Nel mondo dello sport, il tempo è una variabile che si misura in secondi, in risultati, in classifiche che si aggiornano senza memoria. Fuori dal campo, però, esiste un altro tempo, più lento e più esigente, quello delle responsabilità sistemiche. È in questo spazio che si colloca il lavoro di Michele Uva, oggi Executive director della UEFA per la Sostenibilità e di recente anche delegato per EURO 2032 in Italia.
Quando la rivista TIME lo ha inserito nella lista delle 100 persone più influenti al mondo per quanto riguarda le tematiche climatiche, Michele Uva è diventato il primo rappresentante del mondo dello sport a comparire in quel perimetro. Riconoscimento ricevuto per un lavoro di sistema avviato nel calcio europeo a partire dal 2021, che ha spostato la sostenibilità dal registro della dichiarazione a quello dell’impatto misurabile. Come ci racconta: «Non nascondo un senso di orgoglio per me e per la UEFA, ma è un riconoscimento che condivido con il mio team e con tutti i manager della sostenibilità di federazioni, leghe e club. Ogni giorno lavorano per consolidare il messaggio che il calcio deve prendersi la propria parte di responsabilità nel promuovere comportamenti e azioni per il rispetto del clima. È un percorso iniziato nel 2022 che sta già dando frutti grazie a un’accelerazione collettiva del sistema».
Il punto, però, non sono i riconoscimenti in sé. È la trasformazione silenziosa di un ecosistema che per sua natura resiste ai cambiamenti, perché vive di cicli brevi e di successi immediati. Michele Uva osserva lo sport europeo da dentro da oltre quarant’anni, abbastanza a lungo da distinguere le mode dalle mutazioni strutturali. E ciò che individua oggi non è una singola azione, ma uno slittamento di paradigma: la necessità di tenere insieme dimensioni che per decenni sono state considerate incompatibili.
Michele Uva prosegue il suo racconto: «In oltre quarant’anni di lavoro nello sport ho assistito a diversi cicli di trasformazione. La grande sfida del presente e del futuro è coniugare le diverse dimensioni della sostenibilità – sportiva, finanziaria, sociale, culturale e ambientale – in un piano integrato. Prima all’interno delle organizzazioni e poi nel sistema economico dello sport, che resta un unicum basato sulla complementarità e non sulla competitività, fatta eccezione per quella sul campo».
Le parole, quando vengono ripetute come formule salvifiche, finiscono per perdere significato. Nel lessico degli ultimi anni, sostenibilità e resilienza hanno percorso traiettorie parallele: la prima logorata dall’abuso, la seconda caricata di retorica che spesso giustifica più di quanto trasformi. Entrambe rischiano di restare concetti inoffensivi se non sono legate a effetti misurabili e a responsabilità concrete.
È in questo spazio che Michele Uva introduce uno scarto lessicale netto, scegliendo una parola più esigente e meno consolatoria: «Si gira spesso intorno alla parola sostenibilità senza riuscire a darle una connotazione precisa. Per questo ho iniziato a parlare di impatto. Il sistema sportivo europeo ha e avrà sempre più impatto su tutti gli stakeholder e oggi nessuna strategia può prescindere dalla condivisione dei percorsi con loro. È un gioco di squadra che richiede ascolto e capacità di anticipare le esigenze della società civile, per poi agire con azioni concrete che arrivino alla base della piramide, composta da tifosi e comunità».
«Non possiamo sapere se un’azione ha impatto se non definiamo prima un programma strategico con obiettivi chiari e se non misuriamo costantemente gli indicatori di performance. I risultati vanno analizzati e condivisi con i portatori di interesse: ogni feedback è utile per migliorare il percorso, con l’unico obiettivo di creare un impatto positivo».
Se l’impatto è la parola scelta per sottrarre lo sport alla retorica, l’azione e la misura ne diventa la condizione necessaria. Non come esercizio contabile, ma come atto di responsabilità. Senza numeri, indicatori, verifiche, ogni dichiarazione resta reversibile, ogni impegno negoziabile. È il passaggio più delicato: trasformare valori condivisi in criteri di valutazione, e la sostenibilità in una pratica esposta al giudizio degli altri. «In UEFA abbiamo voluto creare un linguaggio e un processo chiaro ma flessibile, adattabile alle realtà nazionali e territoriali. La sostenibilità va declinata rispettando le differenze culturali dei 55 Paesi UEFA e dei circa 250.000 club europei. Noi forniamo strumenti e piattaforme, ma ogni realtà deve saper applicare le diverse componenti della sostenibilità nel proprio contesto».
L’accelerazione non nasce nel vuoto, è il risultato di una pressione che agisce lungo tutta la filiera del calcio: istituzioni, federazioni, leghe, club, partner commerciali, tesserati, tifosi. Una spinta che non è solo valoriale, ma anche economica, e che costringe il sistema a rendere coerenti scelte, investimenti e narrazioni. Allo stesso tempo, nessuna strategia può reggere se non intercetta la base emotiva e sociale dello sport: i tifosi. È tra questi due poli – governance e comunità – che si gioca oggi la credibilità del cambiamento.
«Stiamo assistendo a una forte accelerazione collettiva. È positivo vedere sinergie e condivisioni tra federazioni, leghe e club. Un ruolo importante è giocato anche dalla pressione dei partner commerciali, che contribuiscono ad alzare l’asticella e a rendere coerenti i loro investimenti. Più che singole azioni, conta la condivisione continua del processo strategico e delle azioni concrete che generano impatto misurabile».
È in questo spazio di traduzione che entrano in gioco i tifosi, non come pubblico da convincere, ma come soggetto attivo di un cambiamento che funziona solo se diventa abitudine, prosegue Michele Uva «I tifosi sono la base e la forza della passione che il calcio genera. Vanno coinvolti in modo organico e intelligente. Le istituzioni sportive non possono salvare il pianeta – rappresentiamo lo 0,000008% delle emissioni emesse ogni anno – ma devono fare la propria parte partendo dalle azioni proprie e poi coinvolgendo tutta la propria piramide. Ad esempio i tifosi, con piccoli gesti, possono essere il vero acceleratore positivo. Contro il greenwashing servono azioni collettive».
I grandi eventi sportivi restano il punto di massima esposizione del sistema. Non solo per la loro visibilità, ma perché rendono immediatamente leggibile la distanza – o la coerenza – tra strategia e realtà. Sono stress test culturali prima ancora che logistici: mettono alla prova abitudini, infrastrutture, modelli di consumo. È qui che la sostenibilità smette di essere una dichiarazione e diventa pratica osservabile. E che la legacy, parola spesso invocata e raramente verificata, si misura nella capacità di produrre cambiamenti che restano.
Lo dimostra, conclude Uva, il lavoro fatto sui grandi tornei europei: «Le azioni sulla mobilità sono l’innovazione più trasformativa. Cambiare il modo di raggiungere lo stadio significa creare abitudini quotidiane. A EURO 2024 l’82% dei tifosi non ha utilizzato l’auto, in Svizzera siamo arrivati all’86%. Per la prima volta abbiamo organizzato un evento “zero parking”: la finale di Youth League 2024, con 4.000 spettatori e zero macchine. Per costruire una legacy duratura, rispettare i budget e generare un impatto economico e sociale concreto serve una parola semplice, spesso dimenticata in Italia: programmazione».
Michele Uva è un dirigente sportivo italiano con una carriera pluridecennale nei più alti livelli del sistema sportivo italiano e europeo.
Laureato all’Università di Bologna, ha lavorato nel calcio, nella pallavolo, nella pallacanestro e nel Comitato Olimpico Italiano, ricoprendo ruoli di vertice in club, federazioni e leghe. Dall’inizio del 2021 è Executive Director per la sostenibilità sociale e ambientale della UEFA, incarico in cui guida l’integrazione della sostenibilità nelle strategie della confederazione, e dal 2025 è anche delegato UEFA per l’organizzazione degli Europei di calcio 2032 in Italia. Autore di vari libri e relatore internazionale, è stato inserito nel TIME100 Climate come uno dei leader influenti per il clima.
Immagine: ©Uefa