di Andrea Follini
Il cosiddetto Board of Peace, pensato inizialmente per Gaza, nasce con l’ambizione di rappresentare uno spazio multilaterale di dialogo, mediazione e prevenzione dei conflitti in un mondo sempre più frammentato. Nelle intenzioni del suo promotore Donald Trump, l’organismo dovrebbe offrire una piattaforma indipendente per la promozione della pace, capace di affiancare – se non talvolta supplire – le istituzioni internazionali tradizionali, Onu in testa, spesso paralizzate da veti incrociati e interessi geopolitici contrapposti. Tuttavia, fin dalla sua istituzione, il Board of Peace ha mostrato criticità profonde, tanto sul piano politico quanto su quello giuridico e operativo. La prima, evidente debolezza riguarda la sua natura ibrida. Non si tratta di un’organizzazione sovranazionale dotata di un mandato chiaro e riconosciuto, né di un semplice forum consultivo privo di ambizioni operative. Questa ambiguità ha prodotto un organismo che chiede autorevolezza senza disporre di strumenti vincolanti, e che pretende neutralità pur essendo inevitabilmente esposto alle pressioni degli Stati più influenti, a cominciare dagli Usa stessi. In assenza di regole di adesione trasparenti e di un sistema decisionale definito, il Board rischia di diventare un contenitore simbolico più che un attore reale nella gestione delle crisi internazionali. È proprio in questo contesto che si colloca l’impossibilità, almeno allo stato attuale, per l’Italia di aderire formalmente al Board of Peace. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che lo stop non è una scelta politica, ma giuridica: alcune parti dello statuto del nuovo organismo non sono compatibili con l’articolo 11 della Carta costituzionale che consente limiti di sovranità solo tra Stati su un piano di piena parità. Non si tratta quindi soltanto di una scelta politica, ma di un nodo giuridico e istituzionale: l’adesione comporterebbe impegni e posizionamenti difficilmente compatibili con i vincoli derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea e alla Nato. Il Board, infatti, non chiarisce fino in fondo il rapporto con le alleanze militari esistenti, né definisce come i suoi membri dovrebbero comportarsi in caso di conflitti che coinvolgano partner strategici. Per un Paese come l’Italia, tradizionalmente ancorato al multilateralismo occidentale, si tratterebbe di un salto nel buio. Eppure, se queste criticità spiegano le difficoltà oggettive di adesione, non giustificano fino in fondo la gestione politica della vicenda da parte del governo Meloni. La decisione di non far parte del Board of Peace, maturata e comunicata solo ora, appare tardiva e poco trasparente. Per mesi, l’esecutivo ha mantenuto una posizione ambigua, lasciando intendere una possibile apertura o, quantomeno, una valutazione in corso. E c’è voluto il confronto con il Quirinale per fugare ogni dubbio. Resta l’incognita: capire quanto la volontà inziale di entrare a far parte di questo nuovo soggetto internazionale sia dovuta all’ennesimo tentativo della Presidente di accreditarsi come interlocutore privilegiato del tycoon per l’area europea; progetto evidentemente fallito ancora una volta. Inoltre, il governo ha perso l’occasione di utilizzare il confronto sul Board of Peace per rilanciare una riflessione più ampia sul ruolo dell’Italia come costruttore di pace, mediatore credibile e attore diplomatico nel Mediterraneo e oltre. In definitiva, il Board of Peace resta un progetto incompiuto, minato da contraddizioni interne e da un deficit di legittimazione. Ma la vicenda italiana dimostra come, anche di fronte a organismi imperfetti, la politica nazionale abbia il dovere di agire con tempestività, visione e trasparenza. Dire “no” può essere legittimo; farlo tardi e senza un chiaro racconto delle ragioni, molto meno. In un mondo attraversato da conflitti sempre più complessi, l’Italia rischia così di apparire non prudente, ma semplicemente esitante.