La filosofia slow di Sparco

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Intervista a Niccolò Bellazzini, brand manager della società di Volpiano (Torino) nata nel 1977 per rendere il motorsport più sicuro e che oggi coniuga la ricerca di velocità e performance con la cultura della lentezza.

«Siamo una realtà che va veloce, perché viviamo di motorsport. Ma allo stesso tempo crediamo nell’importanza di saper coltivare anche la lentezza». Dalla Formula 1 alla partnership con Slow Food Italia, di cui dal 2024 è Sostenitore Ufficiale, di strada Sparco ne ha fatta tanta. Ne abbiamo percorsa un pezzetto in compagnia di Niccolò Bellazzini, brand manager della società con sede a Volpiano (Torino), per farci raccontare qualcosa di Sparco, che da quasi cinquant’anni produce abbigliamento tecnico per il settore racing, componentistica di precisione in carbonio per l’automotive alto di gamma, nonché scarpe antinfortunistiche ed abbigliamento da lavoro.

Niccolò Bellazzini a Terra Madre Salone del Gusto 2024

Che cosa significa lentezza, per Sparco?

Significa adottare politiche aziendale che non inseguano soltanto il profitto, ma che si fondano anche su un operativià responsabile che metta al centro la persona e la comunità aziendale nel suo complesso. E non solo. Il tema della sostenibilità è per noi oggi centrale: sia in termini energetici – gli impianti fotovoltaici installati sui nostri stabilimenti in Italia ci permettono di autoprodurre circa il 50% del nostro fabbisogno – sia per quanto riguarda lo scarto zero, possibile grazie alla verticalizzazione della nostra attività e filiera produttiva negli stabilimenti di nostra proprietà.

Ora ci arriviamo. Ma prima le chiederei di raccontare un po’ la storia di Sparco.

Sparco è stata fondata alla fine degli anni Settanta da tre piloti amatoriali desiderosi di rendere l’automobilismo uno sport più sicuro, in particolare per quanto riguarda la protezione dal fuoco. C’erano stati alcuni tragici incidenti, il più celebre fu quello di Niki Lauda nel 1976 al circuito del Nurburgring, e proprio dall’intuizione dei fondatori sarebbero poi nati i regolamenti adottati dalla federazione automobilistica: oggi il motorsport resta una disciplina certamente rischiosa, ma lo è molto meno di quanto non lo fosse in quel periodo: una parte dei meriti di questa evoluzione è dovuto altresì al lavoro di Sparco in questi quasi 50 anni di attività.

La sicurezza è nel dna di Sparco. Col tempo avete ampliato la gamma di prodotti?

Certo, l’azienda nel tempo si è evoluta molto. La mia famiglia ha rilevato Sparco nel 2009, quando viveva un periodo di difficoltà. Subentrando abbiamo iniziato il rilancio e la diversificazione: prima con la produzione di componentistica in carbonio per l’automotive e poi, otto anni fa, entrando nel settore dell’antinfortunistica e dell’abbigliamento da lavoro. Oggi abbiamo anche Sparco Gaming, la linea che riguarda simulatori ed equipaggiamento per gamer ed e-sports, e Sparco Seats, la linea che trae ispirazione dai nostri iconici sedili per equipaggiare le panchine e sala stampa delle più blasonate squadre di calcio, volley, basket. Negli ultimi dieci anni abbiamo quintuplicato il fatturato: il nostro brand piace perché è sportivo, iconico, legato ai concetti di, innovazione, tecnologia e sostenibilità.

Il tutto sempre con un occhio di riguardo alla performance.

Naturalmente. In tutti i settori ove operiamo la prima cosa che cerchiamo di raggiungere, con i nostri prodotti, è proprio la preformance: che sia una tuta, un sedile in carbonio per una supercar oppure una scarpa da lavoro, dobbiamo offrire un prodotto che garantisca un salto di qualità dal punto di vista tecnologico e che permetta un improvement da parte del suo utilizzatore.

Sparco Teamwork è Sostenitore Ufficiale di Slow Food Italia per il triennio 2024 – 2026. Quali sono le motivazioni che vi hanno portato a intraprendere questo percorso di collaborazione con la nostra associazione?

L’occasione di contatto con Slow Food è nata dalla condivisione dell’attitudine alla sostenibilità e alla responsabilità sociale, come citavo prima. Nel 2023 abbiamo lanciato la linea chiamata Sparco Full-Efficiency, una gamma di prodotti – sia per il racing, sia per l’antinfortunistica – che riutilizza gli sfridi, cioè gli scarti di produzione, che vengono rilavorati e diventano nuova fibra. In sostanza, anziché portare in discarica il cascame lo rimettiamo nel ciclo produttivo: in questo modo abbiamo raggiunto, lo scorso anno, l’ambizioso obiettivo dello “scarto” zero. Questo è stato possibile grazie al successo commerciale di tutti i prodotti “full efficiency” che, oltre a essere sostenibili, sono anche esteticamente belli.

Quali valori di Sparco sentite maggiormente in sintonia con quelli di Slow Food e quali aspetti della filosofia “buono, pulito e giusto” percepite come più vicini alla vostra identità aziendale?

Il nostro è un prodotto tessile, quindi non si mangia, però credo che sia ugualmente buono, pulito e giusto. Se guardiamo i prodotti Full-Efficiency, ad esempio, la vicinanza con i principi cardini di Slow Food viene automatica: “buono” perché la qualità del prodotto rigenerato è uguale, se non superiore, a quella del prodotto standard; “pulito” lo è per definizione, nel senso che recuperare gli scarti di produzione permette di ridurre le emissioni: stimiamo un risparmio di circa 7 kg di CO2 per ogni tuta prodotta. E che dire del giusto? I prodotti rigenerati costano di più degli altri, perché c’è la fase di rigenerazione del materiale. Noi abbiamo deciso di assorbire internamente quel costo maggiore, senza riversarlo sul mercato: in questo credo che stia il giusto.

Sparco esporta molti dei suoi prodotti. I recenti dazi statunitensi e le tensioni globali hanno prodotto difficoltà sul mercato internazionale?

Parto dai numeri: l’export pesa per il 90% nel settore racing e per il 50% nell’antinfortunistica e nel settore “carbonio”. Complessivamente, volendo fare una media ponderata, siamo intorno all’80% del nostro business totale. Per quanto riguarda i dazi, i prodotti racing erano già stati colpiti durante il primo mandato della presidenza Trump: chiaramente c’è stato un aggravamento, ma siamo riusciti a mantenere la leadership e lo scorso anno il mercato statunitense è stato quello che ha trainato di più. Ora la situazione più sfavorevole riguarda il cambio euro-dollaro, a cui si aggiunge l’instabilità e l’inflazione alta negli Stati Uniti. Non è un periodo semplicissimo, però abbiamo delle buone sensazioni anche sul 2026: manteniamo entusiasmo e ottimismo.

Il motorsport è tradizionalmente un settore a prevalenza maschile, ma Sparco registra una presenza significativa di donne e giovani all’interno dell’azienda. Che cosa racconta questo dato della vostra cultura aziendale e del vostro modo di fare impresa?

Negli ultimi due anni abbiamo ottenuto la certificazione di parità di genere e confidiamo di continuare così. In generale investiamo nel welfare aziendale, riconoscendo ai dipendenti agevolazioni come il bonus bebè o il bonus caregiver per i familiari non autosufficienti a carico e, in ultimo, lo “Sparco Wild Camp”, un soggiorno estivo per i figli dei dipendenti della durata di 5 giorni suddiviso in due turni a seconda della fascia di età dei ragazzi. Cerchiamo, in parole povere, di metterci dalla parte dei nostri primi sostenitori, cioè i nostri dipendenti, in primis con le donne che sono un numero rilevante anche nelle prime linee aziendali e nei ruoli dirigenziali. Credo che tutto questo faccia parte del ruolo dell’impresa, che è un ente economico con spiccate finalità sociale. In un contesto di forte contrazione della spesa pubblica per le misure di welfare, è necessario che tutti facciano la propria parte, contribuendo a migliorare un po’ le storture che generano disuguaglianze. Ciò che facciamo lo ritengo non un motivo di eccezionalità, ma una forma di normalità. Speriamo di poter diventare un esempio e ispirare anche realtà più piccole a replicare, in scala ridotta, ciò che cerchiamo di fare noi. La partnership con Slow Food Italia certamente ci aiuta, è un biglietto da visita importante.

Guardando al futuro, quali progetti vi piacerebbe sviluppare insieme a Slow Food per continuare a generare un impatto positivo sulle comunità e sui territori?

Stiamo valutando la fattibilità di un orto di comunità aziendale. Abbiamo un terreno che potrebbe essere utilizzato, ne stiamo parlando. E certamente vogliamo coinvolgere Slow Food in attività di educazione alimentare rivolte ai nostri dipendenti ed eventualmente ai loro familiari: l’orto sarebbe un tassello di un progetto che potrebbe coinvolgere anche la nostra mensa aziendale, per far sì che diventi il luogo in cui dare concretezza ai princìpi del buono, pulito, giusto e sano.

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