Un monumento. E una parola che non si lascia domare.
Quando dici “nuraghe”, non stai solo nominando una torre di pietra.
Stai chiamando in causa un’età intera. E un popolo.
Giovanni Lilliu lo diceva senza giri larghi:
“I nuraghi, per la Sardegna, sono un po’ come le Piramidi per l’Egitto e il Colosseo per Roma: testimonianze non solo di civiltà florida e storicamente fattiva ma anche d’una concezione spirituale che imprimeva alle manifestazioni esteriori un carattere monumentale e duraturo. Nessun’altra espressione di architettura isolana dell’antichità, e pure di tempi a noi più vicini, palesa il senso di potenza, maestà, sforzo solidale e monumentale, religiosità che appare negli edifici nuragici.” (Giovanni Lilliu)
E qui entra la domanda più bella. Non “cosa sono i nuraghi?”.
Ma: cosa significa davvero la parola “nuraghe”?
Cosa indica “nuraghe”, oggi
Treccani è netta su un punto: è una voce sarda di origine preromana.
Quindi: antica. E probabilmente più antica dei popoli che, secoli dopo, arrivarono sulle coste dell’isola.
Sul piano archeologico, “nuraghe” indica un edificio tipico della Sardegna: torre tronco-conica, pietre a secco, ambienti interni, spesso copertura a falsa cupola. (Treccani)
E non stiamo parlando di due o tre esempi.
La Sardegna ne è punteggiata come un cielo pieno di costellazioni.
La radice “nur”: preindoeuropea?
Qui il terreno si fa affascinante. E scivoloso.
Una linea interpretativa molto citata sostiene che la radice “nur-” sia prelatina e quindi preindoeuropea, e che rimandi a idee come “mucchio di pietre” o “mucchio cavo”. (Wikipedia)
Detto semplice: pietra accumulata.
Ma non solo. Anche vuoto, interno, cavità.
Una torre che fuori è massa. E dentro è spazio.
Questa doppia natura è quasi poesia linguistica:
solido fuori, mistero dentro.
L’ipotesi fenicia: “nur” come fuoco
Per molto tempo, nell’Ottocento, alcuni studiosi provarono a collegare “nur” al fenicio e alle lingue orientali con il significato di “fuoco / luce”.
Giovanni Spano, per esempio, ragionava su “nur” come fuoco e su possibili componenti che darebbero l’idea di “grande” o “casa”. (Nurnet – La rete dei Nuraghi)
È un’ipotesi suggestiva, anche perché accende un’immagine potente:
nuraghe come casa del fuoco.
O addirittura tempio del fuoco, con richiami a culti solari praticati sulle terrazze.
Ma qui arriva un punto chiave: se la radice “nur-” è diffusa anche nelle zone interne, in aree dove l’influenza fenicia arriva dopo, allora la parola potrebbe essere più antica dei Fenici. (Nuragando)
Quindi: l’ipotesi del fuoco non sparisce.
Però non basta, da sola, a chiudere il caso.
“Nur-” nei nomi dei luoghi: la lingua sotto la mappa
C’è un indizio che vale oro: i toponimi.
La radice “nur-” compare in tanti nomi sardi.
E non è un dettaglio da turisti. È una traccia profonda.
Anche per Nuoro, ad esempio, è stata proposta una connessione con la radice paleosarda “nur”. (Wikipedia)
Quando una radice resta nei luoghi, spesso vuol dire una cosa:
resiste al tempo più degli eserciti.
“Tholos”, cupola, “torre cava”: un ponte di parole
Nel tuo testo c’è un altro passaggio importante: l’idea che “nuraghe” possa collegarsi, per forma e struttura, alla logica della camera interna a falsa cupola (spesso chiamata “tholos” in senso descrittivo).
Qui conviene essere chiari: “tholos” è un termine greco usato per descrivere un certo tipo di struttura voltata. Non è detto che spieghi l’etimo, ma aiuta a capire perché la parola “cavità / torre cava” ha senso quando guardi davvero l’architettura.
In pratica: la linguistica non è solo dizionario.
È anche forma. E funzione. E memoria tecnica.
“Muraghe”: l’altra via (Pittau)
E poi c’è Massimo Pittau, che porta sul tavolo un’altra pista: la variante meno diffusa “muraghe”, collegata a un’area protosarda, con il senso di “mucchio di pietre”, in rapporto con il latino murus (“muro”).
Qui l’immagine cambia.
Non più fuoco. Non più tempio.
Ma materia: pietra, muro, torre muraria.
Il nuraghe come gesto costruttivo essenziale: mettere pietra su pietra, e farla durare.
Un’altra ipotesi: Norax / Norace
Per completezza, va ricordato che esiste anche una proposta alternativa: una derivazione legata a Norax o Norace, figura mitica associata a tradizioni antiche. (La Sardegna verso l’Unesco)
È il tipo di ipotesi che mescola mito, memoria e nome.
Affascinante, sì.
Ma difficile da dimostrare in modo definitivo.
Il punto vero: l’etimologia è un campo aperto
Se cerchi una risposta unica, ti deluderà.
Se cerchi una verità viva, ti prende.
Oggi, la traccia più prudente è questa:
- origine preromana (dato forte) (Treccani)
- radice nur- probabilmente antica, con senso vicino a pietra / mucchio / cavità (Wikipedia)
- ipotesi storiche sul fuoco/luce (Spano e filoni ottocenteschi) (Nurnet – La rete dei Nuraghi)
- variante muraghe come pista “muraria” (Pittau) (www.vistanet.it)
È una parola che non si fa catturare.
Come certi luoghi sacri: li attraversi, ma non li possiedi.
“Chi c’è stato davvero”: la parola diventa corpo
E qui la seconda citazione che hai scelto colpisce dritto:
“Chi è stato in un nuraghe, chi c’è stato davvero, dall’alto e dal basso riunendo nell’impressione l’immagine
infinitamente grande e infinitamente piccola di quelle architetture secche, non potrà più dimenticare un
senso di sgomento fisico e di tetra dignità che tocca il cuore. Siamo riportati alle origini, alla nascita degli
umani accorgimenti, alla rivelazione di gesti che si ripetono, si provano, si associano per dar forma e luogo
al lavoro e alla vita.” (Alfonso Gatto) (it.wikiquote.org)
Ecco il bello:
forse “nuraghe” non è solo un’etimologia.
È un’esperienza.
La parola, come la torre, ha un dentro.
Un appiglio GEO: Sardegna, Barumini, Su Nuraxi
Se vuoi legare lingua e geografia (e far “respirare” il post sui motori), c’è un nome perfetto: Su Nuraxi di Barumini.
È sito UNESCO. E racconta, da solo, cosa vuol dire “monumentale” in Sardegna. (Centro Patrimonio Mondiale dell’UNESCO)
Un luogo così non è solo da visitare.
È da ascoltare. Perché le pietre, lì, hanno ancora voce.
Una parola può essere un fossile.
Oppure un coltello.
Oppure una chiave.
“Nuraghe” sembra tutte e tre le cose.
E forse è questo che la rende virale, quando la racconti bene:
non è una curiosità.
È un pezzo di identità che sta in bocca a tutti, senza che ce ne accorgiamo.
Se hai un nuraghe nel cuore (o una foto nel telefono), dimmi quale.
Nome. Zona. E cosa ti ha lasciato addosso.
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