La campagna militare lanciata il 6 gennaio 2026 costituisce un’operazione deliberata e coordinata volta a smantellare l’autogoverno curdo in Siria. Adottando una strategia che può essere definita “negoziazione–sabotaggio–pressione”, il Governo di Transizione Siriano ha strumentalizzato la retorica della “integrazione” per legittimare una vasta offensiva che si estende da Aleppo fino alle sponde orientali del fiume Eufrate. Il quadro proposto di un cosiddetto accordo formalizza questo processo di liquidazione della democrazia curda imponendo la dispersione individuale dei combattenti curdi e il trasferimento del controllo sovrano su territorio e risorse.
Le conseguenze sono state immediate e devastanti: lo sfollamento di centinaia di migliaia di civili, l’assedio di Kobanê e attacchi sistematici alle infrastrutture civili — tutte chiare violazioni del diritto internazionale
umanitario.
Il cessate il fuoco annunciato il 20 gennaio — inizialmente dichiarato per quattro giorni e successivamente esteso di ulteriori quindici — non rappresenta un percorso verso la pace. Al contrario, funziona come uno strumento tattico concepito per consolidare i guadagni territoriali e politici di questa strategia di annientamento. Questi periodi di tregua sono stati sfruttati per rimuovere gli osservatori internazionali, completare il trasferimento dei detenuti dell’ISIS e rafforzare le posizioni militari sul terreno.
Durante tutto questo periodo, il Governo di Transizione Siriano ha ripetutamente e sistematicamente violato i termini del cessate il fuoco. È fondamentale sottolineare che tali operazioni sono state condotte da milizie jihadiste la cui coordinazione strategica, le catene di approvvigionamento logistico e la copertura politica sono fornite in modo decisivo dallo Stato turco.
Il popolo curdo — che ha sacrificato decine di migliaia di vite nella lotta globale contro l’ISIS a difesa della sicurezza internazionale — si trova ora ad affrontare l’abbandono in nome dell’opportunismo geopolitico e di una tacita cospirazione internazionale. Questo assalto non prende di mira solo l’esistenza politica curda, ma rischia anche di riattivare la stessa minaccia terroristica che un tempo contribuì a sconfiggere, come dimostrano la crescente instabilità e il caos attorno alle strutture di detenzione. L’intento dell’asse Damasco–Ankara è inequivocabile: creare le condizioni per un’offensiva finale senza restrizioni mirata a cancellare la vita politica e sociale curda.
Ciò che sta avvenendo è un conto alla rovescia calcolato verso una potenziale atrocità di massa. In questo momento critico, anche le comunità cristiane, yazide, armene e assire del Nord-Est della Siria affrontano minacce gravi e immediate, incluso il rischio di violenze di massa e sfollamenti.
Rivolgiamo pertanto un appello urgente all’azione internazionale:
1. Demarcazione vincolante e monitoraggio robusto: istituire immediatamente una linea di protezione monitorata a livello internazionale. Dispiegare una missione internazionale di osservatori con un mandato forte, incaricata di supervisionare gli accordi di cessate il fuoco e di documentare in tempo reale violazioni e abusi.
2. Accesso umanitario permanente e protezione vincolante : aprire corridoi umanitari permanenti e garantiti a livello internazionale verso le aree assediate, inclusa Kobanê. L’accesso umanitario non deve mai essere condizionato, temporaneo o soggetto a coercizione militare.
3. Riconoscimento costituzionale e garanzie politiche: assicurare il riconoscimento costituzionale dell’identità curda, della lingua, dell’autodifesa e dell’autogoverno democratico. Senza garanzie politiche vincolanti, qualsiasi accordo non farà che istituzionalizzare espropriazione, repressione e violenza strutturale.
La solidarietà globale deve ora tradursi in un’azione internazionale urgente e concreta. La passività di fronte a questa minaccia equivale a complicità. Come espressione di solidarietà mondiale, ci uniamo all’appello globale a scendere in piazza il 31 gennaio e il 1° febbraio in difesa del modello politico democratico, multi-identitario e basato sulla libertà delle donne di Rojava.
Congresso nazionale del Kurdistan (KNK)