Festival di Sanremo 2026

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Più che una gara, un Black Friday delle major

Al Teatro Ariston quest’anno si respirava un’aria particolare. Non quella rarefatta della grande musica, ma piuttosto quella di un centro commerciale il sabato pomeriggio: luci ovunque, brand in vista, sorrisi strategici. Solo con più paillettes e meno parcheggi.

La sensazione dominante? Che il Festival fosse diventato il Black Friday delle major.

In particolare Warner Music Group sembrava aver fatto la spesa grossa: artisti, autori, featuring, coreografi. A un certo punto mancava solo che il conduttore, Carlo Conti, annunciasse:
“E ora, direttamente dal reparto surgelati Warner, il prossimo cantante!”

Per chi — come il sottoscritto — ha visto quasi quarant’anni di Festival, l’effetto è stato curioso: come assistere a una partita di poker in cui uno gioca con le fiches e gli altri con i bottoni della camicia.

Il “Warner Show”: universo parallelo

Ogni busta aperta? Sembrava Warner.
Ogni applauso? Warner.
Ogni inquadratura? Viene il dubbio anche quella.

Il Festival di Sanremo 2026 è apparso più come un corporate event che come una competizione artistica. Un grande showcase industriale perfettamente orchestrato.

E poi, nel mezzo di questo dominio sistemico, ecco lo scarto narrativo.

Vince Sal Da Vinci.

Trionfo, miracolo o glitch del sistema?

La vittoria di Sal Da Vinci è stata accolta come quando il computer decide di aggiornarsi nel mezzo di un lavoro importante: sorpresa, confusione, un filo di rassegnazione.

Eppure il messaggio è interessante.

  • La nostalgia funziona. Sal porta sul palco un melodramma che farebbe impallidire le telenovelas anni ’90.
  • Il pubblico ama il riconoscibile. Melodie rassicuranti, testi che sembrano già pronti per essere ricamati sui cuscini del divano.
  • La tradizione rassicura più dell’innovazione. Molti hanno avuto la sensazione di aver già sentito quella canzone. Forse nel 2003. Forse nel 2011. Forse in un sogno domenicale.

Sia chiaro: Sal Da Vinci ha fatto ciò che sa fare. Bene. Benissimo. Con mestiere impeccabile.

La domanda, semmai, è un’altra: era la proposta più innovativa?
O abbiamo assistito al trionfo del comfort musicale — quello che non divide, non disturba, non rischia?

Il grande paradosso

In un’edizione dominata dalle major, ci si sarebbe aspettati una vittoria “di sistema”: un nome da playlist globale, una canzone costruita per scalare algoritmi e classifiche streaming.

E invece no.

Ha vinto la proposta più melodica, più tradizionale, più rassicurante.

È come se il pubblico avesse detto:
“Sì, ok, fate pure takeover industriali… ma almeno fateci ascoltare qualcosa che ci ricordi quando la musica era musica, non un algoritmo con la frangetta.”

Il risultato è un paradosso affascinante:
la major conquista lo spazio, ma il trofeo lo porta a casa la tradizione.

Un po’ come se Amazon comprasse una città intera e poi il premio cittadino andasse al ferramenta sotto casa.

E adesso?

Adesso parte il rito post-Festival:

  • le radio che si dividono tra chi spinge il brano e chi finge di farlo,
  • i discografici che si danno pacche sulle spalle come se avessero previsto tutto,
  • il pubblico che si chiede come sia possibile che nel 2026 la canzone vincitrice sembri uscita da un’edizione di vent’anni fa.

Ma forse è proprio questo il punto.

In un mondo che corre, il pubblico ha scelto chi cammina.

Resta da capire se sia un segnale di saggezza… o di stanchezza.

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baratella@redblue.it