Il principale “scudo” alle tariffe doganali USA, e la ragione per cui non si sono ancora registrate ripercussioni drammatiche sulla congiuntura canadese, è rappresentato dall’accordo USMCA — dalle sigle dei tre Paesi firmatari: Stati Uniti, Canada e Messico — sottoscritto nel luglio 2018. L’accordo sostituisce, rivedendolo in alcune parti, il precedente NAFTA (North America Free Trade Agreement) siglato nel 1994, confermando sostanzialmente la liberalizzazione del commercio tra i Paesi aderenti e ampliandola alla condivisione delle normative relative alla protezione della proprietà intellettuale, alle regole d’origine, al livello minimo di retribuzione salariale per le aziende straniere operanti in Messico. Include inoltre l’accesso al mercato canadese per i prodotti lattiero-caseari statunitensi, confermando l’esenzione dai dazi per i prodotti industriali — in particolare autoveicoli e parti — purché il 75% dell’“industrial content” sia prodotto all’interno dei tre Paesi aderenti. L’accordo aumenta anche il valore “de minimis” (800 dollari) delle spedizioni esenti da dazi, misura revocata per Canada e Messico, oltre che per tutti gli altri Paesi, a partire dal 25 agosto scorso.
I settori più penalizzati dai dazi USA
Gran parte dei prodotti canadesi esportati verso gli Stati Uniti rientra in tali parametri e non è sottoposta a dazi, che invece colpiscono nella misura del 50% l’acciaio e, in misura minore — calcolando il dazio sulla percentuale di contenuto di acciaio — prodotti derivati quali macchinari industriali e alcuni materiali per edilizia, oltre che l’alluminio e il legname, soggetti a un dazio del 35%. Queste categorie di prodotti stanno registrando un calo delle esportazioni verso gli USA, mediamente intorno al 5%, solo marginalmente compensato da vendite verso altre destinazioni.
Le incertezze sul rinnovo dell’USMCA
L’attuale trattato commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico, che ha sostituito il NAFTA, è stato voluto da Donald Trump durante il suo primo mandato ed è entrato in vigore il 1° luglio 2020. Ha una durata di sedici anni e prevede una revisione ogni sei anni.
In vista dell’avvio dei negoziati per il rinnovo, lo stesso Donald Trump ha rilasciato dichiarazioni relative a un possibile inasprimento delle condizioni di accesso al mercato statunitense per i prodotti canadesi e messicani, ventilando anche l’ipotesi di un ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal trattato. Tali affermazioni hanno provocato, tra le altre reazioni, quella dell’Associazione dei Costruttori di automobili americani, che preme per una revisione dell’accordo orientata a rafforzare l’integrazione della filiera ai due lati del confine.
L’introduzione di ulteriori clausole “protezioniste” avrebbe conseguenze disastrose per il settore sia dal lato statunitense sia da quello canadese, anche se le dimensioni del mercato potrebbero incoraggiare alcuni produttori stranieri a trasferire la produzione negli Stati Uniti, un processo che richiederebbe comunque tempi lunghi.
Il Congresso e i margini di protezione garantiti
Come sopra menzionato, anche il Congresso USA ha manifestato la propria opposizione alle prese di posizione di Trump, votando lo scorso 11 febbraio una risoluzione contraria ai dazi sul Canada e sottolineando come, per la maggior parte degli Stati americani, il Canada rappresenti il principale cliente. Secondo uno studio della Royal Bank of Canada, l’89% dei prodotti esportati dal Canada verso gli Stati Uniti — rientrando nei parametri del Trattato — non è soggetto a tariffe doganali. I dazi colpiscono prevalentemente alluminio, acciaio e legname e, in misura minore, alcune parti di ricambio automobilistiche non conformi alle disposizioni dell’accordo.
L’impatto attuale e prospettico delle tariffe sull’economia canadese
Secondo lo studio della banca canadese, mediamente le tariffe applicate ai prodotti canadesi non superano il 5%, rispetto alla media del 2,2% precedente all’entrata in vigore dei dazi, e hanno avuto finora un impatto limitato sull’economia canadese (PIL in calo dello 0,4% nel terzo trimestre 2025). Le previsioni per il medio termine indicano tuttavia un impatto progressivamente crescente delle tariffe sia sull’economia canadese sia su quella statunitense, con un incremento dei costi per le imprese e, di riflesso, per i consumatori.
Tali aumenti sono attualmente ancora molto contenuti, poiché assorbiti in questa prima fase prevalentemente dagli importatori, ma a breve si trasferiranno sui consumatori finali, soprattutto nei settori dei prodotti alimentari, delle costruzioni, dei macchinari e dei veicoli, che risentono degli incrementi dei costi all’importazione di legname e acciaio.
La partita dei dazi reciproci
Lo “scudo” dell’USMCA vale ovviamente anche per i prodotti statunitensi, che in gran parte non subiscono i dazi del 25% introdotti dal Canada come misura di reazione. Questi dazi riguardano per lo più settori analoghi: acciaio e derivati, prodotti lattiero-caseari, carni preparate e attrezzature sportive.
Il settore più colpito dai dazi reciproci è quello dei metalli e dei prodotti derivati, che ha già comportato per i consumatori canadesi e americani un aumento dei prezzi degli autoveicoli, stimato intorno al 5%. Si tratta di un comparto che incide per oltre il 20% dell’interscambio bilaterale e che rappresenta una filiera storicamente integrata tra i due versanti del confine, in particolare tra Ontario (Windsor) e Michigan (Detroit).
Le trattative per la revisione del trattato fra i tre Paesi, che avranno inizio nelle prossime settimane, si preannunciano difficili. Sono già in corso colloqui e contatti — anche a livello imprenditoriale — tra Messico e Canada per definire una posizione unitaria di fronte alla prevedibile rigidità statunitense, orientata a ridimensionare i contenuti dell’accordo trilaterale in vigore per sostituirli con nuove regole basate su rapporti bilaterali.
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