Intervista a Bobo Craxi: «Un busto in onore di Bettino a Sigonella» Tangentopoli? Caccia alle streghe per i socialisti; ora c’è la riscoperta di quella classe politica - Partito Socialista Italiano

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di Giada Fazzalari

Ventisei anni fa, il 19 gennaio del 2000, moriva Bettino Craxi in Tunisia. Una parabola politica e umana che, dopo molti anni, viene riletta con una lente più “giusta”. Craxi è stato uno dei più grandi leader della sinistra europea e internazionale che fa tutt’ora discutere.

In questi giorni c’è quasi un via vai al piccolo cimitero cristiano di Hammamet, dove è sepolto tuo padre Bettino. Una riscoperta del leader?

«A molti italiani accade che quando mettono piede in Tunisia, anche solo per ragioni personali, poi si recano sulla tomba di mio padre, quasi come se si recassero in una specie di sacrario dei caduti. Si chiedono come sia finito lì e sembra emergere un senso di colpa nei confronti di una storia umana e di una parabola politica che ha avuto l’esito che tutti conosciamo».

Un senso di colpa collettivo?

«Non nel senso della compassione. Ma della consapevolezza che in quel periodo fu veicolata una mole enorme di fake news, che però ad un certo punto è stata ridimensionata nel loro sensazionalismo, rigenerando inaspettatamente la bontà di quel sistema e di quegli uomini politici».

Abbiamo ereditato anche l’aspetto più negativo purtroppo…

«Sì, fu un’epoca che rappresentò anche l’aspetto più negativo nella degenerazione del sistema politico, anche se oggi paradossalmente viene raffigurato come il migliore. E poi si è ricucito un aspetto non secondario che è la distinzione tra fuggiasco, latitante e esiliato. Il fuggiasco o il latitante in genere spariscono dalla circolazione; nel caso di mio padre non è stato così, la sua presenza si è sentita fino alla fine. Immaginate se accadesse oggi una cosa del genere: chiunque avrebbe potuto comunicare, parlare giornalmente, senza mediazione, mentre allora lui dovette rompere il muro della censura che cadde su di lui, per cui si rese conto di non avere più gli strumenti idonei per poter condurre una lotta politica».

Qualcuno dice sia stato “riabilitato” – termine che a noi socialisti non piace – per via della capacità di visione. È così?

«Ci sono ragioni e simboli che sono emersi con evidenza. Per esempio la veridicità, assieme alla sua chiaroveggenza, del discorso del 2 luglio 1992: “Se il finanziamento alla politica è un atto criminale, allora tutta la politica è criminale” – era la sostanza. Ed è la ragione per la quale sono cadute le formazioni politiche tradizionali. La Dc, il Pli, il Pri non ci sono più».

Il Psi c’è ancora. Ed esprime la sua linea e la sua vitalità.

«Sì, il Psi, da epicentro di quel terremoto, è oggi l’unico partito costituzionale ancora vivo presente».

Torniamo all’esilio. Con il senno del poi, Bettino tornerebbe ad Hammamet?

«Sì, perché intanto era una forma di difesa, non un volersi sottrarre. Anche rispetto al fatto che venne rovesciato un sistema a spallate, perché il Parlamento eletto nel 1992 trovò la fine all’inizio dell’inverno del 1993, cosa mai avvenuta in tutto il dopoguerra. Quello fu un vero e proprio sovvertimento della volontà popolare. Le condizioni politiche non determinavano più una vivibilità del sistema democratico, con le procure che ogni giorno mandavano avvisi di garanzia, con il potere giudiziario che si sostituì a quello politico e con un governo in carica che non aveva più la forza politica per restare in piedi, anche se aveva tentato di resistere»

Quindi ci fu un tentativo di resistenza?

«Si, ma a quel punto l’onda d’urto del sensazionalismo giornalistico e dell’offensiva giudiziaria, non consentivano più a quel sistema di rimanere in piedi. Avevano impugnato i forconi. L’indomani del 29 aprile, quando tirarono le monetine, non ci fu un’indignazione popolare nel Paese. La notizia della deriva che si stava consumando fu riportata in un trafiletto il giorno dopo, non fu considerato un fatto grave. Ma mio padre sapeva che l’esito sarebbe stato una condanna netta, sicura, irrevocabile e insindacabile, con il rischio, non secondario, per la sua vita. Dalle monetine saremo presto passati alle pallottole, e in una cella non sarebbe sopravvissuto. Scelse una strada idonea anche per separare i moribondi dai vivi, per evitare che la sua presenza in vita determinasse anche un peso politico».

La vicenda di Craxi ha comunque determinato anche il futuro delle classi dirigenti socialiste.

«La storia del Psi è cambiata. La classe dirigente dell’epoca per il novanta per cento fu falciata dall’inchiesta giudiziaria. Come fanno in genere i dissidenti, i dissidenti di un regime, se ne vanno dal Paese e tentano di rovesciare quel regime».

 Che aria tirava verso i socialisti quando Craxi andò ad Hammamet?

«Era una specie di caccia alle streghe, non solo nei confronti delle persone più in vista, ma anche negli uffici, nel sindacato. Sopravvivevamo in clandestinità. Eravamo come i fascisti del dopoguerra».

Prima parlavi di questioni “riscoperte”. Si possono rileggere nel nostro rapporto con l’Europa, con gli USA e poi la questione palestinese…

«Molti attraverso i social sono andati a risentirsi il discorso del 1992. È virale, con milioni di visualizzazioni. Mi riferisco alla sua frase sull’Europa, quando lui dice che “nel migliore delle ipotesi sarà un limbo, nel peggiore dell’ipotesi un inferno”; quindi non la sua contestazione all’Europa in quanto tale, ma alla mancata rinegoziazione dei parametri di Maastricht. Il nostro rapporto con gli Stati Uniti è potente quando si enfatizza fino all’inverosimile l’episodio di Sigonella, che rappresenta anche qui un elemento di grandissima unicità rispetto a quello che è avvenuto nei trent’anni successivi, cioè un’Italia che improvvisamente poteva tenere testa al proprio alleato americano. E poi il discorso sull’ Olp. Storico…».

Un leader con visione…

«Il Europa non ci sono altre figure così luminose. Se ti chiedessi quale uomo politico italiano di cui tu ti ricordi un discorso esemplare, certamente non è Berlinguer, non è Moro, non è Andreotti, non è Ammirante. È difficile confinare la figura politica di Bettino Craxi nell’idea che fosse un capobanda a capo di un gruppo di ladroni».

Immaginare cosa Craxi avrebbe fatto di fronte ad alcune sfide come quelle che stiamo attraversando adesso, ad esempio sulla separazione delle carriere.

«Riforme significative hanno bisogno di maggioranze significative. Il merito non si discute, perché è il giusto corollario del codice voluto da un nostro compagno, Giuliano Vassalli; dal punto di vista politico c’è un difetto di fabbrica che però è abbastanza vistoso. Una riforma così importante che riguarda un ordinamento dello Stato aveva e ha bisogno del suggello di maggioranze larghe, perché il referendum in qualche modo supplisce ciò che non è stato fatto in Parlamento, perché il Parlamento avrebbe dovuto dare un sostegno più largo ad una riforma così robusta».

Com’era Bettino come padre?

«Un padre che cercava di sopperire alle mancanze e lo faceva come poteva. Era una generazione nata dentro una temperie assai difficile, delicata, complicata come erano i ragazzi adolescenti che hanno vissuto il tempo della guerra. Quello che è successo e che è stato abbastanza paradossale è che io ho vissuto più a stretto contatto con mio padre negli ultimi dieci anni della sua vita che non nei cinquanta precedenti».

Cosa significa oggi essere craxiani?

«Dotare la scelta della politica di un metodo che si collega alle tradizioni più nobili del socialismo italiano, che è quella riformista, in grado di promuovere i cambiamenti senza ricorrere a determinazioni estreme. Il socialismo non è stato subalterno a potenze straniere e il socialismo non è subalterno a dottrine religiose. Qui sta la differenza sostanziale con una parte consistente del nostro Paese, che è rimasto fortemente di obbedienza cattolica e che ha ancora reminiscenze di carattere comunista. I craxiani non amano essere subalterni né ad altre patrie né ad altre opzioni politiche, quindi vale per l’Italia come per la sinistra italiana».

Oggi sarebbe ora di un riconoscimento “vero” a Bettino?

«Sì, penso ad un busto, una statua (non a cavallo) che lo Stato dovrebbe dedicargli a Sigonella. Penso lo meriti».

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