Quando marketing e pubblicità inventano le parole che usiamo ogni giorno

Compatibilité
Sauvegarder(0)
partager

Dalla “Milano da bere” agli “umarell”: un viaggio tra i neologismi che copywriter, politici e creativi hanno regalato al dizionario italiano (e non solo)

Vi siete mai chiesti chi ha inventato la parola “podcast”? O perché chiamiamo “spam” quelle email fastidiose? E soprattutto: sapevate che “meme” lo ha inventato un biologo, non un ragazzino su TikTok?

Benvenuti in uno dei fenomeni più affascinanti del linguaggio contemporaneo: la neologia d’autore, ovvero quelle parole create a tavolino da qualcuno — un pubblicitario, un giornalista, uno scrittore — che poi sfuggono di mano e finiscono nel vocabolario di tutti.

Abbiamo raccolto 25 termini che oggi usiamo con disinvoltura, spesso senza sapere che sono nati da una campagna pubblicitaria, da una battuta televisiva o dalla penna di uno scrittore di fantascienza. Alcuni li conoscete sicuramente, altri vi sorprenderanno.

LEGGI ANCHE – Le figure retoriche più utilizzate nella pubblicità

I grandi classici italiani: quando la TV inventava le parole

1. Milano da bere (1985)

Inventore: Marco Mignani, copywriter TBWA

Lo slogan dell’Amaro Ramazzotti doveva solo vendere un digestivo. È diventato il nome di un’epoca. Negli anni ’80 era un complimento: Milano dinamica, moderna, vincente. Dopo Tangentopoli è diventato sinonimo di superficialità ed edonismo. Oggi lo Zingarelli lo registra come “periodo storico”.

Lezione per i marketer

A volte il tuo claim ti sopravvive. Nel bene o nel male.

2. Tangentopoli (1991)

Inventore: Piero Colaprico, giornalista di Repubblica

Attenzione: non nasce con Mani Pulite. Colaprico lo scrive il 9 ottobre 1991, mesi prima dell’arresto di Mario Chiesa. La fusione “tangente + poli” (città, come Paperopoli) ha generato un suffisso così produttivo che oggi qualsiasi scandalo italiano finisce in “-poli”: Vallettopoli, Calciopoli, Affittopoli, Sanitopoli…

Fun fact

Il suffisso “-poli” è diventato praticamente un morfema autonomo nel giornalismo italiano.

3. Velina (1988)

Inventore: Antonio Ricci, ideatore di Striscia la Notizia

La “velina” era il foglio di carta sottile con le disposizioni censorie del regime fascista. Ricci la risemantizza chiamando così le ragazze che portano le notizie ai conduttori: un commento satirico sulla comunicazione “preconfezionata”. Il pubblico se ne è dimenticato, tenendo solo il significato di “showgirl decorativa”. Il termine ha generato persino “velinismo”, registrato dalla Treccani.

Ironia della sorte

La satira è stata sconfitta dalla sua stessa creatura.

4. Bamboccioni (2007)

Inventore: Tommaso Padoa-Schioppa, Ministro dell’Economia

“Mandiamo i bamboccioni fuori di casa.” Una frase pronunciata in Senato che scatenò un putiferio. Il Ministro intendeva stigmatizzare i giovani che non lasciano la famiglia, ma la parola si è trasformata in vessillo generazionale — usata sia come offesa che come rivendicazione ironica. Oggi è nel Vocabolario Treccani.

Da ricordare

Le parole più durature sono quelle che scatenano dibattito.

5. Umarell (2005-2007)

Inventore: Danilo Masotti, scrittore e blogger bolognese

Il pensionato con le mani dietro la schiena che guarda i cantieri dando consigli non richiesti esisteva da sempre. Mancava solo la parola per definirlo. Masotti l’ha presa dal dialetto bolognese (significa “ometto”), l’ha raccontata sul suo blog, e oggi è nello Zingarelli.

Caso studio perfetto

Quando dai un nome a qualcosa che tutti riconoscono, la parola esplode.

6. Mattarellum (1993)

Inventore: Giovanni Sartori, politologo

Il grande politologo coniò questo pseudo-latinismo ironico per prendere in giro la legge elettorale di Sergio Mattarella. Ha inaugurato una tradizione unica al mondo: in Italia ogni legge elettorale prende un soprannome latino dal suo relatore. Abbiamo avuto Porcellum, Italicum, Rosatellum…

Lo sapevi che…

Nessun altro paese al mondo nomina così le proprie leggi elettorali. È poesia involontaria.

7. Webete (2016)

Inventore: Enrico Mentana, direttore TG LA7

“Lei è un webete.” Fusione di “web” ed “ebete”, lanciata su Facebook contro un commentatore aggressivo e sgrammaticato. L’Accademia della Crusca ha lodato la formazione morfologica della parola, pur avvertendo che potrebbe essere un “occasionalismo”. Spoiler: non lo era.

8. Tronista (2004)

Contesto: Uomini e Donne di Maria De Filippi

Chi siede sul “trono” per farsi corteggiare in TV diventa “tronista”. Il suffisso “-ista” conferisce ironicamente uno status professionale a un’attività che non lo è. Il termine ha trasceso il programma per indicare un modello antropologico: la celebrità effimera e vacua.

9. Ferragnez (2018)

Inventore: La coppia stessa + Vanity Fair

Chiara Ferragni + Fedez = Ferragnez. Non una parola spontanea, ma un’operazione di self-branding consapevole, trasformata in hashtag del matrimonio e poi in serie TV. La Treccani l’ha registrata, scatenando dibattiti tra puristi. La risposta dei lessicografi? “Registriamo le parole che hanno impatto reale, non quelle che ci piacciono.”

10. Rottamazione (2010)

Inventore: Matteo Renzi

La metafora automobilistica applicata alla politica: i vecchi dirigenti sono veicoli obsoleti da mandare al macero. Una “parola clava” (definizione Treccani) che ha dominato il dibattito politico per un decennio.

11. Edonismo reaganiano (1985)

Inventore: Roberto D’Agostino, in Quelli della notte

Nato come tormentone satirico del lookologo, si è rivelato una definizione sociologica precisissima degli anni ’80 italiani. Oggi viene citato seriamente nei saggi di storia contemporanea.

I prestiti dall’estero: Silicon Valley e dintorni

12. Podcast (2004)

Inventore: Ben Hammersley, giornalista del Guardian

Nell’articolo “Audible Revolution”, Hammersley cercava un nome per l’audioblogging amatoriale e buttò lì: “Audioblogging? Podcasting? GuerillaMedia?”. La parola fu notata dalla comunità tech, adottata da Apple su iTunes, e nel 2005 il New Oxford American Dictionary la elesse “Parola dell’Anno”.

Il bello è che…

Hammersley non la scelse consapevolmente. La buttò lì tra tre opzioni.

13. Meme (1976)

Inventore: Richard Dawkins, biologo evoluzionista

Non un creator di TikTok, ma l’autore de “Il gene egoista”. Dawkins cercava un termine per descrivere un’unità di trasmissione culturale (come il gene per la biologia). Prese il greco mimeme (“ciò che viene imitato”) e lo accorciò per farlo rimare con “gene”.

Plot twist

Il padre dei meme di internet è un biologo ateo di Oxford.

14. FOMO (2004)

Inventore: Patrick J. McGinnis, studente di Harvard

“Fear Of Missing Out” nacque come satira degli studenti MBA che non riuscivano a impegnarsi in nulla per paura che ci fosse qualcosa di meglio altrove. Con l’arrivo degli smartphone, la “teoria studentesca” è diventata la patologia dell’era digitale.

15. Spam (1970/1990s)

Inventore originale: Monty Python

Nello sketch del 1970, i vichinghi ripetono ossessivamente “SPAM” (la carne in scatola) fino a coprire ogni conversazione. Gli utenti delle prime BBS e MUD negli anni ’80-’90 hanno adottato il termine per indicare i messaggi che “soffocano” le chat. Oggi è nel dizionario universale.

Una curiosità

Caso unico di neologia satirica → appropriazione tecnica → lessicalizzazione globale.

16. Greenwashing (1986)

Inventore: Jay Westerveld, ambientalista

In un hotel alle Fiji, Westerveld notò un cartello che invitava a riusare gli asciugamani “per l’ambiente”, mentre l’hotel stava distruggendo l’ecosistema locale per espandersi. Chiamò questa ipocrisia “greenwashing”. Oggi è un concetto legale usato dall’Unione Europea per sanzionare le aziende.

17. Influencer (2003, contesto marketing)

Diffuso da: Ed Keller e Jon Berry, autori di “The Influentials”

La parola esisteva, ma l’accezione “persona che orienta gli acquisti sui social” si cristallizza nei primi anni 2000. Oggi Oxford e Treccani registrano entrambi i significati.

18. Clickbait (2006)

Inventore: Jay Geiger, blogger

I titoli sensazionalistici progettati solo per farti cliccare esistevano già. Geiger diede loro un nome in un post del 2006. L’Oxford English Dictionary l’ha inserito ufficialmente nel 2016.

19. Crowdsourcing (2006)

Inventore: Jeff Howe, giornalista di Wired

“Crowd” (folla) + “outsourcing” (esternalizzazione): esternalizzare il lavoro non a un fornitore specifico, ma a una folla indefinita via internet. L’articolo su Wired è diventato un classico dell’economia digitale.

20. Gamification (2002)

Inventore: Nick Pelling, programmatore britannico

Applicare meccaniche di gioco (punti, livelli, badge) a contesti non ludici. Pelling lo coniò per rendere meno noiosi i bancomat. Oggi è una buzzword del marketing digitale.

21. Metaverso (1992)

Inventore: Neal Stephenson, scrittore

Nel romanzo cyberpunk “Snow Crash”, Stephenson immaginò uno spazio virtuale persistente chiamato Metaverse. Per 30 anni è rimasto gergo nerd. Poi nel 2021 Zuckerberg ha ribattezzato Facebook “Meta”, e improvvisamente la parola di uno scrittore di fantascienza è diventata un asset da miliardi.

22. Cyberspace (1982)

Inventore: William Gibson, scrittore

Apparso nel racconto “Burning Chrome” e poi in “Neuromancer”, Gibson diede un nome al “luogo” delle comunicazioni digitali un decennio prima del World Wide Web.

Gibson e Stephenson

Due scrittori di fantascienza che hanno letteralmente nominato il futuro.

23. Truthiness (2005)

Inventore: Stephen Colbert, comico

“La qualità di ciò che senti vero di pancia, indipendentemente dai fatti.” Lanciata nella prima puntata del Colbert Report, ha anticipato di dieci anni il dibattito sulla “post-verità” e le fake news. Parola dell’Anno 2005 (American Dialect Society) e 2006 (Merriam-Webster).

24. Effetto Streisand (2005)

Inventore: Mike Masnick, fondatore di Techdirt

Barbra Streisand fece causa per rimuovere una foto aerea della sua villa. Prima della causa: 6 visualizzazioni. Dopo: centinaia di migliaia. Masnick battezzò questo fenomeno “Streisand Effect”. Oggi è un assioma delle PR digitali.

25. Unicorno (2013, accezione finanziaria)

Inventore: Aileen Lee, venture capitalist

Una startup privata valutata oltre 1 miliardo di dollari. Lee scelse l’animale mitologico per sottolineare la rarità statistica (all’epoca ne contò 39). Oggi ce ne sono oltre mille, ma il nome è rimasto.

LEGGI ANCHE – 20 Slogan che hanno fatto la storia della pubblicità 

Bonus: altri termini che (forse) non sapevate

Alcuni termini che meritano una menzione anche se le attribuzioni sono più sfumate:

  • Binge-watching: prima attestazione nei forum X-Files del 1998, utente “GregSerl”
  • Humblebrag: inventato dal comico Harris Wittels su Twitter nel 2010 (“È così faticoso scegliere tra due offerte da 100k!”)
  • Jumping the Shark: Jon Hein, 1985, per descrivere il momento in cui Happy Days è diventato ridicolo (quando Fonzie salta letteralmente uno squalo)
  • The Long Tail: Chris Anderson, Wired, 2004 — il concetto che ha spiegato perché Amazon vende più libri di nicchia che bestseller
  • Soft Power: Joseph Nye, 1990 — il potere dell’attrazione culturale vs. la forza militare

Cosa ci insegna tutto questo?

Le parole che durano condividono alcune caratteristiche:

  1. Riempiono un vuoto: “Umarell” funziona perché prima non avevamo un nome per quella figura
  2. Sono memorabili: suonano bene, si ricordano facilmente
  3. Scatenano dibattito: “Bamboccioni” ha funzionato proprio perché ha fatto arrabbiare tutti
  4. Descrivono qualcosa di riconoscibile: l’effetto Streisand esisteva già, mancava l’etichetta

Come agenzia di comunicazione, c’è una lezione fondamentale: nominare un fenomeno significa possederlo. Chi inventa la parola giusta al momento giusto non solo descrive la realtà ma la definisce.

Coordonnées
scaicomunicazione