Il nuovo anno si apre in un quadro economico e sociale attraversato da profonde trasformazioni. Inflazione, transizioni produttive, innovazione tecnologica e mutamenti demografici stanno ridisegnando il mercato del lavoro e il rapporto tra impresa, lavoratori e Stato. In questo contesto, il ruolo del dialogo sociale e della rappresentanza sindacale torna ad assumere una funzione centrale. Ne parliamo con Francesco Cavallaro, Segretario generale della CISAL.
Segretario Cavallaro, con quali aspettative si apre questo nuovo anno per il mondo del lavoro?
Il nuovo anno si apre con aspettative importanti, ma anche con una consapevolezza molto chiara: non siamo più in una fase emergenziale, bensì in una fase strutturale. Le crisi che abbiamo attraversato negli ultimi anni hanno lasciato segni profondi nel tessuto produttivo e sociale del Paese. Oggi il lavoro torna ad essere il vero discrimine tra crescita e stagnazione, tra coesione e disuguaglianze. Le aspettative dei lavoratori sono legittime: chiedono stabilità, salari adeguati, sicurezza e prospettive. A queste aspettative la politica e le istituzioni devono rispondere con scelte chiare, coerenti e di lungo periodo.
Il tema dei salari è tornato centrale nel dibattito pubblico. Qual è la posizione della CISAL?
Il tema salariale non è solo centrale, è ormai non rinviabile. Negli ultimi anni il potere d’acquisto dei lavoratori è stato eroso in maniera significativa e strutturale. Anche laddove i livelli occupazionali hanno retto, la qualità del lavoro e la capacità di garantire una vita dignitosa si sono indebolite. Occorre un intervento complessivo che valorizzi la contrattazione collettiva, rafforzi i rinnovi contrattuali e sostenga la produttività senza comprimere i diritti. Parlare di salari significa parlare di sviluppo: un Paese che paga poco il lavoro è un Paese che cresce poco, innova meno e trattiene con difficoltà i propri talenti.
Accanto ai salari, quali altre priorità ritiene decisive per il 2026?
La sicurezza sul lavoro resta una priorità assoluta. Non possiamo più accettare che il lavoro continui a essere un fattore di rischio per la vita delle persone. Servono controlli più efficaci, prevenzione, formazione e una vera cultura della sicurezza che coinvolga imprese, lavoratori e istituzioni. Un’altra priorità è la formazione continua. Il mercato del lavoro cambia rapidamente e senza un investimento serio sulle competenze rischiamo di creare nuove sacche di esclusione. Infine, la stabilità occupazionale: la precarietà non può essere considerata una condizione fisiologica, soprattutto per i giovani.
Il sistema produttivo è attraversato dalle grandi transizioni digitale e ambientale. Come governarle senza penalizzare il lavoro?
Le transizioni rappresentano una grande opportunità, ma solo se vengono governate. Digitalizzazione e sostenibilità ambientale non sono processi automatici: producono effetti concreti sull’organizzazione del lavoro, sulle competenze richieste e sulle condizioni occupazionali. Se non accompagnate, rischiano di generare nuove disuguaglianze. Il sindacato deve essere parte attiva di questo processo, non come soggetto che si oppone al cambiamento, ma come garante dell’equità sociale. Ogni transizione deve essere anche socialmente sostenibile, altrimenti diventa un fattore di frattura.
Il fisco sul lavoro continua a pesare in modo significativo su imprese e lavoratori. È una delle grandi questioni irrisolte?
Senza dubbio sì. Il cuneo fiscale e contributivo resta uno dei principali freni alla crescita dei salari netti e alla competitività del sistema produttivo. Ridurre la pressione sul lavoro è una scelta strategica, non una misura temporanea. Serve una riforma strutturale che alleggerisca il carico su lavoratori e imprese, rendendo il lavoro più conveniente e più remunerativo. Ogni intervento parziale rischia di essere inefficace se non inserito in una visione complessiva di politica economica e sociale.
La contrattazione collettiva può ancora essere lo strumento centrale di regolazione del lavoro?
La contrattazione collettiva non solo può esserlo, ma deve esserlo. È lo strumento più efficace per tenere insieme produttività, diritti e coesione sociale. Va rafforzata, riconosciuta e sostenuta, contrastando ogni forma di dumping contrattuale. La contrattazione consente di adattare le regole alle specificità dei settori e dei territori, garantendo al tempo stesso tutele universali. Indebolirla significherebbe aumentare le disuguaglianze e frammentare ulteriormente il mercato del lavoro.
Che ruolo attribuisce al dialogo sociale in questa fase?
Il dialogo sociale è uno strumento essenziale di governo dei processi economici e sociali. Non è un rituale né una concessione, ma una necessità democratica. Le scelte che incidono sul lavoro non possono essere calate dall’alto. Il confronto tra Governo, parti sociali e sistema produttivo consente di individuare soluzioni più efficaci e durature. La CISAL ha sempre sostenuto un modello di relazioni industriali fondato sulla partecipazione, sulla responsabilità e sulla contrattazione come metodo.
Il tema demografico incide sempre di più su lavoro e welfare. Come affrontare questa sfida?
Il tema demografico è una delle grandi questioni irrisolte del nostro Paese. Un mercato del lavoro che non riesce a includere i giovani e a valorizzare le competenze femminili è destinato a indebolirsi. Occorre favorire l’ingresso stabile dei giovani nel lavoro, sostenere la natalità con politiche familiari credibili e ripensare l’organizzazione del lavoro per renderla più compatibile con i tempi di vita. Allo stesso tempo, va valorizzata l’esperienza dei lavoratori più anziani, evitando sterili contrapposizioni generazionali.
Qual è oggi il ruolo del sindacato in un’economia globalizzata?
Il sindacato deve essere un punto di riferimento credibile, moderno e autonomo. Deve saper interpretare i cambiamenti senza rinunciare ai propri valori. Autonomia, responsabilità e capacità di proposta sono le parole chiave. In un’economia globale, il lavoro rischia di essere considerato una variabile residuale: il sindacato serve proprio a riportarlo al centro delle scelte economiche e industriali.
Che messaggio sente di rivolgere ai lavoratori italiani per questo nuovo anno?
Il messaggio è di fiducia, ma anche di realismo. Le sfide che abbiamo davanti sono complesse, ma non insormontabili. Il lavoro resta il fondamento della nostra democrazia e della nostra economia. Difenderne la dignità significa difendere il futuro del Paese. La CISAL continuerà a essere al fianco dei lavoratori con serietà, competenza e spirito costruttivo, perché solo attraverso il lavoro di qualità è possibile garantire crescita, giustizia sociale e coesione.