di Enzo Maraio
Negli ultimi giorni si ha la sensazione concreta che gli Stati Uniti stiano tornando a giocare una partita tutta loro sulla guerra in Ucraina. Per Trump la priorità sembra essere “chiuderla” in fretta, risolvere il dossier con un colpo di teatro che parli più all’elettorato americano che alla stabilità europea ed agli scenari di pace. È una dinamica già vista: quando gli Stati Uniti decidono di agire senza concordare o ascoltare gli alleati, il rischio è sempre lo stesso, prendere scorciatoie che funzionano in tv ma non nella realtà geopolitica. Il fatto è che la guerra in Ucraina non è un tema “americano” ma europeo. E l’Europa a essere confinante, ad affrontare gli effetti immediati di un’eventuale instabilità prolungata, a pagare il prezzo economico, sociale e di sicurezza più alto. Eppure, ancora una volta, Washington sembra tentata dall’idea di negoziare direttamente con Mosca, magari ammiccando a soluzioni parziali, senza prima costruire un fronte comune con Bruxelles. In questa dinamica, la Russia gioca come sempre di fino: non chiude la porta, anzi. Sorride, lascia intendere apertura, manda segnali calibrati. Non perché abbia davvero cambiato obiettivo, ma perché sa che ogni tentativo di accordo bilaterale Usa-Russia indebolisce la posizione dell’Europa e complica quella dell’Ucraina. È la sua strategia storica: dividere, insinuarsi, approfittare degli spazi lasciati dagli altri. L’Europa però non è esente da responsabilità. Da anni annuncia di voler essere un attore geopolitico, un protagonista della propria sicurezza, ma poi fatica a costruire capacità, visione, unità. Tuttavia, nonostante i suoi limiti, una pace in Ucraina senza l’Europa semplicemente non ha senso. È su questo che si gioca il futuro della sicurezza continentale. Una pace stabile può essere scritta solo se l’Ue è presente, coinvolta e in grado di parlare con una voce sola. E l’Italia? In politica estera non possono bastare buoni rapporti personali e un po’ di equilibrio diplomatico per avere un ruolo. Nel mondo d’oggi contano visione, credibilità, capacità di iniziativa. L’Italia invece oscilla, osserva, attende. Non propone. Non guida. Eppure potrebbe e dovrebbe farlo. Per storia, peso economico, posizione geografica, appartenenza a Nato e Ue, l’Italia è uno dei pochi Paesi europei che può chiedere ad alta voce un cambio di passo: agli Stati Uniti, perché la pace non può essere un gesto unilaterale; all’Europa stessa, perché continuare a sottostimare il proprio ruolo in Ucraina è una forma di auto indebolimento. La verità è semplice: la pace vera non si improvvisa. La si costruisce con radici profonde, con la forza delle alleanze e con la presenza di chi quella pace dovrà viverla ogni giorno. Usa e Russia possono anche tentare un accordo, ma se l’Europa rimane fuori, quella pace non sarà né giusta né duratura. Ed è per questo che l’Italia, adesso, dovrebbe smettere di accontentarsi del ruolo di spettatrice e cominciare finalmente a comportarsi da protagonista. Sarebbe ora.