di Giada Fazzalari
Sono tante le angolazioni da cui si può approcciare il tema giustizia, nella prospettiva del prossimo referendum confermativo della riforma costituzionale che separa radicalmente giudici e pubblici ministeri. A noi pare che non si possa prescindere dall’inquadrare il ruolo che la magistratura ha giocato nel nostro Paese da mani pulite in poi, cioè da quando la sua frazione militante, quindi parte di essa e non la sua totalità, ha sistematicamente debordato dal ruolo costituzionale del potere giudiziario, spesso condizionando pesantemente gli equilibri politici. Il potere economico vero, quello che non si vede, o si vede poco, all’inizio degli anni ‘90 del ‘900 ha pianificato di azzoppare la quarta potenza economica per depredarne i cittadini. Lo ha fatto annientando la gran parte dei partiti che avevano ricostruito il Paese dopo la guerra. Un rovesciamento realizzato col concorso determinante dei media controllati da quello stesso potere economico e, attraverso i media, da un patto perverso con una parte della magistratura e il ceto politico ex comunista. Così il progetto del potere economico è realizzato: il patrimonio dello Stato (l’immensa torta delle partecipazioni statali), le tasche dei cittadini, il futuro delle nuove generazioni, tutto alla mercé del saccheggio. Nel tempo, mentre i sopravvissuti della Bolognina erano sempre più emarginati, la rottura del sistema democratico dei partiti di massa, quello costruito sul consenso e sulla partecipazione al voto del 95% dei cittadini, ha creato crepacci in cui si sono radicati poteri diversi, non democratici, la cui missione non era il progresso collettivo della società ma il perpetuarsi delle diverse cordate costituite, di volta in volta, da consorterie tenute insieme dalla comune convenienza, dal loro occupare spazi nei quali prosperare, indipendentemente dal merito e a scapito dei bisogni di tutti. Una di queste faglie di potere ha trasformato la magistratura, o, meglio, la sua minoranza militante, da potere dello Stato a cui è affidata l’amministrazione della giustizia, a player della politica. Le conseguenze sono state tante: il Paese ha smesso di crescere e la povertà ha dilagato; la giustizia ha pericolosamente declinato verso la ferocia, con carceri sovraffollate quasi al doppio della capienza, complice l’abuso del carcere preventivo e la scarsa applicazione di misure alternative; e insieme, transito di alcuni magistrati del pubblico ministero a ruoli politici; partiti svuotati della loro funzione e ridotti a comitati elettorali estranei alla maggioranza dei cittadini. Questi sono i veri pericoli per la democrazia, pericoli attuali che hanno reso l’Italia molto meno democratica e libera di quarant’anni fa. Mentre l’asse tra potere economico, media, magistrati e parvenu della politica raccontava che Craxi e i leader della prima repubblica erano un pericolo per la libertà e per l’economia italiane, si realizzava il piano che ci ha depredato della ricchezza sia pubblica che diffusa creata dalla stessa prima repubblica. Oggi, paradossalmente con la riforma del ruolo dei pubblici ministeri nel mondo giudiziario, si potrebbe essere innescata una corsa a ritroso del pendolo. Peccato non sia stata la sinistra a cogliere questa straordinaria occasione. I socialisti, garantisti da sempre, lavorano per questo.