Carlo Cecchi, 1939-2026. Giulio Einaudi editore

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Che Carlo Cecchi sia stato una pietra miliare nella storia del teatro italiano non ci piove. Dalla metà degli anni Sessanta, ha interpretato il ruolo del capocomico nella maniera più personale, per quanto fedele alla tradizione dei suoi maestri riconosciuti, da Molière a Eduardo. Memorabili i suoi Pinter, i suoi Beckett, i suoi Bernhard (forse in assoluto l’autore a lui più congeniale), le originali riproposte di Shakespeare e Pirandello.

Ma Cecchi è stato anche una figura importante nel mondo delle lettere. La sua amicizia con Elsa Morante e con Cesare Garboli ne ha fatto, alla loro morte, il loro erede letterario, fondamentale nelle scelte editoriali riguardanti entrambi (una triste combinazione che il co-erede di Elsa, il nipote Daniele Morante, se ne sia andato un paio di settimane prima d lui).

Ed è stato interlocutore privilegiato per scrittori, poeti, editori, come Fabrizia Ramondino, Patrizia Cavalli, Goffredo Fofi, Roberto Calasso e tanti altri.

All’Einaudi aveva instaurato un rapporto molto congeniale con Ernesto Franco, da sempre appassionato ed esperto di teatro. Fu Franco a chiedergli nel 2007 una lettura pubblica delle Benevole di Jonathan Littell e a Cecchi il romanzo piacque tantissimo, anche se doveva entrare nella parte di un nazista che aveva fatto ogni tipo di cose tremende e il lavoro di immedesimazione/distanziazione era più delicato che mai.

Il rapporto si è fatto più intenso negli ultimi anni per la curatela di un «Millennio» che raccoglie tutte le traduzioni di Garboli da Molière, e che uscirà in primavera. Qui Cecchi ha dimostrato estremo rigore filologico ma anche intelligenza editoriale nella ricerca delle lezioni ultime fra tante varianti, nei controlli della cronologia e nella scelta dei testi di Garboli (fra la sua sterminata saggistica su Molière) per introdurre le singole commedie, in alcuni casi opportunamente tagliati per essere più efficaci. Diversi gli incontri a Roma e a Milano con la caporedattrice Stefania Pico, che lo ha aiutato in questo complesso lavoro. I giri di bozze si sono succeduti fino sotto Natale. Mancava soltanto la sua prefazione. L’ultima telefonata è stata il 12 gennaio. Mi aveva chiamato per dirmi che stava iniziando a scrivere e per chiedere se volevamo una prefazione più oggettiva o più personale. Lo avevo spinto sulla seconda opzione: il racconto del suo incontro con Garboli e di come quel rapporto aveva cambiato la sua interpretazione di Molière. Per il momento non sappiamo se aveva cominciato a scriverla.

Di lui mancheranno la curiosità e la cultura, l’eleganza e la bellezza (anche in tarda età), la disperata ironia, l’intelligenza affilata come il suo indimenticabile sguardo.

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