Parafrasando una canzone del 1989, viene spontaneo chiedersi cosa resterà di questa settimana di incontri, scontri, spettacoli e sceneggiate: scegliete voi il termine che sembra più adatto per descrivere il World economic forum di Davos. Raf cantava “anni ballando, ballando, Reagan Gorbaciov – Danza la fame nel mondo, un tragico rondò – Noi siamo sempre più soli, singole metà –Anni bucati e distratti, noi vittime di noi”. Parole dure, che parlano di solitudine, di fratture e di un dolore nascosto, ma che in qualche modo risuonano ancora oggi con quanto emerso prima e durante il Forum, a partire dal rapporto sui rischi globali e da quello di Oxfam sulle disuguaglianze crescenti. Dodici uomini, i più ricchi del pianeta, detengono una ricchezza pari a quella posseduta da metà della popolazione mondiale, circa quattro miliardi di persone.
Il Forum ha restituito l’immagine di un mondo attraversato da punti di vista profondamente diversi tra le varie aree geopolitiche. Davos è stato investito dal ciclone Trump e, più in generale, dagli scontri tra i rappresentanti dell’amministrazione statunitense e quelli degli altri Paesi, in particolare europei. Una frattura emersa non solo negli incontri pubblici, ma anche in quelli separati e riservati. La spaccatura tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, soprattutto l’Europa, appare reale, profonda e tutt’altro che destinata a ricomporsi rapidamente.
Gli Stati Uniti sembrano aver adottato come riferimento geopolitico un planisfero simile a quello utilizzato in Cina, con le Americhe a destra, l’Eurasia a sinistra e il Pacifico al centro. In questa visione il cuore del mondo non è più l’Atlantico, ma l’oceano Pacifico, e le potenze centrali diventano Cina e Stati Uniti. La Groenlandia viene collocata senza ambiguità nel Nord America, mentre l’Europa scivola ai margini, relegata sul lato sinistro della mappa, in una posizione sostanzialmente irrilevante. Un modo di vedere il mondo che non è e non può essere quello dell’Unione Europea.
A Davos la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, lo ha detto con chiarezza. Così come lo ha affermato senza mezzi termini il primo ministro canadese Mark Carney, ricordando che non siamo nel mezzo di una transizione, ma di una frattura. Molti Paesi, ha osservato, sentono la necessità di sviluppare una maggiore autonomia strategica. Un impulso comprensibile: un Paese che non può nutrirsi, alimentarsi o difendersi ha poche opzioni quando le regole non lo proteggono più. Ma, ha aggiunto Carney, bisogna guardare con lucidità a dove conduce questa strada: un mondo di fortezze sarebbe più povero, più fragile e meno sostenibile. Non possiamo affidarci soltanto alla forza dei nostri valori, ma dobbiamo anche fare i conti con il valore della nostra forza.