di Enzo Maraio
C’è un dramma, una tragedia, che mi ha colpito come e più di altre volte. Forse perché non arriva da lontano, forse perché non resta confinato semplicemente alla cronaca nera. Entra dentro, scuote, lascia un peso che non passa. Succede a Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno, una comunità a noi vicina, che conosciamo, che sentiamo parte del nostro quotidiano. Una città ben guidata da un nostro compagno, oggi ferita da una tragedia che lascia senza parole. La morte di Anna Tagliaferri non è solo un nome in un titolo. fi una vita spezzata, una donna strappata ai suoi affetti, al suo lavoro, al suo futuro. Ed è impossibile non fermarsi, non provare rabbia, dolore, impotenza davanti a un’altra storia che finisce così, nel modo più crudele. Un femminicidio colpisce sempre. Ma ce ne sono alcuni che scavalcano la distanza emotiva, che non restano “un fatto come tanti”. Questo è uno di quelli. Perché quando accade in una comunità che sentiamo nostra, il dolore diventa più vicino, più reale, più difficile da ignorare. Ancora una volta ci troviamo a chiederci: una tragedia annunciata? Ancora una volta emergono le stesse domande, gli stessi vuoti, gli stessi “non ce ne siamo accorti”. Ed è proprio qui che dobbiamo essere onesti: l’attenzione deve essere sempre alta. Sempre. Non solo dopo. Attenzione a ogni segnale, anche il più piccolo. Alle parole che feriscono, al controllo che soffoca, alla paura che viene normalizzata. Attenzione alle donne che cambiano, che si chiudono, che smettono di chiedere aiuto. Attenzione anche agli uomini, quando la fragilità diventa rabbia e la rabbia si trasforma in possesso. Non è sufficiente indignarsi. Non è sufficiente piangere l’ennesima vittima. Serve una rivoluzione culturale profonda, che metta in discussione modelli, educazione, linguaggio, ruoli. Una rivoluzione che insegni il rispetto prima ancora dell’amore e che riconosca la libertà dell’altro come un limite invalicabile. Anna non deve restare solo il simbolo di una tragedia. Deve diventare un richiamo alla responsabilità collettiva. Perché ogni femminicidio non riguarda solo chi lo subisce o chi lo commette: riguarda tutti noi, le comunità che abitiamo, il modo in cui guardiamo, ascoltiamo, interveniamo. E finché anche una sola donna continuerà a morire per mano di chi diceva di amarla, non potremo permetterci di abbassare l’attenzione. Mai.