Il racconto che leggerete fa parte dei vincitori della sesta call per racconti di Chiacchiere d’Inchiostro, a tema Giochi di ruolo, ed è ispirato a Dungeons and Dragons.
Borok alzò il boccale di birra e lo osservò con sguardo corrucciato. Il suo unico occhio incrociò le travi annerite dal fumo e dalle fiamme della palla di fuoco lanciata dal mago hobgoblin la settimana precedente. Un istante prima che la sua ascia lo centrasse in mezzo al cranio, spaccandoglielo in due metà esatte.
«Almeno non ci sono più ragnatele.»
Era stato l’unico commento di Varier, il locandiere.
Borok non aveva mai capito se fosse stata ironia o meno. Tornò a concentrarsi sul boccale, borbottando. «Credetemi se vi dico che il colore del piscio è più invitante. Mastro Varier sta peggiorando di giorno in giorno.»
«Avresti una birra migliore se non fosse costretto a investire le sue finanze per rifare la locanda dopo ogni nostra visita.»
Borok strizzò l’unico occhio e ruttò per esternare il suo fastidio. Nell’atmosfera festante e chiassosa del locale, nessuno ci fece caso.
Aella lo metteva sempre in soggezione. Non si sedeva quasi mai e questo rendeva ancora più evidenti i muscoli bronzei e il petto prorompente, strizzato dentro un corpetto di cuoio. E quelle braccia grosse come tronchi, rinchiuse in bracciali dorati, istoriati di inquietanti rune arcaiche, non facevano nulla per stemperare l’arcigna postura della paladina.
Scosse la testa e trangugiò la pinta. «Piscio» disse, pulendosi la barba con una mano più unta delle ascelle di un orco. «Oste, un’altra!»
«Il prossimo giro lo offro io.»
Due monete d’oro caddero sul tavolaccio, tintinnando gaie come l’umore di chi le aveva lanciate. Borok sobbalzò: Sill era seduto accanto a lui, il manto scuro a coprirne le movenze. Non l’aveva visto mentre si sedeva. Aveva, come sempre, il cappuccio tirato fin sugli occhi. Dieci anni insieme e nessuno di loro ne conosceva il volto.
Aella sbuffò. «Che notizie, ladro?»
«Dicono che Katarakak sia tornato.»
Borok sbatté il boccale sul tavolo con violenza. «Quel bastardo di un Lich! Mi deve ancora un occhio!»
«Vorrà finire il lavoro» sorrise Sill.
Aella scrocchiò le dita così forte che molti avventori si girarono. «Che venga. Non siamo più quelli di dieci anni fa.»
Borok strinse la sua ascia e grugnì un assenso. «Non dite nulla a Zardo. Lui ancora lo teme. A proposito: dov’è il nostro mesto stregone?»
La donna si strinse nelle spalle. «Si sarà dimenticato. Non è più lo stesso da quando ha parlato con quell’arcimago planare che dice di aver viaggiato nel mondo oltre i mondi. Qualunque cosa…»
Si interruppe: la porta della locanda si era aperta e per qualche istante fu come se il buio della notte risucchiasse tutto il vociare ilare che infestava la locanda.
Una figura magra, impaludata in una lunga tunica nera e coperta di simboli arcani, si avvicinò al terzetto.
Borok si ripulì la schiuma dalla barba. «Allora Zardo, che si dice?»
L’uomo piegò la bocca in quello che sembrò a tutti una smorfia di mestizia. «Per ora cammino ancora su questa terra.»
«Per la barba di Mitras, questa è una notizia che va festeggiata con un altro boccale di birra. Oste!»
Gli occhi dello stregone scintillarono. «Percepisco del sarcasmo, ma potrei sbagliarmi.» Osservò con evidente disappunto la pinta che il locandiere gli aveva appena piazzato davanti. «L’ha già fatta la battuta sulla birra?» continuò, rivolto agli altri due.
Borok restò col bicchiere alzato e la bocca mezza aperta. Un ruscelletto di birra decise di colare in quel momento su barba e panciotto.
«Che intendi?» chiese Sill.
Zardo si sfregò gli occhi, sperando che non si vedesse ancora lo scintillio. «Non sa forse di piscio?»
«Diamine, sì!» disse Borok, sbattendo il boccale sul legno. «È quello che dico da quando siamo arrivati.»
Il mago spinse via il boccale. «Non vi siete stufati?»
In risposta ebbe solo le facce confuse dei compagni. Escluso Sill, la cui espressione era celata da sempre tra le pieghe del cappuccio.
Zardo li guardò uno a uno. «Perché ci troviamo sempre in questo posto? La birra fa schifo per davvero e il taverniere ci odia perché gli demoliamo la locanda con più frequenza di quanto non copuli con sua moglie.»
Borok finì la seconda pinta e attaccò quella del mago. «Bè, non ha tutti i torti, l’hai vista la moglie?»
Lui lo ignorò. «E poi ci troviamo perché? Cosa abbiamo in comune? Io parlo sedici lingue, di cui quattro morte e tre di altri piani di esistenza, mentre Borok sa leggere a malapena le etichette della birra. Nessuno conosce il volto di Sill e ci ubriachiamo insieme da dieci anni. In quanto a Aella…»
«Scegli bene le parole che dirai, mago. Potrebbero essere le ultime.»
Un mesto sorriso si dipinse sul volto del mago. «Ecco, vedete? Le stesse cose, le stesse battute di sempre. Non voglio essere offensivo, ma cosa abbiamo in comune?»
«La birra!»
«I tesori.»
«La lotta per l’Equilibrio e la Giustizia.»
Zardo allargò le braccia, sconsolato. «Esatto: nulla! Tranne assurde avventure per recuperare improbabili tesori. Ma potremmo farlo con gente che ci piace. Tu,» e indicò Borok, «perché non ti unisci a una compagnia di nani birrai? E cosa impedisce a Sill di seguire le vie della Gilda dei ladri? E Aella potrebbe accompagnarsi a gente dalla moralità in linea con la sua, anziché passare il tempo a cercare di redimere noi. È davvero quello che avete sempre voluto? Non vi sentite come se un oscuro architetto avesse edificato una prigione sopra le vostre vite e il vostro destino?»
Tra loro calò un silenzio pesante come un sudario che lasciò sullo sfondo persino il caotico vociare del locale. Un rutto roboante del nano lo spezzò come un cristallo. «Ha ragione Aella, sei più strano del solito. Ti manca qualcosa, è ovvio. Oste, birra per lo stregone!»
Zardo si sedette e affondò la testa tra le mani. I suoi occhi di sicuro brillavano più del solito e, nella penombra del locale, anche un cieco li avrebbe visti. Il “dono” di Katarakak. Quanto lo odiava. «Abbiamo una missione» disse infine. L’interesse dei compagni si risvegliò all’istante.
«Niente di pericoloso stavolta. Dobbiamo solo conferire con l’ArciDiacono e chiedergli di visionare una pergamena per conto del committente. Sarà facile vederlo: è il maestro spirituale di Aella.»
«Era» disse lei, l’espressione più corrucciata del solito.
Sill sventolò il dito in aria. «Non corre buon sangue, pare.»
«Aveva il vizio di sbirciarmi sotto la gonna.»
Borok quasi si strozzò con la birra. «Tu portavi la gonna?»
Lei evitò il suo sguardo, forse per la prima volta. «È stato tanto tempo fa.»
«Ha smesso quando hai indossato i pantaloni?» la stuzzicò Sill.
Aella si colpì con forza i bicipiti. «No, dopo i primi venti chili di muscoli sulle braccia.» Il ladro pensò bene di non replicare.
Zardo catturò l’attenzione con un gesto plateale della mano. «A dispetto di tutto, il sant’uomo ha accettato di vederci, previa una piccola questua alla Chiesa, che mi sono permesso di anticipare dalla nostra cassa comune.»
Sill si alzò in piedi di scatto, la sedia rovinò in terra con fragore. «Hai fatto cosa?»
Zardo mise sul tavolo una sfera scura, quasi oleosa, i cui riflessi cangianti variavano a seconda dell’inclinazione della luce. «Ci frutterà molto, il committente ha già pagato, e bene. Allora?»
«L’ultima volta che hai detto “missione non pericolosa” abbiamo combattuto un drago» disse Borok. «Accettiamo.»
Sill allungò una mano verso lo stregone. «Aspetta, chi è il committente?»
Lui fece spallucce.«Ma che ne so. Paga bene, non ti basta?»
E toccò la sfera. Un lampo arcobaleno li avvolse e, quando svanì, di loro nella locanda non vi era più la minima traccia. Tranne un boccale di birra lasciato a metà.
Il lampo si spense. La vista tornò quasi all’istante. E Borok e gli altri osservarono con stupore la magnifica sala in cui si trovavano adesso. Era circolare, piccola, non più grande di uno studiolo, dal soffitto alto a cupola ed edificata in alabastro bianco e rosa, con librerie rotondeggianti lungo le pareti zeppe di volumi rilegati. Non vi erano porte, né finestre, ma una luce morbida riempiva la stanza diffondendo una sensazione di rilassata pacatezza.
Al centro, le librerie convergevano senza unirsi, separate da un pesante tendaggio scuro che ricopriva la parete fino al soffitto. Davanti alla tenda, un vecchio stava assiso su uno scranno in legno intarsiato.
Borok si guardò intorno con aria smarrita, una mano all’ascia e l’altra che artigliava l’aria. «Ma… ho lasciato lì la birra! Dannazione!»
«Il nano non è cambiato per niente.»
Volsero tutti la testa nella direzione dell’uomo che aveva parlato. Si stava alzando con fatica, ingombrato dal peso degli anni e dei paludamenti di broccato e di seta che indossava.
«Grazie per averci ricevuti, santità…» disse Zardo e si interruppe. Sentiva lo sfavillio nelle proprie pupille e, quel che era peggio, vide lo stesso bagliore sinistro negli occhi del chierico.
L’uomo si eresse e non sembrava più così dimesso o impacciato. La sua faccia si sciolse come una maschera di cera sotto il sole e un cranio scavato, dalle orbite vuote e brillanti, si mostrò nella propria malvagità.
«Katarakak!»
Il mostro agitò uno scettro nero istoriato di rune che emanavano una diabolica luce violetta. «Che colpo di fortuna! Realizzerò tutti i miei desideri in una volta sola: riprendermi l’allievo più promettente…» Scoccò un’occhiata di sinistra bramosia verso lo stregone, poi spostò lo sguardo sulla donna e il nano «…e uccidere voi due idioti!»
L’aria si addensò in un’oscurità opprimente e dalle librerie uscirono decine di ombre che si avventarono sul gruppo. Aella alzò le braccia e colpì i bracciali l’uno con l’altro.
«Non così in fretta» gridò.
Una luce accecante si sprigionò dalle rune e dissolse le ombre all’istante. Karatakak rotolò in terra, proteggendosi le orbite con le mani scheletriche. Il bagliore scemò fino a condensarsi in un’informe macchia di calor bianco. Aella la afferrò ed essa prese forma e sostanza di una spada dai riflessi dorati.
«Dieci anni nella vita di un Lich sono meno di un soffio» disse la donna. «Scoprirai a tue spese che per noi non sono passati invano!»
Borok la affiancò, l’ascia bipenne infiammata di rune splendenti. «Ti presento Flagello dei Non morti. Da dieci anni aspetto di vedere se la sua fama è meritata.»
Il Lich stridette come un pezzo di metallo cigolante e si scagliò sugli avversari.
Zardo poggiò una mano sulla spalla del ladro. «È il momento. Seguimi.»
Giunsero davanti al trono. Zardo lo spostò e scostò la tenda. C’era una piccola porta in legno, una maniglia sopra tre serrature contornate di simboli arcani.
«Tu sai aprirla» disse lo stregone.
«Ovvio» replicò Sill. «È qui la pergamena che cerchiamo?»
Zardo lanciò uno sguardo alle loro spalle: la battaglia infuriava, tra colpi potenziati, fulmini oscuri e urla guerresche. In terra, la mano appena mozzata del negromante cercava di afferrare Borok.
«Sì. Fai in fretta, Sill.»
«Perché ti interessa tanto?»
«Perché… è il committente che…»
Sill ridacchiò. «Il committente sei tu.»
«Cosa?»
«Il prelato non ti avrebbe mai permesso di vedere la pergamena. Così hai fatto in modo che il Lich sapesse di noi. Tolto di mezzo il chierico, nella confusione, al momento opportuno avresti visto la pergamena. E qui entro in gioco io.»
Lo sfavillio negli occhi di Zardo era fuori controllo. «Da quanto lo sai?»
Sill si limitò a sorridere. «L’unica cosa che non sono riuscito a scoprire è: cosa c’è in quella pergamena?»
Risuonò un urlo disumano: il Lich correva per la stanza con l’ascia del nano conficcata alla base del cranio. Aella lo rincorreva con la spada fiammeggiante.
Zardo sbuffò. «Ti ricordi quel mago planare con cui ho parlato?»
Il ladro annuì.
«Mi disse che nella pergamena c’è l’incantesimo per andare oltre il velo del Destino e conoscere l’architetto di ogni cosa.»
«Vuoi conoscere gli Dei? Ci sono modi più rapidi.»
E si passò il pollice sotto la gola.
Zardo scosse la testa. «Anche gli Dei fanno parte del Disegno. Voglio conoscere il disegnatore.»
Lo sguardo di Sill, per quanto celato, sembrò trapassarlo. «Perché?»
Lo stregone chiuse gli occhi. Quando li riaprì, lo scintillio era cessato. «Per essere libero di disegnare la mia storia.»
Il ladro accennò un inchino. «Così sia, dunque.» Reclinò la maniglia, la porticina si aprì senza un rumore.
«Quando…»
Sill fece spallucce. «Mentre parlavamo. Fin troppo facile.»
Zardo sorrise, per la prima volta senza allegria forzata. Infilò la testa nel cubicolo: c’era solo un rotolo di pergamena. Trasudava antichità e potere. Lo prese e lo srotolò. Runici caratteri scivolarono lungo la stoffa man mano che la apriva e la leggeva sottovoce.
«Cosa dirò agli altri?» disse Sill.
«Se non si fossero battuti per me, quel giorno di dieci anni fa, ora sarei un dannato negromante. E non avrei mai cercato la mia strada. Di’ loro di esserne fieri.»
«Lo farò.»
«E tu che farai, Sill?»
Il ladro si prese il tempo di rispondere. «Continuerò ad aprire porte, per gli amici che vogliono attraversarle.»
Zardo si aprì in un sorriso e gli allungò la mano. «Addio. E grazie.»
L’uomo ricambiò la stretta. «Chissà. Forse ci rivedremo in un’altra storia.»
Zardo non rispose. Finì di leggere e alzò gli occhi. Non aveva più la pergamena. Sill era sparito. E anche lo studio dell’ArciDiacono non esisteva più, né vi erano tracce della furiosa lotta dei suoi compari contro il signore dei non morti.
Era in uno spazio indefinito, incolore e senza forme. C’era una scrivania, appoggiata non si sa bene dove, ingombra di pergamene e tomi dalle illustrazioni mai viste. Un uomo di mezza età, con occhiali di foggia curiosa, sedeva dall’altra parte e lo guardava con intensità. Con le dita giocherellava con qualcosa che non riuscì a individuare.
«Zardo.»
«Mi conosci?»
«Ho scritto la tua storia. Insieme a molte altre. Cosa cerchi qui?»
«Voglio andare oltre il destino. Scrivere il mio.»
L’uomo passò l’oggetto da una mano all’altra con rapidità. «Non c’è nulla oltre me.» Sorrise con espressione bonaria. «Temo che il tuo viaggio sia stato infruttuoso.»
«Sono dunque destinato a questa vita?»
Lo sconosciuto si avvicinò. Era in piedi e la scrivania era sparita. «Forse puoi prendere il mio posto. Ma ne sarai degno?»
«Io…non so cosa posso fare.»
L’uomo fece scivolare l’oggetto tra le dita, con la destrezza di un prestigiatore. «Vediamo.»
Zardo vide se stesso. Agonizzava. Un giovane nano e un’audace novizia si battevano per la sua anima contro un signore dei Lich. Un nemico ben oltre le loro capacità. Il nano aveva perduto un occhio, la novizia le sue certezze. Avrebbero perso la vita se non fossero fuggiti attraverso un portale, aperto da un ladro comparso quasi per caso.
Zardo vide se stesso stringere la mano a Sill. Poi svanire. Sill tornare indietro. Aella mostrare con orgoglio la testa di Katarakak impalata sulla sua spada di luce. Borok ruttare soddisfatto. La città acclamarli come eroi.
«È una buona storia» disse l’uomo. Allungò la mano e depositò l’oggetto sul palmo dello stregone. Era un dado a venti facce. «Quello che accadrà d’ora in poi, dipenderà da te.»
«E tu cosa farai?» chiese Zardo.
L’uomo gli strizzò l’occhio. «Ho sempre voluto scatenare una rissa, in una taverna dove la birra sa di piscio.»
Risero entrambi.
Matteo Saltori, classe 1977, è un nerd da ben prima di conoscerne il significato, infatti scopre il fantasy coi Libri Game di Lupo Solitario alle scuole medie e inizia a giocare di ruolo qualche anno più tardi.
La passione per la scrittura arriva molto tempo più tardi. Attualmente compare un suo racconto, “Tovel”, nella raccolta Leggende Italiane a cura di Marina Sarracino, Coppola Editore 2023, e un altro racconto, “Rospi”, ha ricevuto la menzione della giuria al Terni Horror Fest 2024 e compare nell’antologia dedicata.