Il testo riporta, bene o male, la conversazione avvenuta in occasione dell’uscita del nuovo romanzo di Michele Mari, I convitati di pietra, al Circolo dei lettori di Torino il 4 dicembre 2025. Nelle intenzioni dell’intervistatore, in omaggio a ciascuno degli alunni delle III A del Liceo Berchet, le domande avrebbero dovuto essere trenta, ma poiché non si è mai vista una stele speciale per un ex compagno di classe – cosa può pretendere di più un ex compagno se non che il resto della classe ne ricordi il nome, magari l’indirizzo di casa, a dir tanto il numero di telefono e i voti scolastici? – oltre che per non tediare ulteriormente l’intervistato e il pubblico, si è poi deciso di non andare oltre le otto.
L’abbrivio del nuovo romanzo di Michele Mari, I convitati di pietra, è presto detto. È la sera del 22 luglio 1975, un anno e un giorno dopo la conclusione dell’esame di maturità, quando i trenta alunni della III A del Liceo Berchet, seduti al tavolo del ristorante che frequenteranno per molto tempo, stipulano un patto: ogni anno ciascuno di loro verserà la stessa quota e la cifra accumulata decennio dopo decennio sarà infine aggiudicata dagli ultimi tre sopravvissuti. Più che a un gioco, più che a una scommessa, più che a una riffa o a una tontina, i trenta ex alunni del liceo milanese si sono appena consegnati al nuovo principio ordinatore del loro mondo a venire.
La prima pagina dei Convitati è davvero nata, come mi sembra ogni volta che la rileggo, dopo essere stata pensata e meditata lungamente e infine sgorgata dalla tua testa in un’unica sessione?
Sì, è stata scritta di slancio, come in apnea. È una cosa che mi capita spesso, ma negli incipit è sempre così, come se quanto della vicenda è stato interiorizzato (comunque solo vaghe coordinate e qualche dettaglio) premesse per accamparsi sulla pagina tutto in una volta.
Vorrei sapere se anche tu, come Jack Griffin, lo studente di fisica albino dell’Uomo invisibile di H. G. Wells che sperimentò su sé stesso il siero capace di rendere invisibili gli oggetti e di decolorizzare il sangue, hai sperimentato su te stesso la pozione: se cioè anche tu, anni dopo la fine della scuola, hai accettato uno di quegli inviti a cena tra ex compagni.
Sì, certo. Si è trattato di occasioni estemporanee, nate dall’iniziativa di un singolo, e comunque a scadenze non regolari, e con presenze ed assenze sempre variabili. In ogni caso, com’è fatale, gli episodi si sono diradati negli anni: ultimamente anche per colpa mia, come per una forma di viltà, o meglio per la sensazione di non disporre della necessaria dose di vitalità indispensabile in simili contesti. E forse la scrittura di questo libro è la compensazione di un atto mancato, com’è stato per Rosso Floyd, scritto da chi non aveva mai ascoltato né seguito i Pink Floyd.
I convitati di pietra è pregno di tutti i veleni tipicamente scolastici, dalle prime grottesche lusinghe d’amore alle altrettanto mostruose frustrazioni sessuali, dall’originario disgusto di sé a quello per gli altri. Non so se esista un altro luogo maggiormente pervaso dalla disperazione e dalla speranza, dalle superstizioni, dai sogni, dalle umiliazioni e dalle ambizioni, come lo è un’aula di liceo. Ci sono altri territori, a tuo parere, che assorbono come le aule scolastiche la linfa dell’essere umano in trasformazione e in collettività?
Non molte, in effetti. Mi vengono in mente esperienze analoghe, troppo analoghe, come il collegio o la caserma (esperienze che ormai siamo in pochi ad aver fatto). Ma anche la famiglia non scherza... Circa la caserma posso aggiungere che ha questo di strano: i compagni si avvicendano a seconda del mese di leva e a seconda degli incarichi, eppure alla fine te ne rimane una memoria stabile, quasi fissa, come se anche la convivenza di pochi giorni li avesse affratellati in un’unica e metafisica fotografia. Oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, farei fatica a distinguere i miei compagni di scaglione da tutti gli altri. E si era in pace, e per quanto mi riguarda in fureria: mi chiedo quanto intensi e imperituri possano essere i legami fra compagni che sono stati insieme in trincea, o in battaglia, o in una corsia di ospedale...
Discernere l’inquietante dal comico proprio come tra il veleno e contravveleno, viste e considerate le varie tonalità che galleggiano in questo libro tragico e al contempo divertentissimo, è ancora più difficile di quanto non lo sia di solito con i tuoi libri. Forse perché, come scrisse Manganelli in un vecchio corsivo, «l’impressione è che la morte è una cosa che fanno tutti, e dunque non è una cosa seria». Mi pare che tu abbia una vocazione particolare per il comico istintivo, forse persino involontario, e che in queste pagine ancora più che in altre il tuo umorismo rifulga come un’astuta estrosità della disperazione.
Bella quest’ultima definizione, me ne ricorderò. Sicuramente il mio umorismo è involontario, diciamo almeno al 90%: se me ne accorgo, me ne accorgo in tempo reale, scrivendo o avendo scritto (o rileggendo), mai prima, a livello intenzionale. Per anni, quando me lo facevano notare, strabiliavo, mi sembrava ci fosse un equivoco, un fraintendimento: ora ho preso atto che le cose stanno così e soprattutto ho capito che si tratta, per me, di una fortuna (non commercialmente, ma nel senso che stando così le cose posso affrontare ludicamente ed elegantemente – due aspetti per me irrinunciabili – anche i temi più gravi e dolenti).
Ci si diverte a ipotizzare con quali opere letterarie o cinematografiche questo romanzo condivida una particolare consanguineità. Il Club dei suicidi di Stevenson, Final Destination, Compagni di scuola, Battle Royal. Ho pensato poi ad alcune storie di Dylan Dog disegnate una ventina di anni fa da Nicola Mari, e anche all’Angelo sterminatore di Buñuel. Ma le mie non sono che illazioni: quali sono i romanzi o i film che credi abbiano un’affinità con il tuo romanzo?
In generale tutti i film (più che i romanzi) in cui un gruppo di personaggi si assottiglia progressivamente, ad opera di un serial killer che potrebbe anche essere uno di loro: la filmografia è troppo ricca perché io qui possa anche solo sfiorarla. Poi ci sono i film in cui la gara mortale è direttamente tematizzata, da Quintet di Altman a Pronti a morire di Raimi. Sul piano comico, anche se di una comicità amara, il titolo obbligatorio è Compagni di scuola di Verdone.
Credi che abbia una funzione catartica scrivere storie dell’orrore? La scommessa serve «a salare il sangue della vita», secondo Fustigati, uno dei trenta ex alunni. A farli tornar bambini, secondo qualcun altro. Serve a irridere la morte, questo loro gioco cannibalico, questo loro gioco all’estinzione. Senti personalmente che durante la scrittura l’angoscia almeno in parte venga esorcizzata?
Forse sì, ma solo a momenti: i miei personaggi se non altro si giovano di quell’adrenalina, io non partecipando alla riffa non ho avuto nemmeno quel vantaggio, e forse per questo, per non essere tutto dalla parte della morte, ho adottato istintivamente un tono più leggero del mio solito, un tono da “commedia nera”.
C’è un elemento ricorsivo che, alla stregua di uno stargate, permette viaggi istantanei nella tua produzione letteraria: Gene Hackman. Comparve già in Cinema, il penultimo racconto di Euridice aveva un cane, e in un’intervista di qualche tempo fa hai detto di aver sempre immaginato il signor Jones, il tenutario del bordello in Roderick Duddle, con il suo volto e la sua stazza. Ora tra i trenta ex alunni della III A ce n’è uno, Lothar Semprini, che con l’attore americano instaura un vero e proprio rapporto idolatrico, direi non del tutto dissimile da quello che hai tu.
La morte di Gene Hackman, per il quale ho sempre avuto un culto speciale, mi ha addolorato come un lutto di famiglia. Sapevo che volevo scriverne, dedicargli un omaggio, ma non sapevo come. Poco dopo ho incominciato a scrivere i Convitati, e mi è venuto naturale infilare una storia nell’altra, attribuendo la mia idolatria a uno dei miei personaggi. Alla fine la filmografia di Gene Hackman, l’appello della III A e la topografia di Milano si sono fuse come qualcosa di complementare e di omologo.
Cosmo di Witold Gombrowicz, a tuo parere uno dei migliori romanzi del Novecento, si conclude con questa frase: «E oggi a pranzo, pollo lesso». La moglie raccontò che mentre Gombrowicz si tormentava su come concludere il romanzo, lei lo chiamò dalla cucina per dirgli che era pronto il pollo in fricassea. Come sei arrivato a chiudere la storia della III A? Come hai vissuto il congedo da tutti quanti loro?
Ho chiuso perché sentivo che la misura giusta era quella, e perché, come ho detto in diverse occasioni, provo un ambiguo piacere a “bruciare” storie che potenzialmente potrebbero durare dieci volte tanto. Nella fattispecie si è insinuato però anche il dispiacere di dovermi congedare da personaggi ai quali, nel corso della scrittura, mi ero affezionato, ciò che rende ragione dell’inedita tenerezza notata da molti lettori nella parte finale del libro. Probabilmente l’unico altro mio libro che mi abbia fatto rimpiangere così i personaggi è stato Roderick Duddle: sentimento provato nel finale, ovviamente, ma anche prima, anticipatamente, man mano che ne facevo morire qualcuno. Mi è stato chiesto se non abbia mai pensato a un sequel: ci ho pensato eccome, il problema è che dovrei ripartire dai pochi superstiti, perché tutti gli altri sono morti, ed è come se dall’aldilà mi dicessero: «Vogliamo proprio vedere come adesso te la cavi senza di noi» (ma non è detta l’ultima parola).
Quanto allo stato d’animo opposto, vale a dire un senso di “liberazione”, non credo di averlo mai provato, o comunque non in modo significativo.