“Vendesi: scarpette da neonato, mai indossate.”
Queste sei parole, attribuite a Ernest Hemingway, rappresentano uno degli esempi più estremi di flash fiction: storie talmente brevi da assomigliare a lampi, capaci di illuminare un mondo narrativo nello spazio di poche righe. Nel leggere il microracconto, noi lettori capiamo all’istante ciò che è accaduto al bambino, pur senza che ci venga comunicato espressamente. Anzi, il fatto che la sua morte (e persino il bambino stesso) non vengano mai nominati direttamente (si fa menzione delle scarpette da neonato, non del neonato in quanto tale) non fa che accrescere il senso di vuoto e di dolore che il racconto sprigiona. Ogni cosa, in questo dramma familiare costruito per sottrazione, aleggia al di fuori dei confini della pagina: trama, ambientazione e personaggi rimangono indeterminati, eppure si caricano di una palpabile intensità emotiva. Anche lo stile, mimando il linguaggio impersonale degli annunci commerciali, contribuisce per contrasto a far emergere l’ineffabile tragicità del lutto attorno a cui il testo ruota. La narrazione – assottigliandosi fin quasi a estinguersi – dimostra in modo lampante che in letteratura il “non detto” conta quanto (o persino più) di ciò che viene raccontato esplicitamente, proprio come nelle arti figurative “vuoti” e “pieni” lavorano insieme per evocare emozioni e significati. Chi ha scritto l’annuncio? Cosa ha spinto il personaggio, donna o uomo che sia, a mettere in vendita le scarpette? Forse la necessità economica? O il desiderio di allontanare da sé ogni traccia tangibile di un dolore insostenibile? L’essenzialità del racconto costringe chi legge ad attivare l’immaginazione per abbozzare risposte possibili. Ed ecco che il mondo evocato dal testo si espande ben oltre i confini del testo stesso, come tipico della flash fiction e della forma racconto più in generale.
L’arte della brevità: voci e opere della flash fiction
Dalle parabole del Vecchio Testamento alle favole di Esopo, via via fino ad autori come Félix Fénéon, che riassume fatti di cronaca in tre righe, o Hervé Le Tellier, che sfrutta ironia e paradosso per scuotere lettrici e lettori, sono del resto numerosi gli scrittori che, nel corso della Storia, hanno fatto della brevità un marchio distintivo. Tra i grandi autori canonici che hanno sperimentato con la forma del microracconto figurano ad esempio Kafka, Cechov, Cortazar, ma anche italiani come Buzzati, soprattutto nella cronaca, e Calvino con Le città invisibili. Ricche di spunti sono anche opere come Centuria. Cento piccoli romanzi fiume di Manganelli, Diario Notturno di Flaiano e il Pontiggia di Vite di uomini non illustri, 100 romanzi di una pagina. Tra i maestri della flash fiction di oggi vale la pena menzionare lo scrittore francese Régis de Sá Moreira (Parigi 1973), con La vita, opera composta da racconti di sei righe caratterizzati dal continuo spostamento del punto di vista da un personaggio all’altro; la traduttrice e scrittrice americana Lydia Davis (Northampton, 1947), che attraverso squarci apparentemente banali ispira meditazioni profonde sulla condizione umana, e Amy Hempel, che mette sinteticamente in scena sconvolgimenti degni di un romanzo.
La flash fiction come strumento didattico
In un’epoca come la nostra, in cui i social media ci hanno abituato alla sintesi e alla velocità, la flash fiction può essere uno strumento prezioso per avvicinare ragazze e ragazzi alla lettura. Nelle esercitazioni di scrittura, poi, il vincolo della brevità diventa la miccia che dà fuoco alle polveri della creatività. Spinti a selezionare all’estremo i materiali narrativi su cui concentrarsi, studentesse e studenti in questo modo imparano a maneggiare gli elementi essenziali della narrazione e a soppesare ogni scelta di contenuto e di forma, esplorando soluzioni creative.
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