Che storia! | Polibio, Zenone e il fact checking come dovere morale | Rizzoli Education

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In un passo del frammentario XVI libro delle Storie (14-20), Polibio interrompe il racconto degli eventi occorsi nel 201 a.C. per fare un interessante excursus metodologico. Partendo da questo brano vorrei proporre qualche breve spunto di riflessione sull’uso e sull’abuso della storia (parafrasando il titolo di un classico saggio di Moses I. Finley) che si faceva ai tempi dello storico di Megalopoli e che si continua a fare tuttora, con altri mezzi.

Zenone e Antistene

Polibio afferma di essersi sentito in dovere di aprire questa parentesi critica perché gli argomenti che sta trattando (il tentativo fallito di conquistare Messene da parte di Nabide e la battaglia di Lade, eventi accaduti nel 201 a.C.) sono stati già affrontati da altri storici. Tra questi, però, solo due ai suoi occhi sono degni di menzione e di riflessione, ovvero Zenone e Antistene, entrambi suoi contemporanei (ma leggermente più anziani) e originari di Rodi. Si tratta di esponenti di quell’immenso patrimonio per noi quasi del tutto perduto costituito dalle storiografie locali, fiorite principalmente in età ellenistica; il più noto dei due è Zenone, sul quale si concentra anche Polibio.

Le qualità dello storico

Un primo elemento interessante da considerare è il motivo per cui proprio Zenone e Antistene sono, secondo Polibio, «degni di memoria e di distinzione» (XVI, 14, 3): da qui si possono infatti dedurre le qualità che, a suo parere, deve possedere lo “storico ideale”. I due rodii sono innanzitutto contemporanei ai fatti che raccontano, inoltre sono impegnati attivamente in politica e si dedicano alla storiografia non per un interesse economico, ma per amore della gloria e perché si tratta di un’attività adatta appunto agli uomini politici. La storia è quindi, per Polibio, essenzialmente contemporanea: non gli interessano le epoche remote, avvolte nelle nebbie del mito, né i racconti su «genealogie, colonizzazioni, parentele tra pòleis, fondazioni» (IX, 1-2), come egli stesso dichiara. Lo storico, d’altronde, deve essere un esperto della materia che tratta, e siccome gli unici eventi meritevoli di studio e di ricordo sono quelli politico-militari, chi se ne occupa deve avere possibilmente esperienza di questi due campi. Infine – ma si tratta del requisito principale per poter essere un professionista serio –, lo storico deve essere un individuo del tutto disinteressato, che non scrive per motivi di lucro, perché solo così potrà perseguire liberamente la ricerca della verità. Quest’ultima affermazione, per essere compresa a pieno, va contestualizzata nell’epoca e nell’ambiente a cui Polibio appartiene, perché risente del tipico pregiudizio greco nei confronti dei lavoratori salariati e in particolare di chi ha fatto della cultura una professione, evidente per esempio nel disprezzo con cui Platone tratta i sofisti, contrapponendoli ai veri sapienti (a partire da Socrate) che impartiscono le proprie lezioni senza pretendere alcun compenso.

Caro Zenone, ti scrivo

Proprio perché lo considera degno di considerazione, Polibio si assume il compito di elencare una serie di errori commessi da Zenone nel raccontare i fatti in questione: innanzitutto ha attribuito la vittoria della battaglia di Lade ai rodii, mentre i documenti dimostrano chiaramente che essi sono stati sconfitti da Filippo V di Macedonia; poi, parlando della spedizione di Nabide in Messenia, ha indicato un tragitto completamente sbagliato e impraticabile; infine, descrivendo la battaglia di Panio (un episodio della quinta guerra siriaca verificatosi anch’esso nel 201 a.C.), ha inserito alcuni dettagli inverosimili o assurdi, affermando per esempio che un comandante degli etoli è il primo, ma anche poi l’ultimo a lasciare il campo di battaglia al momento della sconfitta. Queste imprecisioni sono evidentemente dovute, secondo Polibio, da un lato a un eccesso di patriottismo, dall’altro all’ignoranza della geografia della Laconia e delle regole della strategia (o della logica). Si tratta dunque di pecche veniali del tutto perdonabili, perciò lui stesso si è premurato di segnalarle a Zenone in una lettera che gli ha prontamente inviato. Lo scrittore rodio ha accolto con benevolenza le osservazioni del collega, e si è detto addoloratissimo di non poter apportare ormai nessuna correzione, perché l’opera è già stata pubblicata.

La vera colpa di Zenone

Questo aneddoto sulla corrispondenza tra i due storici offre uno sguardo interessante sulla “globalizzazione” della cultura tipica del mondo ellenistico, caratterizzato dallo scambio di idee e di opere letterarie da una parte all’altra del mondo grecizzato e poi romanizzato. Nella sua lettera, però, Polibio non ha espresso la critica che più gli sta a cuore e che concerne la vera colpa di Zenone: aver prestato maggiore attenzione all’elaborazione dello stile che all’indagine dei fatti e alla cura dell’argomentazione (XVI, 17, 9). Zenone rientra insomma, almeno in parte, in quella categoria di storici “retorici” o “tragici”, che vogliono stupire i lettori con una narrazione a effetto, per la quale sacrificano la precisione e la fedeltà agli eventi. Contro questo genere di storiografia Polibio, com’è noto, si scaglia spesso, contrapponendole la propria idea di una storia πραγματική e ἀποδεικτική, ovvero basata sul racconto dei pràgmata (le vicende politiche e militari) e caratterizzata dalla documentazione e scrupolosità dell’argomentazione.

Il fact cheking come dovere morale

L’idea di storia portata avanti da Polibio si fonda insomma su quello che viene oggi definito fact checking: la verifica della veridicità di ogni affermazione, condotta per mezzo della disamina accurata delle fonti. Per Polibio questa è la “missione” più autentica e importante dello storico, e nelle sue parole assume una connotazione profondamente etica. Commettere errori per imperizia o ignoranza è infatti inevitabile, essendo la natura umana imperfetta, ma la distorsione consapevole della realtà dei fatti a fini ideologici è inaccettabile (XVI, 14, 7-9): per questo egli si è sentito in dovere di scrivere a Zenone, invece di limitarsi a criticare la sua opera, in modo da ristabilire la verità «a vantaggio di tutti» (χάριν τῆς κοινῆς ὠφελείας, XVI, 20, 7). La storia ha per Polibio una funzione eminentemente didascalica e formativa, e lo storico è investito del dovere morale di ricercare con onestà e accuratezza la verità. I mezzi per ottenere questo scopo, proprio come nel moderno fact checking, sono l’uso delle fonti documentarie (nel caso della battaglia di Lade, il rapporto dal comandante della flotta rodia, consultabile a Rodi), la conoscenza delle materie di cui si parla (strategia, politica, topografia, economia ecc.) e l’indipendenza di giudizio che, come abbiamo visto, è la qualità principale dello storico serio e vale a distinguerlo da un qualunque scribacchino prezzolato.

Polibio e le fake news

L’excursus metodologico di Polibio nasce, come dichiara egli stesso (XVI, 20, 3-4), da un’amara constatazione: «nella storia, come nelle altre arti e professioni, la verità e l’utile […] vengono trascurati, mentre si loda e si ricerca con entusiasmo tutto ciò che è appariscente e fantasioso». 

Pur senza voler eccedere in analogie banalizzanti, le parole dello storico sembrano descrivere perfettamente il mondo dei social media, delle fake news dilaganti e della distorsione dei fatti per mezzo di strumenti tecnologici sempre più sofisticati, come la neonata ma già imperante intelligenza artificiale. Il problema, rimarca Polibio, nasce quando la falsificazione viene applicata a un ambito delicato come quello della storia e viene realizzata non per incolpevole ignoranza, ma per voluta malizia. In questo caso si entra infatti, nel mondo del II secolo a.C. come nel nostro, nella distorsione ideologica operata dalla disinformazione su cui si basa la cosiddetta “guerra ibrida” o “guerra cognitiva”. Paradossalmente proprio oggi è più difficile distinguere la verità dal falso per via dell’eccesso di informazioni a disposizione e, appunto, della disponibilità di nuovi strumenti digitali capaci di creare menzogne fin troppo credibili e quasi impossibili da verificare.

Un monito e una preghiera

La voce illuminata ed eticamente impegnata di Polibio suona allora estremamente attuale quando, rivolgendosi ai suoi lettori, li ammonisce a diffidare della versione di Zenone sull’esito della battaglia di Lade e a non ritenerla più attendibile della sua solo perché i rodii hanno fama di grande esperienza in fatto di questioni marinaresche. Per evitare di diffondere o di avallare colpevoli distorsioni della verità, «i lettori devono fare particolarmente attenzione a questo aspetto e gli scrittori devono sorvegliare sé stessi» (XVI, 14, 10).

In linea con questo monito, concludendo l’excursus metodologico (XVI, 20, 8-9), Polibio rivolge ancora una preghiera accorata ai suoi lettori, presenti e futuri: se si accorgessero – per mezzo del fact cheking da lui stesso raccomandato – che ha mentito o trascurato la verità intenzionalmente, devono condannarlo senza alcuna pietà; se invece scoprissero che le sue mancanze sono dovute a ignoranza, li prega di essere indulgenti, soprattutto in considerazione del compito immane che si è sobbarcato, volendo scrivere – ma questo lo aggiunge chi scrive – non soltanto una storia globale (per la sua epoca), ma anche attenta ai fatti e moralmente onesta.

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