Si scrive Tortora, si legge sì - Partito Socialista Italiano

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di Lorenzo Cinquepalmi

Sei un uomo famoso, un uomo di televisione, di prima serata, di grandi ascolti. Uno di quelli le cui opinioni contano: moderato, garbato, ironico. Una mattina ti tirano giù dal letto i carabinieri, ti mettono i ferri, ti portano via. Ti accusano di trafficare droga, di spacciare nel tuo ambiente, l’ambiente dello spettacolo, che per tanti è ancora un mondo ambiguo e amorale. In fondo sei il bersaglio perfetto, quello colpito il quale tutto ciò che ti viene fatto girare intorno diventerà di per sé credibile; la tua popolarità diventerà il tuo stigma, e una pletora di ominicchi e quaquaraquà galleggianti tra informazione e spettacolo ti rovescerà addosso tutto il livore di cui sono generalmente capaci gli inquilini dei gradini più bassi della scala di Sciascia. Sei Enzo Tortora, così famoso che, per la proprietà transitiva della fama, chi ti frega diventa famoso a sua volta, al tuo posto; magari non nel tuo stesso ambito, ma nel suo sì. Mentre dal carcere rifiuti di cedere a qualsiasi compromesso, perché sei un uomo dritto e non baratti una libertà o una mezza libertà con il tuo onore, e mentre si scatena la canea degli sciacalletti e delle iene intorno al gattopardo ferito, c’è anche qualche altro uomo retto che impegna la sua faccia e la sua reputazione per difenderti: persone che, come te, nella scala di Sciascia occupano il gradino più alto, e Sciascia stesso tra loro. Quando una compagnia di giro di pentiti, magistrati e giornalisti ti rincorre nell’arena del processo come un toro sacrificale, infilandoti nella schiena le banderillas più immonde, fino a crocifiggerti con una condanna grottesca e congetturale, un pezzo di Italia che mostra di saper ancora pensare ti elegge deputato europeo. Ma tu rinunci all’immunità perché vuoi uscire da quell’arena in piedi, non trascinato dalla cuadrilla; vincitore perché credi che la tua vittoria sia anche la vittoria delle tante persone buone e pulite che ancora abitano il tuo, il nostro Paese. E vinci, assolto, con una sentenza la cui motivazione, in una comunità sana, dovrebbe colpire come un colpo di scure le tante comparse che, usurpato il ruolo di attori, hanno messo in scena un grottesco tercio de muerte contro di te. Invece, mentre tu, libero, regali a chi ti ha creduto un ultimo sorriso e paghi il prezzo della tua battaglia con una morte precoce, esito fatale del logoramento fisico e morale che ti è stato inflitto, iene e sciacalletti, laici e togati, riposte le banderillas buone per la prossima occasione, continuano a farsi spazio nei rispettivi ambienti, impuniti per l’orrore e la cattiveria che ti hanno inflitto. In un mondo migliore, si potrebbe sognare che un calibrato sistema di contrappesi prevenga corride come quella che hai dovuto affrontare; sognare che direttori di testate e ordini dei giornalisti impediscano la crocifissione a mezzo stampa o televisione di imputati prima della condanna definitiva (e, possibilmente, anche dopo). Sognare che magistrati inquirenti saggi ed equilibrati considerino le dichiarazioni interessate dei pentiti solo il punto di partenza di un lavoro di raccolta degli elementi oggettivi che servono ad accertare un fatto; sognare che giudici veramente terzi e indipendenti correggano subito, e non dopo un calvario di anni e in appello o cassazione, le distorsioni della realtà che qualche pubblico ministero particolarmente disinvolto o spregiudicato possa arrischiare. Ma sono solo sogni, che forse anche tu e Sciascia potete aver accarezzato in quell’inconsapevole crepuscolo delle vostre vite al quale vi siete affacciati dopo la conferma della tua assoluzione da parte della Cassazione (già, perché c’è stato un pubblico ministero che ha pure avuto il coraggio di impugnare in Cassazione l’assoluzione della Corte d’Appello). Un pezzetto di quel sogno abbiamo la possibilità di realizzarlo noi oggi; un pezzetto che, come la tessera di un puzzle, si incastra con il pezzetto della modifica dell’art. 101 della Costituzione, che ha scritto nella nostra legge fondamentale la regola aurea per cui il giudice è terzo e indipendente e il pubblico ministero è una parte del processo al pari della difesa, e non privilegiata. E si aggiunge al cuore del puzzle realizzato da Vassalli con l’introduzione di un processo accusatorio, al posto del rito inquisitorio, retaggio autoritario della dittatura fascista. Il nostro pezzetto del puzzle è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la riforma che rende i primi davvero, e finalmente, indipendenti e incondizionabili dai secondi. Che impedirà che il destino professionale dei primi passi attraverso maglie ordite dei secondi che dominano le correnti del CSM. Che aiuterà a fare un passo avanti verso una giustizia in cui la corrida a cui sei stato sottoposto abbia sempre meno occasioni di essere scatenata, perché quand’anche vi fosse ancora qualcuno incline alla tentazione di promuovere sé stesso mettendo in croce un imputato senza alcun riguardo per il dubbio che possa essere innocente, ci saranno giudici indipendenti ad arginarne l’arroganza. E verso un sistema di controllo disciplinare meno accondiscendente nei confronti delle forzature. Sulle schede del 22 e 23 marzo, dietro il sì ci sarà il volto di Enzo Tortora, dietro il no le facce di tutti quelli che lo hanno accusato, calunniato, svilito. E scegliere sarà facile.

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