Incontro con lo scenografo e costumista Matteo Corsi | Rizzoli Education

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“Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso su una guancia, un sole che esce da sottoterra.

Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco”.

Victor Hugo

Al centro della Sala Caldaie della Centrale Montemartini, sede distaccata dei Musei Capitolini di Roma, è situata una bellissima scultura che rappresenta Polimnia, una delle nove figlie di Zeus e Mnemosine. Protettrice della poesia, della retorica e della memoria, Polimnia è anche la musa che sovrintende alla pantomima e alle arti teatrali.

Musa Polimnia (dagli Horti Spei Veteris, Roma), copia romana del II secolo d.C. di originale ellenistico del II secolo a.C., marmo pario, h. 159 cm, Roma, Musei Capitolini, Centrale Montemartini.
Proprio come questa affascinante scultura dallo sguardo sognante e dal volto parzialmente velato, il mondo del teatro appare come un universo caratterizzato da seduzione ed incanto.
La magica attrattiva del teatro non si esaurisce però nella sola attività attoriale e recitativa, ma nasconde nel suo grembo, dietro le quinte, un complesso universo fatto di creatività e progettazione, di linguaggi artistici e di abilità tecniche ed artigianali che si intrecciano fra di loro.
È di queste attività produttive, fondamentali per l’originalità e la riuscita di uno spettacolo, ma poco conosciute al pubblico, che vogliamo parlare con Matteo Corsi, scenografo e costumista emergente che, nonostante la giovane età, ha già al suo attivo diversi progetti realizzati con teatri e compagnie nazionali ed estere.

Inizialmente le chiederei di definire la sua professione che, probabilmente, è meno conosciuta rispetto ad altre che gravitano intorno al mondo dello spettacolo.
Lo scenografo si occupa di ideare, progettare e seguire tutto il lavoro di realizzazione, montaggio e buona riuscita di un progetto di scenografia. Può lavorare in diversi ambiti come il teatro, il cinema, la televisione o l’allestimento di eventi.
Il costumista fa la stessa cosa, ma per i costumi. Segue quindi la realizzazione di un costume dalla ideazione fino alla confezione in sartoria, scegliendo i tessuti, le finiture e curandone tutti gli aspetti.
Occuparsi di un progetto non significa soltanto idearlo, ma anche pensare a quali siano i materiali migliori, gli effetti pittorici. le problematiche tecniche e le soluzioni più congeniali al progetto.
Il costumista deve anche avere la competenza per occuparsi di Trucco, calzature e parrucche o acconciature.

Nell’ambito della sua formazione, quali sono state le esperienze di crescita più importanti? Esperienze compiute più sui libri o sul campo?
Scenografo e Costumista sono figure molto complesse, per riuscire a sostenere tale ruolo è importante avere una formazione sia teorica, sia pratica.
Ci sono conoscenze generali molto importanti da acquisire nella fase di formazione e che germinano con lo studio, prima di approcciarsi al singolo spettacolo.
Alcune modalità e “trucchetti” invece li si imparano sicuramente sul campo e attraverso le esperienze lavorative, ma per arrivare a gestire una scenografia o i costumi di un intero spettacolo bisogna essere molto preparati e ricchi di conoscenze sia teoriche, sia pratiche e tecniche.

Come definirebbe, per uno scenografo e costumista,  la curiosità  e la conoscenza di discipline artistiche e umanistiche quali  musica, letteratura, arti visive: importanti o fondamentali?
La conoscenza rispetto queste discipline è sicuramente fondamentale.
L’ispirazione può arrivare da molteplici esperienze e stimoli.
Altrettanto fondamentale in questo mestiere sono la curiosità e la capacità di sfruttare il vissuto.
Ovunque si possono trovare spunti e stimolazioni utili: le sensazioni prodotte da un brano musicale, i colori di un luogo, una pubblicità stampata su un autobus, l’arredo di un ristorante, un abbinamento curioso nell’abbigliamento di un passante, una vecchia foto o le forme che si vedono casualmente in natura.
È importante far tesoro di queste esperienze visive, tanto quanto dalle conoscenze prodotte dalle discipline artistiche e umanistiche e sfruttare tutto ciò in scena.
Molto spesso alcuni impulsi arrivano da dove non ce li si aspetta, riuscendo  ad innescare il ragionamento che ci porta ad una scelta visiva vincente.
Bisogna essere grandi osservatori e sfruttare davvero tutto!
La scenografia e il costume non afferiscono soltanto  ad un aspetto visivo, ma è fondamentale che siano anche drammaturgici:  il luogo e l’abbigliamento aiutano a costruire i personaggi e le sensazioni delle vicende.
Molto di una vicenda si racconta anche con un luogo o un costume.

Sarebbe possibile indicare sinteticamente quali siano le fasi principali di un progetto  scenografico?
Ci sono moltissimi modi, ognuno ha il proprio metodo, io tendenzialmente inizio con lo studio dell’opera, testo o la sceneggiatura.
Confrontandosi con il regista bisogna riuscire a cogliere le sue intenzioni e quale “taglio” vuole dare allo spettacolo.
A quel punto inizia uno studio mirato sul periodo, gli ambienti o l’idea di spazio che si vogliono andare a ricreare, fino ad arrivare a delle bozze preliminari.
Io utilizzo molto i taccuini su cui appunto, disegno, scrivo, scarabocchio. Il taccuino lo porto sempre con me perché, come dicevo, le ispirazioni sono dappertutto.
Dopo queste prime fasi, arrivo ad una bozza di scena appuntata, che poi, passo a passo, viene disegnata meglio e riportata su computer,  in modo da calarmi in maniera diretta nella realtà fisica del teatro in cui dovrà svolgersi lo spettacolo. Solo così riesco a concentrami sulle possibilità o problematiche tecniche, proprio in relazione allo spazio o al teatro che deve accogliere la scena.
Risolte gli aspetti visivi, drammaturgici e tecnici , passo alla realizzazione di bozzetti.
Con i bozzetti realizzo disegni tecnici ed esecutivi degli elementi  di scena, per far capire ai costruttori di laboratorio da quali elementi è composto il progetto e come realizzarlo. In questa fase, cerco di essere il più dettagliato e preciso possibile e successivamente passo alla realizzazione di una maquette.
A questo punto parte il confronto con il laboratorio sulle prove di texture, i colori e i vari aspetti o materiali che compongono la scena.
Il confronto costante con il regista e tutto il team creativo che lavora allo spettacolo è fondamentale.

Quali caratteristiche/doti deve avere chi svolge la sua professione?
In un lavoro artistico in generale, bisogna avere una spiccata sensibilità, in teatro credo che sia ancora più necessario.
Bisogna riuscire a far combaciare tantissimi aspetti, organizzativi, progettuali, tecnici e umani.
Il teatro è fatto di persone e i rapporti che si creano sono fondamentali per la buona riuscita del progetto.
Artisti, musicisti, maestranze, lavoriamo tutti per uno scopo ed è stupendo.
Bisogna riuscire a creare una macchina funzionale in tutti gli ingranaggi.
Interfacciandosi con diversi reparti e professionalità del teatro è importante, perché bisogna riuscire a trasmettere le proprie idee e, contemporaneamente, mediare con gli altri.
È un lavoro stupendo e trovo che sia giusto prenderlo in modo molto serio e professionale, ma allo stesso tempo godersi ogni istante di quella magia.
Personalmente cerco di essere sempre allegro e brillante anche se a volte alcune situazioni sono complesse, bisogna riuscire a dare sicurezza a chi lavora per il nostro progetto e amo farlo con buonumore, leggerezza e un sorriso.

Dietro le quinte di un teatro è quindi  da ritenersi importante il lavoro d’équipe?
Assolutamente sì: il lavoro di squadra è alla base della riuscita dell’attività teatrale.
Uno spettacolo racchiude tanti aspetti e professionalità ed è fondamentale andare tutti nella stessa direzione lavorando sulla stessa lunghezza d’onda e per lo stesso scopo.
Il rapporto con il regista, per esempio,  è molto delicato:  bisogna permettergli di lavorare su uno spazio confacente alle sue idee, magari dandogli stimoli che non aveva considerato e proponendogli possibilità di ingressi, altezze, oggetti che lo aiutino e stimolino dal punto di vista registico.
È bellissimo quando ci si influenze e si lavora uno sulle idee dell’altro.
Per il costume il metodo è lo stesso, bisogna riuscire a rendere il personaggio che il regista aveva immaginato, magari esaltandone alcuni aspetti proprio attraverso l’abito e dando possibilità sceniche e registiche anche con il costume. Alcune azioni possono partire proprio dall’abito.

Cosa consiglierebbe a chi volesse oggi intraprendere il suo stesso tipo di carriera e svolgere una professione analoga alla sua?
Questo  tipo di carriera non ha una strada ben definita, ma sicuramente moltissime sfaccettature e diverse possibilità di formazione.
Ci sono vari modi per arrivare a lavorare come scenografo e costumista.
Alcuni scenografi sono partiti dall’architettura, dalla pittura, la scultura o il design del prodotto.
Quello che mi sento di consigliare è sicuramente di frequentare tantissimo il teatro e di ampliare al massimo il proprio orizzonte,  andando a spettacoli di prosa e d’opera, a musical e concerti,  a film, mostre, eventi culturali.

Qual è stato il progetto più significativo che ha realizzato? E invece quello più difficile?
Al momento il progetto più significativo l’ho realizzato per  “L’occasione fa il ladro” di Rossini andato in scena al teatro sociale di Rovigo.
È stato il primo “grande” spettacolo d’opera per cui ho curato sia scene che costumi.
Avevo partecipato ad un concorso e vinto per entrambi i ruoli.
È stato molto importante per me, perché ho sentito di essere riuscito in quello che prima magari facevo per piccole compagnie o per spettacoli più semplici, ossia far comunicare scene e costumi in modo complementare.
Mi piace moltissimo riuscire a far comunicare le scene e i costumi insieme, magari legandoli per forma, colore o materiali.
Per questo spettacolo sento di essere riuscito a ricreare un ambiente armonico,  sia in termini di spazio che di costumi.
Il lavoro più complesso l’ho svolto, al momento, per lo spettacolo “Arcifanfano Re dei Matti”, con musica di B. Galuppi e su libretto di C. Goldoni, andato in scena al teatro Malibran di Venezia.
Anche in questo caso avevo vinto un concorso e per quest’opera curavo le scene.
La scenografia consisteva in una grande decorazione di boccascena piena di lampadine, come fosse l’ingresso in un luna park e, a centro palco, un grosso carrozzone che sembrava essere appena stato parcheggiato in teatro.
Questo carrozzone aveva porte o finestre su ogni lato ed era decorato con effetti, pitture, luci ed attrezzeria.
Il carrozzone ruotava su se stesso svelando ognuna delle sue facciate;  ad un certo punto, attraverso i portelloni posti su ognuno dei prospetti, il carrozzone si apriva e magicamente svelava un teatrino barocco funzionante, con tele dipinte e cambi scena.
La dinamicità della struttura, per la rotazione, le aperture, i cambi scena all’interno del carrozzone e la complessità decorativa,  mi ha spinto a dover risolvere numerosissime complessità tecniche e visive, ma è stato davvero molto appagante  vederlo funzionare in scena.

C’è invece nel cassetto un desiderio da concretizzare in termini di luogo in cui lavorare e/o  opera alla quale dare forma in termini di scenografia e costumi?
Il desiderio è proprio quello di riuscire a lavorare  sempre come scenografo e costumista nei più grandi teatri nazionali ed esteri.
In Italia, due mete importanti sono senza dubbio il Teatro alla Scala di Milano e il Teatro San Carlo di Napoli.
Come titoli d’opera mi piacerebbe tantissimo lavorare al trittico pucciniano, per poter risolvere nella stessa serata di spettacolo tre ambienti apparentemente molto diversi tra loro.
Inutile dire che, come quasi tutti i miei colleghi, il sogno grande è quello di poter lavorare a opere della portata di Aida o Turandot.

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