La Solita Storia di Leonardo Sardelli – Chiacchiere Letterarie

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Il racconto che leggerete fa parte dei vincitori della sesta call per racconti di Chiacchiere d’Inchiostro, a tema Giochi di ruolo, ed è ispirato a Dungeons and Dragons.

«Pip! Mi servi al bancone, dove ti sei cacciata?»

«Aspetta!» gridò lei di rimando, in direzione della porta socchiusa del capanno. «È sparita di nuovo la scala, sto cercando…»

«Dopo! I clienti stanno aspettando!»

L’halfling sollevò le mani al soffitto, poi con uno sforzo chiuse stretti i pugni. 

«Sono calma,» disse a bassa voce, «Calmissima.»

Nell’uscire in cortile, non sbatté la porta. 

Perfettamente padrona di sé. Una passeggiata.

Solo, per dire, quando sei più bassa della metà degli scolaretti umani, anche il retro di un bancone non è una bazzecola. E ti aspetteresti che l’oste con cui lavori da più di due mesi abbia capito che è difficile servire i clienti quando a malapena riesci a vederli in faccia, no?

No, il messaggio in qualche modo non era passato. Si aspettava che lavorasse, come? In piedi sul bancone, a spingere i boccali coi piedi? 

Strinse le labbra mentre attraversava a passo di marcia l’aia dietro l’edificio. Aveva paura a fare certe battute con Wilson; temeva davvero che quell’uomo potesse considerare sul serio certe idee.

Come se quella locanda non attirasse già i peggiori stramboidi del regno.

Lo sguardo le andò spontaneo al grosso buco annerito sulla parete dell’edificio, dove fino alla settimana scorsa si trovava la finestra di una delle camere del secondo piano. Una finestra perfettamente normale, di una stanza che non aveva mai fatto male a nessuno e, se proprio lo si doveva dire, con un letto che aveva appena ricevuto delle coperte nuove. 

Ricamate a mano.

In due settimane, nel tempo libero.

Due settimane.

Pip afferrò lo sgabello abbandonato accanto a Clotilde, la loro vecchia mucca da latte, ed entrò nel retro della cucina.

«Pip!» la raggiunse di nuovo il richiamo di Wilson. «Ne hai per molto?»

L’halfling si ritrovò a digrignare i denti. Non aveva neanche il tono arrabbiato, quel testone, era perplesso. Come se tutti avessero quei maledetti metri di trampoli al posto delle gambe. Ebbe l’impulso di prendere lo sgabello per le gambe invece che per il bordo: alla testa non ci arrivava, ma al ginocchio…

Quando ogni giorno avevi a che fare con gente capace di lanciare sfere di fuoco dalle mani o scomparire con uno schiocco di dita, a volte era sorprendente come quel lavoro riuscisse a grattare sui nervi: aveva smesso di avere paura dopo il secondo giorno e in cambio si sentiva sempre più a rischio di ulcera.

Spinse in basso la rabbia mentre finiva di attraversare la cucina e passava all’ampia sala principale della taverna, l’odore del fumo che imbeveva le pareti smorzato solo da quello del liquore versato. Il vociare era piuttosto contenuto a quell’ora del pomeriggio.

Sbatté lo sgabello a terra. Non sul piede di Wilson. Si arrampicò sopra e si affacciò al bancone con un sorriso forzato stampato sul viso.

E non c’era nessuno. 

Nessuno ad eccezione della spilungona dalle orecchie a punta che stava flirtando con l’oste.

Pip mise le mani sui fianchi. Il sorriso sempre sul viso.

Wilson la notò. «Ah, Pip.» Le labbra dell’uomo si curvarono in un sorriso sotto i baffi impomatati. Sollevò il gomito dal bancone, facendo scivolare via la mano guantata dell’elfa dall’avambraccio. «Abbiamo ancora quel liquore al ginepro di mastro Dorwin? La signora qui è un’intenditrice di vini, e…»

«Non lo abbiamo.»

«Sei sicura? Pensavo…»

«No. Non lo abbiamo.»

Wilson incrociò le braccia sul petto grosso come un barile. «È un peccato. La signora… ehm…»

Lanciò un’occhiata all’elfa dall’altra parte del bancone.

«Valpinax.» La donna portò un dito dietro all’orecchio e lo sollevò scuotendo un poco il capo, a liberare una ciocca biondissima dal cappuccio nero del mantello. «Non mi dica che se lo è già dimenticato, Wilson.»

L’oste rise, amichevole. «Ma no, ma no! Una… ecco, una dama come lei non si dimentica, no di certo.»

«Non è quello che dicono di me, signor oste. Lo sa? Io sono capace di scomparire nella notte, se voglio, senza lasciar traccia. Ho dovuto impararlo per sopravvivere, da giovane, nelle strade…»

Mentre ascoltava, tra un cenno educato di assenso e l’altro, Wilson lanciò un’occhiata a Pip. Allargò le palpebre con enfasi.

Pip continuò a sorridere.

«…quindi capisce, Wilson,» concluse Valpinax, «Io non sono una con cui si scherza.» Poi estrasse un pugnale dal fianco del corpetto di pelle e lo conficcò nel bancone, come a voler sottolineare le sue parole.

Ci fu un attimo di silenzio. «…mh. Bene. È evidente, certo.» Gli occhi di Wilson erano fissi sul punto in cui la lama si era conficcata nel legno levigato. «Ora, riguardo al vino, mi diceva la mia collega che non abbiamo più…»

L’elfa si rivolse a Pip senza preoccuparsi d’interromperlo. «Come ti chiami?»

L’halfling inarcò un sopracciglio «…Pip. Piacere.»

Valpinax sorrise con condiscendenza. «Solo Pip?»

«…cioè? Sì, solo Pip.»

«Non hai un cognome?»

«Un cognome? Ti sembro fatta d’oro? I miei fanno i braccianti nel paese accanto.»

L’elfa appoggiò il mento sul palmo. «Quindi il tuo nome è davvero solo Pip? Quanta fantasia.»

Una pausa.

«Senti un po’, bella…»

«Forse abbiamo un po’ di quel vino di ginepro.» Due paia d’occhi si voltarono verso Wilson. «Magari la mia collega si sta sbagliando.»

«Macché sbagliando, non…»

Wilson troncò la frase di Pip afferrandola da sotto le ascelle e sollevandola di peso. «Andiamo a controllare e torniamo. Aspettateci pure al tavolo.»

E prima che una delle due potesse obiettare, raggiunse con due falcate il retrobottega.

«Wilson!»

«Ahi, no, smetti! Shh! Abbassa la voce! Shh!»

«Mettimi giù!» 

Il locandiere la mise a terra, poi si voltò a controllare che la porta per la sala fosse ben chiusa.

«Pip.» L’uomo la guardò, comunque più alto di qualche decina di centimetri anche con un ginocchio posato a terra. «Che stai facendo? Ti ho chiamata perché tu mi aiutassi, non perché facessi degenerare ancor di più la situazione!»

«Che sto facendo io? Tu piuttosto! Perché sei lì a fare il cascamorto con quella svampita?»

«Pip, la tua gelosia mi lusinga ma non mi pare il momento per…»

«Un’altra parola e prenderò a sgabellate i tuoi futuri figli.»

Wilson chiuse lo spazio tra le sue gambe. Si schiarì la voce. «Comunque. Pip, ti ho chiamata perché c’è un’emergenza.»

Pip incrociò le braccia, scettica. «La svampita? È una di Quelli Importanti?»

«È una di Quelli Importanti.» Wilson annuì, solenne. «Quindi te ne sei accorta anche tu.»

«Accorta anc…? Non abbiamo un singolo cliente normale, Wilson, e quella spicca comunque tra gli stramboidi. Non è difficile da vedere. Lo sai che ti ha sfilato il borsello, sì?»

L’oste appiattì le sopracciglia. «Era vestita di nero. Non è stato esattamente un colpo di scena.»

«E gliel’hai fatto fare?»

«Pip, farci rapinare è parte del lavoro. È molto più sicuro così, per noi. Fidati, lo capirai.»

Pip borbottò un qualcosa di inintelligibile.

«Comunque, Pip, concentrati. Ho bisogno che tu ti concentri!» Wilson lanciò uno sguardo preoccupato da sopra la spalla. «Questa è un’emergenza, mi hai sentito? Potremmo non avere molto tempo.» 

«Wilson, è solo l’ultima degli stramboidi.»

«No Pip. È un gruppo di stramboidi»

«…oh.»

Wilson annuì, grave. Le fece cenno col dito di avvicinarsi: aprì uno spiraglio della porta e insieme spiarono nella sala.

Erano davvero tutti lì, al solito tavolo. La svampita insieme al gorilla in armatura, il prete anche lui in armatura (in qualche modo si riconoscevano sempre) e la secchiona con il libro di magia.

«Oddio.»

L’uomo annuì, grave.» È una faccenda seria.»

«È la prima volta che ne vedo così tanti insieme, Wilson.»

Una pacca sulla spalla. «Lo so. Ma ne possiamo uscire, ragazza mia.»

«Sì. Sello l’asino e…»

«Cosa? No, Pip…»

«Con quello posso tenere il tuo passo. Partiamo subito, forza.»

«Pip! Ma vorresti abbandonare la locanda?»

«Ma chi se ne frega di questa topaia! Il secondo piano puzza ancora di bruciato dopo il cretino dell’ultima volta, ed era uno solo!»

«Ad essere onesti, c’era bisogno di un po’ più di ventilazione lassù.»

«È stato meno afoso negli ultimi giorni, è vero. Ma,» Pip dette uno schiaffo alla mano sulla spalla, «Perché accidenti stiamo parlando di ventilazione? Non possiamo rimanere qui!»

«Stai calma Pip. C’è tempo.»

«Sì, che dovremmo usare per correre via! Vuoi aspettare che succeda?» Pip abbassò la voce. «Ho sentito dire che lo chiamano l’Incidente. La Causa Scatenante.» Annuì piano. «Quattro Soggetti Importanti si ritrovano per partire all’avventura. Per giocare a dadi con le vite di tutti noi. E i disastri li seguono. È vero?»

Wilson si lisciò i baffi, serio. Annuì. «Incendi. Inondazioni. Raptus omicidi, minacce da fine del mondo, rapine a negozianti di orologi a cucù, tutto questo e peggio. Però…»

«E uno di questi disastri succede sempre quando si ritrovano per la prima volta, no?»

«Beh, non è proprio una regola scritta, però…»

«E allora perché siamo ancora qui

«Giovanotta, calma ti dico!» Wilson le batté un dito sulla fronte. «Non è la prima volta che mi ritrovo in una storia del genere. Ce la caveremo, ma ho bisogno che tu ti fidi di me. Ti fidi di me, Pip?»

L’halfling deglutì. Lanciò un’occhiata verso la porta della sala, incerta, poi fece un respiro «Wilson… Sì. Sono con te. Dimmi cosa devo fare.»

«Brava ragazza.» L’uomo si tirò in piedi. «Allora vai in cucina e prepara loro il pranzo, che io esco.»

Pip afferrò una teglia dal banco della cucina e gliela dette sullo stinco.

«Ahi! Ahh! Che accidenti…?»

«Brutto pallone da circo, tutto quel discorso e poi provi a piantarmi in asso?»

«Cosa? No, non…. AHI! Basta, smetti!»

«Carogna che non sei altro!»

«No, Pip, ferma! So quello che sto facendo! Non abbiamo altra scelta se vogliamo impedire il disastro!»

L’halfling trattenne l’arma non convenzionale dal calare una terza volta. «…spiegati.»

Wilson era accucciato sui talloni, intento a sfregarsi gli stinchi e gemere. Soffiò e a denti stretti disse: «La chiave è il vecchio.»

Pip abbassò un poco la padella. «Il vecchio? Che intendi dire?»

«Il vecchio. Dai, quello che siede sempre al tavolo in fondo, dove arriva male la luce? Saranno un paio di settimane che lo abbiamo in locanda, viene ogni giorno.»

«Il vecchio? Dalf, Dolf, come si chiama? Lui?» La padella si risollevò di un paio di centimetri. «Il vecchietto rimbambito che passa pomeriggi a fumare la pipa e a parlare da solo?»

«Ma certo, lui. Non capisci? Non parla da solo, prepara il discorso. E poi ha sia un cappello a punta che un mantello con cappuccio.»

«…mi ero chiesta come facesse a indossare tutti e due insieme»

«Vero? Voglio dire, il secondo sembra ridondante. Comunque,» Wilson si tirò di nuovo in piedi, stavolta con una smorfia, «lui è un Mentore. Ne sono sicuro.»

Pip lo guardò, confusa.

Wilson ricambiò l’occhiata. «Dai. Un Mentore.»

«…uno di quelli assunti dal municipio per convincere gli stramboidi a lasciare in fretta la città?»

«Quelle sono solo chiacchiere cattive. Anche se…» Wilson si carezzò il mento. «Il vecchio ieri mi ha chiesto se conoscevo un cappellaio, in paese, perché voleva fare un ordine. Dici che…?»

«È importante?»

«Beh se fosse vero darebbe una brutta tinta al nostro sindaco. Molto poco ospitale»

«Intendevo, è importante per noi, adesso?»

«Oh. Scusa, no, credo di no. Quello che importa è questo.» Wilson si chinò in avanti. «Quando un gruppo di Tizi Importanti si riunisce, spesso segue un qualche tipo di incidente. Morti variabili, danni collaterali oltraggiosi. Ma sempre, e dico sempre, cioè non proprio ma quasi, almeno alcune volte, il danno succede dopo che un Mentore li ha convinti ad andare da qualche parte. Capito?» Wilson picchiettò l’indice sulla tempia. «Dobbiamo solo impedire che si incontrino in locanda e il gioco è fatto.»

«…è una mia impressione o ci sono molti forse in questa spiegazione?»

«Ah, non hai capito? Vuoi che te lo spieghi di nuovo?»

«Per favore no.» Pip prese un respiro. «Va bene. Quindi…»

«Quindi tu, Pip, ti metti ai fornelli, li fai mangiare, fai il caffè e dai loro un messaggio da parte del vecchio. Di’ loro che aveva un appuntamento dal dottore del monastero e che devono raggiungerlo lì.»

«…eh?»

«Sì, ho come l’impressione che il vecchio non fumi solo tabacco, in quella pipa.» Wilson si sistemò il colletto. «Avresti dovuto vedere come sbandava ieri sera, prima di farsi investire dalla carrozza.»

«Oddio, poverino. Ma sul serio, il dottore del monastero…?»

«Beh, certo. Dove altro cercheresti un dottore?»

«…in qualche modo, sento che ci dovrebbe essere una qualche opzione prima di “monastero”.»

«Cattedrale?»

«No, accidenti a te.»

«Comunque, non si è fatto nulla di serio. Ma so che l’hanno portato a passare la notte là, si era preso una brutta storta. Ed io ora lo seguo e lo convinco a restare a riposo per un po’ di tempo in più. Chiaro il piano?»

«Tutto chiaro. Tranne la parte del perché sono io quella che deve restare indietro nella topaia a rischio di catastrofe.»

«Primo, obietto al ripetuto uso della parola topaia. E poi, Pip, è l’unico modo. Hai visto come mi guardava la signora Valpinax? Se resto io, lei non andrà mai via.»

«Oh, ma per piacere…»

«E conosco l’abate, mi farà senz’altro entrare se glielo chiedo.»

«Mh.» Pip posò l’arma antiaderente e incrociò le braccia. «D’accordo. Basta chiacchiere, facciamolo.»

Wilson annuì. «Per la nostra locanda.»

«Per noi, Wilson. Per restare vivi.»

«E con un’impresa di ristorazione ben avviata.»

«Muoviti!»

Partirono a passo deciso. 

Si scambiarono un ultimo cenno d’assenso e spalancarono la porta per l’interno della locanda.

«…e questa, giovani eroi! Questa è la profezia!» Il vecchio sbatté il bastone sul tavolo di Quelli Importanti, il peso appoggiato sulla stampella, il cappello a punta in equilibrio sopra il cappuccio e la lunga barba che fluttuava come scossa da chissà quale spiffero. «Questa contea, tutto il regno dipende dalle vostre gesta!»

Una pausa di silenzio. Una pausa di silenzio e sguardi significativi.

Sguardi Importanti, tra i quattro appena declamati eroi.

Sguardi perplessi tra gli avventori, alcuni con il cucchiaio ancora sospeso sul piatto.

E lo sguardo che Pip mosse lenta su Wilson, un poco diverso dagli altri nella sala. «Al monastero, eh?»

«Beh. Ti avevo detto che lavorano bene.»

«Mh. Dici che siamo fregati?»

«La speranza è l’ultima a morire, Pip. Forse…»

Grida eruppero per strada all’improvviso. «I morti! I morti sono usciti dalle tombe! Aiuto!»

Wilson schioccò le labbra. Con molta discrezione, richiuse la porta del retrobottega. «Tuttavia ci sono anche pregi nell’approccio più pratico, non credi Pip? Passami la ramazza, per piacere.»

L’halfling gliela allungò. Andò a chiudere i catenacci alle finestre mentre lui sbarrava le porte.

Dall’interno della locanda si sentirono grida, poi rumori di spade.

Pip si sedette a terra, le braccia attorno alle ginocchia. Wilson la raggiunse e si sedette accanto a lei, la cucina sprangata illuminata appena dalle braci del focolare.

Rimasero in silenzio quando gli scossoni delle prime esplosioni fecero tremare le pareti. Alzarono lo sguardo solo quando un filo di polvere sfarinò dalle assi del soffitto.

Insieme lasciarono andare un lento sospiro.

«Cosa abbiamo imparato, Pip?»

«Sta’ zitto. Voglio un aumento.»

Leonardo Sardelli è da sempre un appassionato di Fantasy, giochi di ruolo e in generale di storie. Scrivere è più che una passione per lui e ha avuto il piacere di essere già stato pubblicato un paio di volte, nelle antologie di racconti “Cartoline da Firenze”(L’Erudita, 2023) e “Storie di Donne” (Biblioteca civica “Bruno Emmert”, Edizione del 2022).

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