Incontro con l’archeologo Luca Codara | Rizzoli Education

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“Possiamo immaginare che il reperto sia un po’ come il corpo del passato, quello che inconsapevolmente la terra trattiene nella sua memoria, partorendolo di nuovo, e che noi archeologi, come ostetrici della terra, riportiamo alla luce”.
Flaminia Cruciani, Lezioni di immortalità

Cappello, frusta e  e corse rocambolesche tra templi maledetti: per molti l’archeologia è sinonimo di avventure mozzafiato e ha il volto hollywoodiano di Indiana Jones. Negli ultimi decenni,  il cinema ha infatti  contribuito a creare un’immagine affascinante e romanzata dell’archeologo, ma la realtà della professione è molto diversa, eppure non per questo meno interessante. L’archeologo non cerca tesori, ma preziose informazioni: frammenti, tracce e contesti che permettono di ricostruire la storia delle società umane. Dietro ogni tipo di scavo si nasconde un lavoro paziente fatto di metodo, studio e interpretazione del passato. 

Nelle mani di chi professa  questa disciplina non ci sono fruste, bensì spatole, cazzuole e taccuini, ma anche senza inseguimenti l’archeologia resta un’avventura densa di fascino, un fascino che si rinnova ogni giorno, come ci racconta l’archeologo Luca Codara. 

Molti bambini e adolescenti sognano, una volta cresciuti, di poter diventare archeologi. Inizierei quindi la nostra conversazione porgendole una domanda molto personale: quando si è fatta strada in lei l’idea d’intraprendere questo tipo di percorso professionale?

Nel mio caso tutto è partito da un amore viscerale per la storia, che sentivo forte fin dalle elementari, ma la vera scintilla è scoccata durante il terzo anno di liceo, quando studiavo i grandi personaggi del Medioevo, figure come Federico Barbarossa, Riccardo Cuor di Leone o Giovanna d’Arco. Nonostante il fascino però li sentivo distanti, quasi astratti.

Mi ritrovavo a pensare: “Mentre i grandi facevano la storia, cosa succedeva intorno a loro alla gente comune?”. Sentivo il bisogno di dare un volto e una dimensione quotidiana alle persone comuni che avevano calpestato la mia stessa terra. Cercavo una disciplina che non si fermasse ai libri, ma che potesse unire il rigore dello studio accademico alla mia inclinazione per il lavoro manuale e la vita all’aria aperta. L’archeologia è stata la risposta perfetta: è l’unica scienza che ti permette letteralmente di “toccare” la storia con mano, trasformando quel passato lontano in qualcosa di concreto e presente.


In quale ambito ha deciso di specializzarsi e perché?

La mia scelta è caduta sull’Archeologia Medievale, un ramo che molti considerano di nicchia rispetto alla preistoria o all’epoca greca e romana. In realtà, è un periodo che meriterebbe molta più curiosità perché siamo letteralmente circondati dal Medioevo: quasi ogni nostro paese mantiene le fore nate in quei secoli. Mi sono specializzato in questo settore perché volevo indagare come sono nati i centri fortificati, le chiese, le reti di commercio e quegli insediamenti rurali che ancora oggi abitiamo. È un modo per dare voce a un passato che è sotto gli occhi di tutti, ma che spesso non sappiamo interpretare.

Per quanto riguarda la sua formazione, quali sono state le esperienze di crescita più importanti? Esperienze compiute più sui libri o sul campo?

Nella prima parte della carriera, la formazione accademica è fondamentale: ti serve a costruire una solida base teorica senza la quale lo scavo sarebbe solo un movimento di terra senza senso. I libri ti insegnano a interpretare, a contestualizzare e a dare un nome a ciò che vedi. Tuttavia, per chi sceglie di essere un archeologo da scavo, la vera “metamorfosi” avviene sul campo dove la teoria si scontra con la realtà: la terra non è mai colorata esattamente come nei manuali e le strutture e i manufatti non sono mai integri. È nel momento in cui ti trovi davanti a un’evidenza archeologica complessa che la tua formazione diventa reale. L’esperienza pratica ti insegna la sensibilità, l’intuizione e, soprattutto, la responsabilità di sapere che stai documentando qualcosa che, nel momento stesso in cui avviene lo scavo, cessa di esistere nella sua forma originale.

Come definirebbe il percorso di studio rispetto all’attività pratica svolta dopo l’acquisizione della laurea e della specializzazione? C’è stata cioè, nella sua personale esperienza, una buona confluenza della teoria nella pratica oppure no?

Nella mia esperienza, non parlerei di una confluenza immediata e perfetta, quanto piuttosto di una confluenza faticosa ma necessaria.

L’università e la specializzazione ti forniscono un modello ideale. Sui libri impari la stratigrafia perfetta, la ceramica integra, i contesti “da manuale”, ma quando arrivi in un cantiere di archeologia preventiva o in uno scavo urbano complesso, ti rendi conto che la realtà è molto più “sporca” e caotica di quanto i libri lascino intendere.

Quali caratteristiche/doti deve avere chi svolge la sua professione?

Direi che la dote principale è la curiosità, quella scintilla che ti spinge a farti domande dove gli altri vedono solo sassi o terra. L’archeologo moderno però è una figura ibrida: deve avere la pazienza di un ricercatore d’archivio e la manualità di un artigiano. Un’altra caratteristica vitale è l’intuizione scientifica: la capacità di collegare piccoli indizi frammentari per ricostruire un intero sistema di vita, come succede quando si scava un insediamento, un ambiente o una tomba.

Quanto è da ritenersi importante il lavoro d’équipe?

Non sempre l’archeologo lavora in gruppo, ma, quando accade, il valore aggiunto è immenso. Negli scavi complessi, la collaborazione multidisciplinare trasforma lo scavo in un vero laboratorio a cielo aperto. Cooperare con figure che hanno conoscenze su altri periodi storici, su materiali e manufatti particolari o sulle ossa permette di andare oltre il reperto materiale. Mentre io mi occupo della stratigrafia, delle strutture e dei materiali, antropologi e zooarcheologi, ad esempio, interpretano i resti organici, offrendo dati scientifici precisi su come l’uomo interagiva con l’ambiente e con gli animali. È una sinergia che permette di ricostruire non solo la storia dei monumenti, ma la vita vera delle persone.

In maniera sintetica, quali sono gli strumenti e le tecnologie utilizzate più spesso in archeologia? Come stanno cambiando le tecnologie in questi ultimi decenni?

Ormai da qualche anno la documentazione sul campo è diventata interamente digitale. Grazie alla fotogrammetria, scattando foto da diverse angolazioni, si possono creare modelli 3D di ciò che si sta scavando in tempo reale e questo è fondamentale poiché l’archeologia è, di per sé, distruttiva: rimuovere uno strato vuol dire che non poter più tornare indietro. Con i rilievi 3d si ha quindi la possibilità di recuperare dati che, qualche anno fa, si sarebbero persi per sempre. Questi dati  confluiscono poi nei GIS (Sistemi Informativi Geografici), ossia software complessi che sovrappongono mappe storiche, rilievi satellitari e reperti trovati, creando una memoria digitale eterna del sito. Nonostante l’uso ormai quotidiano di droni e modelli 3D, non bisogna però dimenticare che la fidata cazzuola resta ancora lo strumento insostituibile per il contatto diretto con la terra.

Cosa consiglierebbe a chi volesse oggi intraprendere il suo stesso tipo di carriera e svolgere una professione analoga alla sua?

A chi vuole intraprendere questa carriera oggi, suggerisco di puntare sulla multidisciplinarietà. Non basta più conoscere solo la storia; bisogna conoscere i fondamenti di geologia, informatica, antropologia e persino di legislazione. L’Italia è un museo a cielo aperto che ha un disperato bisogno di professionisti capaci di mediare tra la tutela del passato e le necessità del presente. Suggerirei di specializzarsi in ambiti ancora poco battuti e imparare bene le tecniche di  comunicazione del nostro lavoro: il valore del nostro patrimonio dipende anche da quanto siamo bravi nel documentarlo e raccontarlo.

Tre elementi/momenti belli ed emozionanti che citerebbe come importanti collegati alla sua professione?

Sicuramente il momento del ritrovamento, qualunque esso sia, dal piccolo frammento di ceramica, alla tomba intatta. Lo vedo sempre come un filo che attraversa la Storia da quando quel reperto o quella persona è stata sepolta, fino a me che lo sto toccando dopo secoli o millenni.

Molto emozionante per un archeologo è anche “leggere” la sezione di uno scavo. Ogni strato di terra è una pagina di un libro. Il momento della sintesi avviene quando riesci a collegare i vari livelli: quel sottile strato di cenere che ti racconta di un incendio, il pavimento rifatto sopra le macerie ti parla di una rinascita. Quando i pezzi del puzzle si incastrano, la terra smette di essere solo fango e sassi e diventa tempo solidificato. 

Un altro elemento di fascino di questa professione è il fatto che ogni giorno è diverso dall’altro. Oggi sei in un cantiere a scavare un insediamento romano, domani potresti essere in una chiesa a scavare una tomba medievale, oppure in cima a qualche montagna  in un sito dell’Età del Ferro. È un lavoro dove non ci si annoia mai.

Quali invece quelli che indicherebbe come spiacevoli e/o difficili? Perché?

Un elemento spiacevole è legato soprattutto al fatto che non possiamo scavare tutto. Magari siamo riusciti in un cantiere di emergenza ad individuare un insediamento o una necropoli e poi per esigenze diverse non è più possibile proseguire l’indagine archeologica. Esistono tuttora grandi siti che da decenni non vedono proseguire le indagini archeologiche per mancanza di fondi, per difficoltà burocratiche o per la mancanza di interesse.

Purtroppo il lavoro non è mai sotto casa e spesso ci si trova a percorrere chilometri e chilometri di strada per raggiungere il posto di lavoro. La sveglia in media suona tra le 5.00 e le 6.00 di mattina e l’ora di rientro varia ogni giorno.

Un punto a sfavore inoltre è legato alle condizioni meteorologiche. Spesso capita di lavorare in mezzo al fango oppure sotto la pioggia, con 40° d’estate completamente esposti al sole, oppure in inverno con le mani ghiacciate. 

Per concludere, ci sono più possibilità di lavoro per un archeologo in Italia oppure all’estero?

È una domanda complessa. L’Italia è, per definizione, la “terra degli archeologi”, e negli ultimi anni abbiamo assistito ad una crescita importante grazie all’archeologia preventiva: ogni grande opera infrastrutturale richiede la nostra presenza. L’archeologia preventiva infatti è un’indagine diagnostica effettuata prima dell’inizio dei lavori che si basa sullo studio e l’interpretazione di dati d’archivio, su ricognizioni di superficie e, se necessario, anche attraverso sondaggi archeologici, per verificare la presenza di depositi di interesse archeologico nelle aree che saranno interessate dai lavori. Le opportunità nel settore privato sono aumentate, così come i concorsi pubblici nel Ministero della Cultura. Tuttavia, all’estero, soprattutto in Germania e Regno Unito, vengono offerti spesso contratti più stabili e retribuzioni più alte per chi sceglie la carriera accademica o di ricerca. Il mio consiglio? Formarsi in Italia, dove la “scuola” è eccellente, ma essere pronti a viaggiare e trasferirsi a seconda delle esigenze. 

Curriculum vitae di Luca Codara

Nome e cognome: LUCA CODARA

Qualifica ufficiale: ARCHEOLOGO 

Professione ARCHEOLOGO svolta principalmente in Lombardia (Prov. Lecco, Como, Monza e Brianza, Milano, Bergamo)

Percorso di formazione: 

Laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali

Laura magistrale in Archeologia e Storia dell’arte

Diploma di Specializzazione post laurea in Archeologia Medievale

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