Rassicurazione o shock? Come si muovono brand e content strategy - B-Story

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Nel 2026 non vincerà chi sforna messaggi in quantità, ma le aziende e i marchi capaci di dare alla comunicazione una direzione chiara, navigando nell’ecosistema dell’AI senza perdere riconoscibilità e rilevanza. Tra i trend che caratterizzano l’anno appena cominciato, secondo la digital creative company Jump è proprio l’autenticità uno dei più interessanti.

“L’AI ha moltiplicato a dismisura l’offerta di contenuti e ci ha abituato a immagini esteticamente ineccepibili, senza sbavature. Troppa perfezione si sta però rivelando un boomerang, perché le persone percepiscono i video o la pubblicità generata dall’AI come falsi e distanti”, spiega Valeria Mazzari, Creative Director di Jump.

È soprattutto la Gen Z ad essere scettica sulla perfezione simulata dall’AI. Un’indagine condotta da IAB negli Stati Uniti rileva che il 39% dei consumatori della Gen Z giudica in modo negativo gli spot prodotti con l’AI, e la larga maggioranza descrive i brand che li utilizzano come artificiali, manipolatori, non etici. Più della metà vorrebbe veder chiaramente indicato quando un contenuto è stato fatto dall’AI e il 73% afferma che la trasparenza non sarebbe un deterrente all’acquisto, al contrario rinforzerebbe la fiducia nei confronti dell’azienda.

“In questa ricerca di senso e autenticità, viene meno l’ossessione di essere sempre aggiornati su tutto e rincorrere i trend del momento. Come indicato anche dal report Pinterest Predicts, siamo passati dalla FOMO alla self-preservation, con un consumo mediatico più selettivo che punta al benessere personale e vuole abbassare il rumore di fondo dei social. Oggi i contenuti che funzionano sono quelli che creano degli spazi sicuri, in cui le persone si sentono a proprio agio, si riconoscono e non si sentono trattate come utenti a cui strappare visualizzazioni, reaction e click”, continua Valeria.

Per i brand, questo vuol dire fare più attenzione alla coerenza narrativa e valoriale, ma anche alla personalizzazione del racconto. “Serve una riflessione più accurata sui pubblici da coinvolgere, andando a lavorare su nicchie con interessi e vissuti simili. Diversificare messaggi e formati consente di parlare a ciascuno con il giusto tono di voce, ovviamente senza perdere consistenza”, aggiunge Valeria.

Autenticità vuol dire inoltre dare spazio a storytelling meno convenzionali e patinati, in controtendenza rispetto all’omologazione a cui tende l’AI. Due le possibili strade: mostrare l’imperfezione e quello che accade “dietro le quinte”, introducendo ad esempio contenuti raw, DIY, zine o brutalist, oppure restituire una dimensione fisica al contenuto digitale, muovendosi nella direzione della multi-sensorialità attraverso texture, richiami alla materialità, linguaggi onomatopeici e tutto quanto può stimolare a più livelli la percezione di chi legge, ascolta o guarda.

Per rassicurare e accompagnare, è spesso efficace la serialità, meccanismo già collaudato che probabilmente vedremo ancora più utilizzato nel 2026. Creare appuntamenti fissi (rubriche, podcast, vodcast, ecc.), con volti e voci ricorrenti, aiuta a creare contenuti di valore su cui tornare, non solo da consumare rapidamente – consolidando, ancora una volta, una relazione autentica che cresce passo dopo passo.

Ma la comunicazione non deve risultare per forza famigliare. In un mondo decisamente saturo di contenuti, non manca un certo gusto per l’eccesso e il surreale. “Può sembrare una contraddizione ma, insieme alla self-protection, c’è anche voglia di disordine, di rompere le regole ed evadere dalla linearità sia della vita quotidiana, sia dei feed che scrolliamo sui social”, precisa Valeria. Quando è coerente con l’identità del brand, si può allora provare a catturare l’attenzione con contenuti e design sopra le righe, colori forti, immagini fuori scala e filtri distorti, lasciando il tono rassicurante per sorprendere e un po’ scioccare.

Ultimo, ma non meno importante, cambiamento in atto riguarda la ricerca dei contenuti. Tramontata la Search Engine Optimization (SEO) come l’abbiamo conosciuta, siamo ormai nell’epoca della Generative Engine Optimization (GEO), con le ricerche che si spostano sulle piattaforme AI e i brand che devono farsi trovare aumentando citazioni autorevoli e occorrenze online. Se la visibilità non è più solo una questione di ranking, conta essere riconosciuti come una fonte capace di fornire risposte affidabili: diventa quindi fondamentale ripensare i contenuti perché siano compresi ed elaborati dai sistemi AI.

Nel complesso, i Content & Visual Trend che Jump delinea per il 2026 fanno intravedere uno scenario in cui la sfida è produrre “non di più, ma meglio”, conclude Valeria Mazzari. Largo quindi a contenuti più autentici e personalizzati, che possano rassicurare e qualche volta stupire, adatti a ecosistemi sempre più mediati dall’AI.

Coordonnées
Silvia Vergani