostante la sua acconciatura pomposa arrivi appena al mio petto non è intimorita dalla mia mole.

Profuma di lavanda e di salone riscaldato da un fuoco di betulla, avete presente?

Il fetore che emano io deve essere insopportabile, eppure non si scosta da me.

Donna interessante.

«Rivoglio le mie armi.»

Annuisce e fa un cenno con il mento a Ezechiele.

«Subito, mia signora.» Il ragazzino sparisce su per le scale.

Rimaniamo soli nella stanza, io e la donna con la mano scheletrica. Lei non abbassa lo sguardo, nemmeno un gesto che tradisca insicurezza.

Ammetto che mi stuzzica.

«Ho bisogno dei tuoi servigi.»

È passata al tu. «Per la giusta dose di denaro sono a tua disposizione.»

«La libertà non basta?»

Tiro su con il naso. «Hai detto tu stessa che sono stato rinchiuso ingiustamente.»

«No, io ho solo detto che mi auguravo ti avessero trattato bene. Hai ucciso un uomo, che governatrice sarei se ti lasciassi andare?» sorride. «Invece se risolvessi una cosetta che infastidisce il nostro insediamento, i miei sudditi sarebbero ben felici di sapere libero il loro salvatore.»

«Mi stai forse minacciando?»

«Io? Non mi permetterei mai.» Gli occhi si fanno a fessura e due fossette simmetriche si aprono sulle guance. Deve avere qualche altra freccia al suo arco.

Beh, alla fin fine se c’è da menare le mani, potrei anche divertirmi. «Cosa vi turba?»

Uno spiffero d’aria calda anticipa il ritorno di Ezechiele. Il secondino salta gli ultimi due gradini e si trascina dietro la mia arma. Le punte arrugginite della testa di ferro sprizzano scintille bianche sul pavimento.

La donna afferra la mazza ferrata e la solleva come fosse un ramoscello. «Se sei entrato dal portone della palizzata, avrai notato il mulino che dista poche centinaia di metri dall’insediamento. Il corso d’acqua è bloccato da grossi massi.»

«Non sono uno spaccapietre.»

«Ho manovali che si occuperebbero all’istante di quell’inghippo, se non rischiassero di essere massacrati dalla creatura che si è rifugiata all’interno.»

Le cose si fanno interessanti. Lo sentite anche voi il profumo di avventura? «Di che genere di bestia si tratta?»

Lei alza le spalle. «Non lo so. Ho mandato alcune guardie a occuparsene e la notte seguente una pioggia di frattaglie sanguinolente è stata gettata oltre la palizzata terrorizzando gli abitanti. Nessun altro ha avuto il coraggio di occuparsene.»

«Qualsiasi cosa sia, posso occuparmene.» Forse un troll che si è spinto troppo a nord. In quel caso sarebbe poco più che un passatempo.

«Ne sono certa.» Le labbra si sollevano in un sorriso che le scopre una fila di denti spezzati e irregolari come le cime delle montagne di Kergüs.

D’istinto mi ritraggo. Non mi aspettavo un biancore accecante, ma neppure questo scempio. Mano scheletrica, sorriso marcio. Che altro nasconde sotto la pelliccia?

Un prurito mi risale la spina dorsale.

La governatrice mi gira le spalle e si avvia verso le scale. «Ezechiele, fai preparare una cena per il Conte Morte. Che si rifocilli prima dell’impresa.»

Conte Morte. In pochi si azzardano a chiamarmi così di persona. Un sorriso mi tira gli angoli della bocca e seguo il giovane Lele fuori dai sotterranei.

***

Il vento gelido spira dalla montagna. Folate potenti che rendono faticoso avanzare verso il mulino.

Abbandono la strada battuta e taglio per i campi.

La terra ghiacciata è più dura del mio giaco di cuoio.

Piccoli cumuli di neve nascondono arbusti o forse carcasse di animali che non hanno saputo sopravvivere a queste temperature. Kergüs è una distesa infinita di gelo. Chi avrebbe voglia di venirci a vivere di sua spontanea volontà? Io no di certo, e non piacerebbe nemmeno a voi, credetemi.

Da quando Verhu ha predetto la fine del mondo tutto è andato in malora. I morti si risvegliano, le creature che prima se ne stavano ben nascoste escono dai loro rifugi e spadroneggiano sulle terre degli uomini e il sole si è fatto tanto timido da nascondere il suo faccione brillante dietro coltri di nuvole e nebbia.

Una vera merda.

L’alternativa sarebbe lasciarsi morire, ma io non ho intenzione di andarmene senza un po’ di sano divertimento.

Mi stacco delle pepite gelate dai baffi e sfodero la mazza ferrata. Il mulino è proprio davanti a me. Muri solidi che hanno resistito agli anni e alle intemperie, macchiati di muschio scuro. Frange di ghiaccio pendono dalle finestre al secondo piano.

L’enorme ruota è bloccata da massi che devono essere stati sistemati con l’intenzione di impedire lo scorrere dell’acqua. Una perfetta trappola per attirare l’attenzione. Deve trattarsi di un mostro intelligente, decisamente non un troll.

Avanzo stringendo l’impugnatura con entrambe le mani. Cercherà di tendermi un agguato. Ha una posizione fortificata e deve avermi visto arrivare, ho percorso centinaia di metri all’aperto.

Una sagoma sbuca sopra al tetto, muove due passi e mi scaglia contro qualcosa. Una specie di giavellotto saetta verso di me a velocità incredibile. Rotolo sul terreno e lo evito per un soffio. Che forza sovrumana!

Il mostro scende con un salto sul lato posteriore del mulino. Se ha intenzione di scappare devo raggiungerlo.

Mi metto a correre, gli stivali battono con forza e piccole scosse salgono fino al ginocchio.

No, un attimo, che sto facendo?

Vuole farmi affaticare, non ha motivo di fuggire. Se ha ucciso un gruppo di guardie non può temere un uomo solitario. Anche se dovrebbe. Sono il Conte Morte e presto scoprirà il perché di questo soprannome.

Rallento e mi allargo verso sinistra per raggiungere il retro della costruzione mantenendo una buona visuale.

Supero il muro laterale ed eccolo lì. Immobile, con la schiena appoggiata alla parete.

Boiacane, è enorme! Non potete immaginare cosa significhi per uno abituato a guardare tutti dall’alto in basso trovarsi ad affrontare un mastodonte simile. È grosso una volta e mezzo un orso. La sua pelle è un groviglio di vermi striscianti e le quattro dita della mano terminano con artigli grossi come punte di lancia. Negli occhi ferini brilla la consapevolezza, non è una stupida bestia e lo ha già dimostrato.

Si stacca dal muro e si china a raccogliere qualcosa da terra.

Oh no, non un altro giavellotto!

Mi butto di lato prima ancora che scagli. Il sibilo squarcia il silenzio ovattato e una fitta di dolore mi brucia sul braccio, poco sotto la spalla. Ha strappato vesti e pelle, ma il taglio è superficiale.

Merda, pareva un colpo scagliato da una balista!

Mi rialzo e il mostro ha già dimezzato la breve distanza che ci separava, caricando a quattro zampe.

Mi preparo ad accoglierlo.

A un metro di distanza spicca un balzo. Pianto i piedi a terra e fendo l’aria con la mazza ferrata.

Riesco a colpirlo al ventre e di nuovo rotolo per evitare che la sua mole mi schiacci a terra.

La creatura geme e ringhia, i muscoli del muso irrigiditi. Puzza di carne dimenticata al sole in estate, mi viene da vomitare.

Azzanna a una spanna dalla mia arma e un suono gutturale si propaga dalle sue fauci sbavanti.

Mi studia ora che ha perso l’effetto sorpresa e ho sventato la sua carica. Si muove di lato con gli occhi piantati nei miei. Attende un passo falso, un lato mal difeso.

I vermi si muovono su di lui con un moto ipnotico. Non riesco a capire se lo ricoprono o se è un ammasso di invertebrati con forma umanoide.

Stringo la presa sulla mazza. Sono abbastanza agile da evitare un suo assalto? Ha dimostrato di essere veloce nonostante la mole. Devo trovare un modo per prenderlo in contropiede. Sono almeno riuscito a farlo sanguinare con il mio primo colpo?

Sposto lo sguardo sulle punte della mazza ferrata.

Grave errore.

Il mostro protende le zanne snudate approfittando della mia distrazione, faccio un passo indietro e levo l’asta della mazza per evitare che mi disarmi, ma quello addenta il mio avambraccio.

Decine di spunzoni si conficcano nella carne e grido.

Per un istante tutto si fa buio e temo di perdere i sensi per il dolore. Tiro il braccio per liberarmi e non trovo nessuna resistenza. Cado di culo all’indietro e perdo la presa sulla mazza.

Boiacane, sollevo il braccio e ci trovo solo un moncone strappato. Poco sotto al gomito la carne è tranciata. Sangue scuro sgorga come da un buco in un secchio. Un buco enorme.

Mi gira la testa e qualcosa di acido mi risale la gola. Sangue? Vomito? Le palpebre si fanno pesanti, l’oblio mi chiama.

La bestia è concentrata a spolpare le mie ossa. Gemiti di piacere hanno sostituito il verso gutturale.

Mi dà per spacciato ormai.

Ma non ho ancora finito di lottare.

Raggiungo l’impugnatura della mazza ferrata e mi ci appoggio per rimettermi in piedi. Barcollo verso il mostro e il suo banchetto. Sposta gli occhi ferini su di me e se fosse un gesto che gli appartiene alzerebbe anche le spalle.

D’accordo, continua pure a sottovalutarmi.

Sollevo in alto l’arma e la calo con tutta la forza che mi è rimasta dritto sulla sua nuca.

Schizzi di umori e vermi mi finiscono sul corpetto di cuoio.

La bestia mugola.

Carico un altro colpo e di nuovo impatto sulla testa con un rumore di risucchio.

Scivolo, esausto, e crollo sul suo corpo percorso da scosse. I vermi mi strisciano addosso. Si insinuano sotto i vestiti, sul petto e ancora più giù. Spingono tra le labbra per entrare in bocca e scendermi lungo la gola. Non ho la forza di sputarli via. Sono troppo stanco.

È così che si muore, vero?

Il moncone formicola, quegli esseri striscianti si stanno nutrendo dei miei umori come sanguisughe.

Vorrei scacciarli via, ma è la natura.

Che si nutrano pure del mio corpo, tanto a me non serve più.

***

Un brivido mi sveglia. Spalanco gli occhi sul soffitto alto. Il tepore di un fuoco mi riscalda il viso. Cerco di sollevare la schiena dal materasso – un materasso, non un giaciglio di fieno, vi rendete conto? – ma sono ancora troppo debole. Ho svariate pellicce addosso che non riescono comunque ad asciugarmi le ossa. Il dolore costante mi conferma che non sono morto.

Qualcuno si muove su una sedia accanto a me.

Cerco di girare il collo. «Dove sono?»

«Al sicuro.» La voce di usignolo della governatrice.

La bocca impastata sa di vomito e sangue. Deglutisco e mi schiarisco la gola. «Non sono morto.» A volte è bello constatare l’ovvio.

«Hai pagato un prezzo elevato, però.» La sua faccia pallida compare nel mio campo visivo. Dita gelide mi accarezzano la guancia. Non so se siano quelle scheletriche o quelle sane.

Non sarò più lo stesso. Non potrò più maneggiare la mazza ferrata come prima. Mi chiameranno Conte Monco d’ora in poi…

Il sangue sgorgava a fiotti. Ne ho viste di menomazioni così, non si sopravvive senza cauterizzare la ferita. Qualcuno deve essere venuto a salvarmi.

Osservo il moncone.

Una miriade di vermi brulica sulla carne viva.

«Boiacane! Che cazzo è?»

La carezza della governatrice si fa più intensa, scende sul petto, mi tiene disteso.

«Non ti agitare, è un dono delle terre di Kergüs,» solleva la mano scheletrica, «imparare a convivere con la parte più mostruosa di noi stessi non è facile, ma posso insegnarti se me ne darai occasione.»

Mi sorride con quei suoi denti marci e di nuovo un prurito mi risale la spina dorsale.

Sapete che vi dico? Mi ha convinto!

Adoro questa donna.

Luca Fagiolo nasce nell’afosa estate del 19XX in provincia di Modena, dove cresce tra giochi di ruolo, manga, libri, cartoni animati… insomma, qualsiasi cosa sia in grado di raccontare una Storia. La sua età è un mistero irrisolto, c’è chi dice sedesse alla corte di Re Artù, chi lo ha visto veleggiare con Barbanera, chi lo ha sentito cantare su un palco a Woodstock. Lui smentisce tutte queste dicerie, ma ricorda con affetto i tempi in cui nutriva i draghi di Valyria.

Grande estimatore e difensore del fantastico italiano, lotta per la sua diffusione tramite i suoi canali Social, dove potete trovarlo come Fagiolo_scrive. Finalista al premio Urania Short nel 2024 e autore di Robin Blood, romanzo urban fantasy a tinte dark, edito da Acheron Books. Nel 2025 sono in uscita altri suoi racconti su antologie edite da CE specializzate nel fantastico.

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