Disarmare il linguaggio: oltre la grammatica del conflitto - Ordine dei Giornalisti

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di Riccardo Sorrentino

Disarmare il linguaggio. È un tema che rivela uno dei grandi compiti del giornalismo attuale dal punto di vista del suo ruolo pubblico ed etico. Perché disarmare il linguaggio, secondo me, ci invita a fare un salto, segnare – anzi: volere – una discontinuità nel nostro lavoro.

Nei media è diffuso uno stile narrativo che privilegia l’urgenza e l’allarme. In questo contesto, il ricorso a immagini belliche tende a emergere come uno strumento efficace per rendere immediatamente comprensibili e rilevanti temi anche molto diversi tra loro. La tentazione di usare le metafore della guerra, dell’assedio, è molto forte. A volte persino la ricerca di una soluzione ai problemi diventa una lotta, e in questi casi i cittadini possono apparire come soldati disciplinati, eroi, disertori irresponsabili o nemici. Il mondo viene diviso in campi morali incompatibili, dimenticando la ricchezza della sua diversità; e lo scontro viene a volte descritto come inevitabile. Molte persone sono portate a leggere la società come un gioco a somma zero, in cui se qualcuno vince gli altri non possono che perdere, anche quando non è così. In questi contesti, pratiche come il dialogo e la mediazione tendono a perdere legittimità pubblica, perché non producono risultati immediati o facilmente visibili, appaiono come ingenuità o debolezza. È una dinamica che ricorda la distinzione amico/nemico suggerita da Carl Schmitt, il giurista reazionario che continua a ispirare intellettuali di destra e di sinistra; una distinzione nella quale il nemico assume tratti inumani: la disumanizzazione diventa quasi naturale.

Perché tutto questo?

Il nostro lavoro è silenziosamente cambiato. Nell’enorme flusso di informazioni in cui viviamo il bene scarso non è più la conoscenza dei fatti, delle notizie – che a tanti non interessano – è sempre più l’attenzione. La concorrenza, che coinvolge le nostre testate, incentiva a captare l’attenzione del pubblico: un’attenzione a volte intermittente, che può accelerare i giudizi, che può ridurre la tolleranza per tutto ciò che è complesso, sfumato, che può polarizzare, rafforzare il senso di appartenenza. In un ambiente informativo in cui visibilità e attenzione sono risorse centrali, anche il lavoro giornalistico può essere spinto a misurarsi sempre più con la capacità di catturare attenzione, avvicinandosi, per alcune pratiche, alle logiche di altri produttori di contenuti, come gli influencer, i pubblicitari, i leoni della tastiera sui social. Potremmo dire, con una facile formula, che stiamo diventando dei “lavoratori dell’attenzione”.

Per non snaturare in questo modo il nostro lavoro, a me sembra che non basta cambiare il linguaggio, non basta evitare alcune parole. Io vedo tre rischi in queste operazioni di pulizia lessicale, se restano isolate: il rischio dell’ipocrisia, del fariseismo; il rischio di scatenare il rifiuto e il ritorno alle vecchie abitudini, il rischio di nascondere la realtà. Dietro il linguaggio operano inoltre cornici interpretative consolidate, spesso adottate in modo automatico perché risultano familiari e funzionali. Sono cornici interpretative che rafforzano un’interpretazione armata, un pensiero armato sul mondo.

Termini come “offensiva”, “attacco”, “contrattacco” appartengono esplicitamente al lessico bellico; ma una grammatica simile può estendersi anche a parole che, prese isolatamente, non lo sono affatto. Espressioni come “linea dura” e “linea morbida”, “resistere”, “tenere”, “cedere”, “colpire”, o la contrapposizione tra “vincitori” e “vinti” al di fuori dei contesti competitivi in senso stretto, contribuiscono a costruire narrazioni in cui i rapporti sociali vengono letti come scontri tra fronti contrapposti. In questi casi non è la parola in sé a essere “armata”, ma l’uso che ne viene fatto all’interno di una cornice interpretativa che attribuisce ruoli fissi, colpe univoche e alternative reciproche. Anche il linguaggio della colpa e della responsabilità, quando si riduce a un blame game che sostituisce l’analisi delle cause e delle soluzioni, tende a produrre nemici piuttosto che comprensione.

La purezza però non è possibile. Le guerre esistono, la violenza pure.

Basta guardare la realtà. In Europa ucraini e russi si ammazzano per una strategia di guerra di tipo imperialista, a Re’im e nei villaggi vicini gli stupri sono diventati armi tattiche, a Gaza i bambini sono uccisi come “danni collaterali”, a Teheran si spara sulla folla in modo indiscriminato. L’elenco potrebbe continuare a lungo.

La nostra vocazione deve sempre quella della precisione, anche sotto pressione. Il nostro lavoro resta quello di descrivere la realtà. Senza nascondere i fatti, anche i fatti violenti. La violenza non si nega e non si nasconde, la si riferisce anche se la si condanna.

Se vogliamo disarmare il nostro linguaggio, occorre allora, secondo me, una grande consapevolezza: occorre pensare contro noi stessi, i nostri pregiudizi, le nostre interpretazioni, le nostre visioni del mondo. La scelta etica – e non semplicemente deontologica – è certo quella di usare il linguaggio del conflitto solo quando i fatti includono violenza reale e organizzata, ben sapendo che introduce inevitabilmente semplificazioni e chiusure interpretative che vanno tenute sotto controllo.

Il problema non è usare occasionalmente il linguaggio della guerra, ma consentire che quella grammatica venga applicata a contesti che non implicano violenza reale e organizzata, trasformando differenze e processi complessi in scontri tra fronti incompatibili. Si generano errori conoscitivi, prima ancora che etici.

Come cittadini, e non solo come giornalisti, siamo eredi di un compito nobile: quello di trasformare i conflitti in procedure – si è parlato di “giochi” – che lascino vivo, integro, libero, l’avversario. Procedure che quindi possano essere ripetute. La democrazia, i diritti umani, la giustizia nei tribunali, lo sport, la stessa discussione razionale, sono tutte procedure che, se restano sane, invitano a evitare la stessa cosa: la distruzione dell’altro.

Se questo è davvero il nostro compito, se vogliamo evitare che questo linguaggio armato governi il nostro pensiero, se ne impadronisca, occorre cambiare anche il nostro metodo di lavoro, perché – lo ripeto – c’è un livello del linguaggio che è profondo, che ci è nascosto e che crea cornici interpretative “armate”, difficili da individuare, ma seducenti. Uno strumento che si sta lentamente – in tutti i sensi – rivelando prezioso per l’analisi del linguaggio è l’intelligenza artificiale, ben usata. Questo lavoro di analisi dei testi rivela spesso, a un esame attento, un uso intenso e inconsapevole di cornici linguistiche e concettuali “armate”, che finiscono per indebolire il discorso.

Neanche questo però basta. In alcuni segmenti del pubblico, la domanda di informazione si intreccia con il bisogno di appartenenza e di senso, rendendo più attrattivi contenuti simbolicamente forti, ed eventualmente conflittuali, rispetto a quelli puramente informativi. È importante allora, oltre che aumentare la consapevolezza del metodo giornalistico, ricostruire un ambiente in grado di riconoscere la nostra funzione di intermediari tra la realtà e il grande pubblico. Con il nostro lavoro quotidiano ma anche, parallelamente, con uno sforzo di formazione professionale che sia capace di trasmettersi alla società civile e ai giovani. Dobbiamo tornare nelle scuole, ma non per fare i giornali o insegnare ai ragazzi a leggere i giornali, ma per insegnare loro a usare gli strumenti che permettano di distinguere i fatti verificabili, dalle interpretazioni e dai giudizi. Insegnino a riferire i fatti con chiarezza, a dichiarare le interpretazioni come ipotesi e i giudizi come scelte di valore, isolando il linguaggio progettato per produrre effetti emotivi senza fornire informazioni verificabili. Per insegnare, insieme, a disarmare il linguaggio. Un lavoro immenso, ma anche entusiasmante.

( Intervento al corso Disarmare le parole nell’era dei social del 31 gennaio 2026, organizzato dall’Arcidiocesi di Milano )

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Riccardo Sorrentino