Roma (NEV), 6 febbraio 2026 – Il Rapporto “Le edicole del futuro, il futuro delle edicole” diffuso dall’Associazione stampa romana descrive uno scenario preoccupante e denuncia il rischio scomparsa delle edicole, dalle grandi città ai piccoli centri urbani.
“Da ormai circa un ventennio il mondo degli editori di quotidiani sta attraversando una profonda crisi che, seppur di recente paia attenuarsi, non sembra avere fine – si legge nel Rapporto –. Il calo costante delle vendite di giornali, fenomeno che con poche eccezioni si conferma a livello globale, è compensato solo molto parzialmente dagli abbonamenti digitali; questo, congiuntamente al crollo della raccolta pubblicitaria sulla carta stampata e al predominio di pochi attori che concentrano su sé stessi la fetta maggiore dell’advertising online, ha indebolito anno dopo anno gli editori di quotidiani del nostro Paese, rendendo necessarie ristrutturazioni e dolorosi licenziamenti e prepensionamenti”. Ne parliamo con Gian Mario Gillio, giornalista professionista che dallo scorso ottobre è il nuovo direttore della Comunicazione (Stampa, Radio e Televisione) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI).
«Il rapporto conferma dati ormai noti, un lento e costante calo di vendite di giornali e riviste soprattutto dopo l’arrivo delle nuove tecnologie capaci di rendere disponibili contenuti online, notizie, approfondimenti e speciali in formato pdf di giornali e periodici, con grandi facilitazioni come la lettura in voce per l’ascolto di articoli, l’ingrandimento dei caratteri digitali (font), per agevolare la lettura sugli schermi, e soprattutto la possibilità di abbonarsi a prezzi contenuti senza dover raggiungere l’edicola o farsi portare il giornale davanti alla porta di casa. Un percorso progressivo e immaginabile quello dell’abbandono della carta stampata con il conseguente e inesorabile calo di vendite, dunque l’inevitabile scomparsa delle edicole. Per quanto mi riguarda un gran dispiacere nella desolazione».
L’editoria evangelica e protestante vive la stessa impasse?
«Sì, l’editoria evangelica vive la medesima situazione, seppur la produzione editoriale mensile o settimanale non abbia mai avuto numeri tali da poter rientrare nella crisi editoriale collettiva, anche perché è sempre stata indirizzata essenzialmente alle comunità e ai membri di chiesa. Certo, con l’intento e la volontà di aprire il dibattito verso l’esterno, raggiungere lo spazio pubblico, coinvolgere giornalisti mainstream e persone interessate alla nostra realtà di chiese di minoranza».
Cosa emerge dalla lettura del Rapporto?
«I dati disegnano un mondo che corre veloce, troppo veloce e diverso dal passato. Ad esempio quotidiani noti toccano numeri di vendite molto bassi a livello nazionale, addirittura numeri di vendite paragonabili a quelli che la rivista Com Nuovi Tempi negli anni ’60 e ‘70 era in grado di sostenere. Parlo del periodico nato dalla fusione di due riviste, una delle chiese protestanti “Nuovi Tempi” e l’altra delle Comunità di base “Com” – oggi rivista Confronti – , che riusciva a far circolare settimanalmente, tra abbonati e vendite, 30mila copie. Cifre enormi allora e oggi affiancabili a quotidiani nazionali più noti e storici. Una débâcle per la carta stampata che fa riflettere e che fotografa il quadro drammatico dell’editoria».
Tutta colpa delle nuove tecnologie?
«No. Non credo, certo le nuove tecnologie hanno favorito il lento declino del cartaceo. La comodità, l’immediatezza, la gratuità – mai gratuita, ricordiamolo -, che offre il web sono impareggiabili. La possibilità di poter raggiungere ogni angolo remoto del mondo, trovando notizie, video, immagini, è il lato prezioso del web, dall’altra questa possibilità così facile e immediata ha appiattito, annichilito, banalizzato, ridotto a mera fiction concetti, fatti e notizie. Il calderone dell’online è oggi la banalizzazione superficiale anche del male, parafrasando Hannah Arendt. Solo chi era già avvezzo alla lettura impegnata, alla ricerca, ad un allenamento della capacità d’attenzione, riesce a usare le nuove tecnologie nel modo migliore. Chi invece, soprattutto le nuove generazioni, arriva da percorsi diversi, difficilmente riesce a cogliere altro rispetto a ciò che la rete propone (o propina). Spesso in questo tranello cadiamo anche noi giornalisti e operatori della comunicazione. Il web veloce non lascia spazi agli approfondimenti, e la velocità spesso non permette il controllo di ciò che si scrive, si produce, si riceve dalla stessa rete. La perenne ambiguità tra verità, post-verità, fake news, manipolazioni, sempre più grazie all’intelligenza artificiale, genera diffidenza, indifferenza, disattenzione, approssimazione. Anche l’editoria evangelica ha dovuto correre ai ripari e dunque adeguarsi, conformarsi per stare al passo con i tempi e proponendo siti online, newsletter, proponendo pagine social, vetrine necessarie oggi per promuovere la diffusione di notizie, comunicati, pensieri e immagini».
Si dice che in Italia non sia facile far “passare” nei media mainstream la comunicazione evangelica… È così?
«Vero. Viviamo in un paese condizionato dalla forte presenza cattolica. Essere minoranza rende, la nostra, una voce diversa, talvolta scomoda e marginale. L’analfabetismo religioso, presente anche in ambito cattolico, è molto persistente. Alcune ricerche universitarie raccontano bene questo fenomeno. La nostra presenza, dunque, in un contesto maggioritario, invita la società a una semplificazione, una equazione facile: l’Italia è cattolica. La nostra presenza evangelica è complessa (come lo è quella cattolica, senza equazione) e dunque spesso percepita come difficile. E necessita attenzione, pensiero, comprensione, lettura, interpretazione».
Siti web delle chiese locali, circolari, newsletter, giornali cartacei e online, le radio evangeliche, i blog personali, profili social, tuttavia, si moltiplicano…
«Questa importante miriade di informazioni, spesso trasversali, è il racconto quotidiano del nostro essere chiesa, del nostro esserci. Ben vengano dunque. Il nostro mosaico di chiese evangeliche e protestanti si muove, il più delle volte, in modo armonico. Diversa è la comunicazione istituzionale, più attenta alle dinamiche “politiche”, ecumeniche e sociali».
Essere “media” insieme, dunque?
«Certamente. Le chiese “assorbono” il territorio che abitano e restituiscono per osmosi il loro portato. Sono le chiese locali a indossare il vestito sociale delle piccole e grandi città. Sono le chiese locali a prendere la parola e a restituirla evangelicamente nell’agorà sociale che abitano grazie ai pastori e alle pastore, ai teologi e alle teologhe, agli esperti e alle professioniste del nostro mondo evangelico, prezioso e variegato. Tocca a noi però intercettare la comunicazione che ci circonda, e trovare il modo migliore per poterla cavalcare; nella consapevolezza che il nostro dovere narrativo sia più ampio, altro, legato sempre alla fede, alle nostre chiese federate, ma anche ai territori, alle città e a livello internazionale».
Una sfida possibile?
«In pieno post-giornalismo fatto di notizie che non nascono dalla realtà dei fatti ma da esigenze guidate da “parabole” che ne determinano la comparsa o la scomparsa, non è facile. Per questo la nostra mediazione etica, teologica e spirituale è più che mai importante – lo è tanto di più in una fase di grande spaesamento e di sfiducia. Per farlo dobbiamo essere sinceri con noi stessi e con chi ci osserva da fuori, con chi ci legge, ci guarda in tv e ci ascolta in radio. Cercando di essere un po’ più coraggiosi; facile sarebbe conformarsi al pensiero unico e dominante. Compito della comunicazione è raccontare, interpretare, mostrare, ma anche smascherare, spiegare, per generare pensiero critico, ed è ciò che tentiamo di fare».
Quindi potremmo parlare di “parresia” evangelica come parola d’ordine? Nel senso di coraggio e libertà di dire (o almeno cercare) la verità?
«Sì, quella franchezza necessaria per valorizzare ciò che siamo e facciamo guardando alla nostra storia. Credo sia importante mostrare il prezioso lavoro e l’audacia esercitata dalle persone che hanno operato nelle redazioni del passato (Nev-Protestantesimo-Culto radio), imparare oggi dai professionisti che ci hanno preceduti, perché con il loro lavoro, la loro audacia e lungimiranza hanno regalato a tutti noi una grande possibilità: vivere questa sfida».
A chi pensava?
«Cito una figura per ricordarle tutte, e sono davvero tante sino ai giorni nostri: Giorgio Girardet. Un professionista, un teologo, un pastore, un divulgatore religioso lungimirante che ha saputo portare l’informazione evangelica in cima al monte Sinai della comunicazione italiana con il suo dinamismo e rigore intellettuale. Anzi ne cito due: Maria Sbaffi Girardet, sua moglie – che dal 1985 al 1991 fu direttora dell’Agenzia Stampa Nev – due figure professionali e umane che sono una fonte di inesauribile ispirazione».
Gian Mario Gillio, trent’anni di comunicazione evangelica
Direttore di Radio Beckwith dal 1995 (RBE è l’emittente valdese con sede a Luserna San Giovanni – To). Nel 2002, all’età di 31 anni, si trasferisce a Roma grazie a una borsa biennale conferita dalla World Association for Christian Communication (WACC). Pubblicista dal 2000 e giornalista professionista dal 2005, dopo aver ricoperto il ruolo di responsabile dell’ufficio stampa e comunicazione della Casa editrice Editori Riuniti ricopre il ruolo di direttore della rivista Confronti (Com Nuovi Tempi) dal 2007 al 2014 e in quegli anni il ruolo di Segretario generale del Coordinamento delle riviste italiane di cultura (CRIC) e di presidente del Coordinamento delle radio evangeliche italiane (CREI). Attualmente è iscritto al Corso di laurea triennale in Scienze bibliche e teologiche (LSBT) della Facoltà valdese di teologia (tesi in lavorazione), scrive per il settimanale Riforma – Eco delle valli valdesi di Torino ed è l’addetto stampa della Tavola valdese. Siede nel direttivo dell’Associazione Carta di Roma e del Centro culturale protestante di Torino ed è il portavoce di Articolo 21 del Piemonte. Membro di giuria e referente nel capoluogo del Premio giornalistico d’inchiesta “Roberto Morrione” e del Premio “Vera Schiavazzi”. Dal 2019 al settembre 2025 ha coordinato il Servizio Istruzione ed educazione (SIE) della FCEI. Tutt’oggi cura la rubrica mensile dal titolo “Tra le parole” per il Culto evangelico trasmesso da Rai Radio1. Nel 2014 ha ricevuto il Premio per la libertà d’informazione “Paolo Giuntella” (vaticanista Rai) conferito congiuntamente dall’associazione Articolo 21 e dalla Federazione nazionale stampa italiana (FNSI).