Sticazzi: la parola romana che chiude il mondo in due sillabe
“Lo sticazzi è come il nero… sta bene su tutto.” (Anonimo)
A sentirlo da fuori sembra una volgarità comoda.
A sentirlo da Roma è altro.
Sticazzi non è solo una parola.
È un atteggiamento.
Un modo di dire: non mi riguarda, non mi smuove, non ci spendo il cuore.
Cosa significa davvero “sticazzi”
Nel senso più diretto, sticazzi equivale a:
“non me ne importa nulla”, “amen”, “e quindi?”.
La forza sta nel taglio.
In una sola uscita, un romano può chiudere una discussione, un dramma, una notizia inutile.
Non è sempre cattivo
Può essere anche leggero.
Ironico.
Quasi affettuoso.
Dipende da tre cose: tono, faccia, contesto.
Roma è una lingua fatta anche di sopracciglia.
L’errore più comune: usarlo come stupore
Molti lo usano così:
“Sticazzi! Che roba!”
A Roma, no.
Quello è un uso sbagliato, perché gli toglie la sua natura: il distacco.
Se vuoi dire “mi stai prendendo in giro”, si dice altro
Per lo stupore vero, quello secco, romano, si usa: “me cojoni!”
È meraviglia, incredulità, botta improvvisa.
Ed è lo stesso mondo che poi genera coglionare:
prendere in giro, far credere una cosa, tirarla lunga.
Come dire: “ma dai… non ci credo”.
Perché “sticazzi” è (anche) una filosofia
Non è cinismo gratis.
È una selezione.
Sticazzi ti ricorda che non tutto merita attenzione.
Che molte cose chiedono spazio solo per rumore.
E tu puoi scegliere di non darlo.
Andrea Pietrangeli lo dice in modo più lirico:
“Lo Sticazzi… ti protegge da ogni tuo mostro, da ogni catena, da ogni blocco, da ogni ferita.”
Chiusura fenomenologica
In un tempo che ti vuole reattivo su tutto, sticazzi è una piccola disobbedienza. Non è menefreghismo. È igiene mentale.
E adesso la domanda vera è una sola: quante cose, oggi, meritano davvero il contrario di sticazzi?
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