Carciofi, grani antichi e solidarietà: Niscemi prova a guardare al futuro

Viaggio tra ristoratori e contadini della rete Slow Food nella città siciliana ferita da una frana larga quattro chilometri

A Niscemi la frana sembra essersi fermata. La zona rossa è stata ridotta, la fase più acuta dell’emergenza pare essere alle spalle. A quaranta giorni da quel momento in cui il terreno ha cominciato a sgretolarsi si contano i danni e si contano i metri. La differenza tra ripartire e aver perso casa, attività, abitudini di una vita è questione di pochi passi. Cento metri, per l’esattezza: al di qua c’è un futuro, al di là il passato. 

Con la fine di febbraio e il restringimento della zona rossa (dove cioè è vietato entrare) circa cinquecento persone sono potute rientrare nelle proprie abitazioni, nei propri negozi, nei propri locali. Massimo Blanco è lo chef del ristorante Cibus, gestito insieme alla moglie Stefania Di Giovanni. Si trova a cento metri da dove il terreno è sprofondato. «Avevo perso ogni speranza – racconta – e invece possiamo riaprire. Siamo chiusi dal 25 gennaio, in queste ore stiamo rimontando tutto». La frana, ricorda Massimo, è cominciata «all’ora di pranzo di una domenica: eravamo impegnati durante il servizio, abbiamo dovuto far alzare la gente e mandarla via, poco dopo sono venuti a dirci di chiudere. Siamo contenti di poter riprendere l’attività, ma le incognite restano: tanti nostri clienti arrivano da fuori Niscemi, speriamo che le strade riaprano presto. E poi, proprio qua davanti ci sono le transenne che delimitano la zona rossa: che cosa succederà ora agli edifici vuoti? Li abbatteranno o rimarranno così?». 

Chi non potrà più accogliere clienti è la pizzeria A Barunissa: dista una manciata di passi da Cibus, ma cade all’interno della zona rossa. «Non riapriremo più, siamo a 48-50 metri dal fronte della frana – spiega Benedetta Ragusa, che gestiva il locale insieme al compagno Toni Rinnone –. Ci siamo già messi il cuore in pace: dobbiamo rivolgerci verso altre cose, dobbiamo ricostruire ciò che avevamo costruito. Riaprire altrove? Magari sì, magari qualcosa di diverso, un locale in campagna anziché in centro città. Ma ora abbiamo bisogno di elaborare tante cose, anche sotto l’aspetto economico». 

La comunità di Niscemi, intanto, ha fatto sentire calore e vicinanza ai titolari dei due locali: il 13 febbraio i cuochi di Cibus e A Barunissa sono tornati ai fornelli per una cena solidale, ospitata nella Comunità LED di Niscemi e promossa da Slow Food Sicilia. «Negli ultimi anni abbiamo collaborato spesso con entrambi – sottolinea Lorena Mangiapane, presidente della Condotta Slow Food Niscemi Terre del Maroglio – e abbiamo organizzato diverse serate in occasione della Giornata mondiale dei legumi. Anche per questo motivo il menù della cena solidale ha celebrato proprio i legumi, dalle lenticchie alle fave, dai cannellini ai borlotti. Il ricavo è andato alle due attività colpite». 

La città del vagghiàrdu

Sotto l’aspetto agricolo Niscemi è nota soprattutto per un particolare carciofo, da anni riconosciuto Presidio Slow Food: un carciofo senza spine, dal gusto delicato, aromatico e persistente, salvato dall’oblio grazie al lavoro e alla testardaggine di pochi coltivatori. Marco Crescimone è uno di loro, e del Presidio è anche il referente dei produttori. Le conseguenze della frana che ha colpito la città si sono fatte sentire anche sul lavoro in campagna. «Abbiamo problemi con la viabilità – spiega –. La strada che normalmente facevo per raggiungere i miei terreni, che si trovano nella zona di Geloi, è interrotta, perciò anziché un quarto d’ora occorrono quaranta minuti». In quell’area Marco coltiva anche grano: produce Perciasacchi (una varietà di grano duro) e Maiorca, una delle popolazioni che rientrano nel Presidio Slow Food dei grani gentili di Sicilia, inaugurato alla fine dello scorso anno. «Quest’anno, dopo un paio di annate complicate per la siccità, pianterò un ettaro di carciofi – racconta – mentre il grano è già bello alto. Aspettiamo l’estate e la raccolta, per ora è periodo di semina e di cura». Cura, come quella che Marco, in queste settimane, mette nell’assistere gli sfollati che si trovano al palazzetto comunale: «Ci occupiamo del magazzino, curiamo il registro delle entrate e delle uscite e riforniamo la cucina da campo. Cerchiamo di offrire una parola di conforto, oltre che beni materiali, a chi con la frana ha perso tutto: persone che avevano casa e lavoro e, da un giorno all’altro, si ritrovano in mezzo a una strada, senza poter neppure portar con sé i vestiti».

Niscemi oggi si misura in metri e in sogni. «La cosa più bella che esce dalle riunioni dei commercianti è che nessuno vuole arrendersi. Di abbandonare Niscemi non parla nessuno, anche i più giovani ci credono» assicura Blanco. Non importa se l’attività sia storica o appena avviata. Il Molino Bel Trappeto, ad esempio, ha aperto le proprie porte alla fine dell’anno scorso e dopo appena tre mesi di attività si è ritrovato con le serrande chiuse. Ora potrà ripartire: «Abbiamo ristrutturato un antico molino per rimetterlo in funzione – racconta Bruna Ferranti, figlia di uno dei titolari –. Maciniamo grano locale e lo trasformiamo all’interno del nostro pastificio. Riapriamo perché siamo usciti dalla zona rossa, ma i problemi non sono finiti: la strada che i camion dovrebbero percorrere per portarci il grano è chiusa. Ma continuiamo a credere nella bontà del nostro progetto».