di Stefano Amoroso
In nome della governabilità e della scelta diretta della maggioranza di governo, l’Italia rischia di allontanarsi dalla famiglia delle democrazie occidentali e scivolare pericolosamente verso i regimi plebiscitari ed autoritari tipici dell’America Latina e di alcune zone dell’Asia. Infatti, l’attuale sproporzionato premio di maggioranza, garantito alla coalizione che arrivi prima, anche per un solo voto, alle elezioni politiche, rischia di stravolgere e svilire il voto popolare: le coalizioni saranno necessariamente eterogenee ed intrinsecamente incapaci di governare, e verranno costruite col solo scopo di prendere un solo voto in più degli avversari e poter poi governare senza timori di ribaltamenti delle maggioranze in Parlamento. Il progetto di riforma elettorale licenziato recentemente dal Governo, almeno ufficialmente, nasce per garantire stabilità, governabilità e rispetto della volontà degli elettori: tutti intenti nobili e condivisibili, quindi. Il problema è come si cerca di arrivare al risultato: innanzitutto con una soglia di sbarramento molto bassa per avere dei seggi in Parlamento, il che paradossalmente incentiva le forze non coalizzate a restare da sole: Azione e Futuro Nazionale su tutte. Il chiaro intento di queste forze politiche sarebbe, avendo una pattuglia di parlamentari, di praticare una politica corsara sui grandi temi dove le maggioranze rischiano di saltare, e naturalmente rappresentare delle posizioni alternative a quelle delle grandi coalizioni. Quanto a queste ultime, mettendo insieme tutto ed il contrario di tutto, saranno difficilmente governabili e molto probabilmente non riusciranno a produrre una politica efficace e coerente in nessun campo: né in quello economico, né in politica estera o di difesa, e nemmeno in campo energetico e di lotta al cambiamento climatico. I grandi temi dell’attualità, insomma, resterebbero affidati ai mutevoli umori dell’opinione pubblica, a cui la maggioranza di turno cercherebbe ogni volta di adeguarsi per non perdere elettori. Altro che stabilità e coerenza: siamo al mercato generale del pesce, aperto 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, dove vince chi arriva primo e non necessariamente chi ha la merce migliore e più fresca da offrire. Inoltre, se oltre alla proposta di nuova legge elettorale dovesse essere approvato anche il premierato, il primo ministro, eletto direttamente dai cittadini, potrebbe essere sostituito solo una volta, e solo da un altro esponente della stessa maggioranza. Caduto quest’ultimo, si andrebbe al voto. Sarebbe dunque la legge del secondo premier, e l’entrata del primo ministro eletto in Parlamento somiglierebbe molto a quella di Giulio Cesare nel Senato di Roma, nel giorno in cui fu ucciso dai congiurati: si suggerisce l’installazione di metal detector all’ingresso del Parlamento e l’uso di posate di plastica alla buvette. Il ruolo del Presidente della Repubblica, poi, verrebbe ridotto a quello di un semplice cerimoniere: dovrebbe solo prendere atto della volontà degli elettori e non potrebbe in nessun modo influire sulla scelta del Presidente del Consiglio, né sulla sua defenestrazione e sostituzione con un suo sodale di maggioranza, e nemmeno sulla chiusura anticipata della legislatura ed il ritorno alle urne. A questo punto viene da chiedersi quale ruolo di garanzia possa svolgere il Presidente della Repubblica e che ci stia a fare. Forse gli resterebbe solo la presidenza del Csm (che sarebbero due in caso di approvazione della riforma della magistratura al referendum di marzo) e la visita alle scolaresche italiane. Nel tempo libero, immaginiamo, il Capo dello Stato si potrebbe dedicare alla filatelia od al giardinaggio, o magari al bricolage. Infine, ultimo ma non meno importante, va considerato l’aspetto delle preferenze: un proporzionale puro, con una soglia di sbarramento bassa, e senza preferenze, aumenta a dismisura i poteri dei segretari di partito e fa passare in secondo piano, inevitabilmente, la necessità di selezionare una classe dirigente di elevata qualità: anzi, se la fedeltà è il primo requisito richiesto, ci sarà uno spaventoso appiattimento della qualità media dei parlamentari e l’esaltazione della mediocrità. Sembra il trionfo del progetto dell’Uomo Qualunque, con innesti del peronismo argentino ed una strizzata d’occhi alla gestione del potere di Orban in Ungheria. Il risultato rischia di essere una pietanza indigeribile per gli stomaci democratici e liberali, e molesto, alla lunga, per tutti, senza distinzione di colore politico. La proposta socialista è invece quella di combinare il sistema proporzionale con un’adeguata soglia di sbarramento, studiando tutti i meccanismi utili per garantire la governabilità da un lato, preservando dall’altro la libertà ed autonomia delle istituzioni. “In Italia – ha notato il Segretario del Psi, Enzo Maraio – la legge elettorale è stata cambiata una sola volta nella Prima Repubblica e sei volte nella fase successiva, soprattutto a partire dagli anni Novanta. Un vero e proprio record negativo nel panorama europeo. Al netto degli interventi tecnici e correttivi questo dato racconta un’anomalia tutta italiana”. Di qui la proposta socialista a tutte le forze politiche, sia alleate che avversarie, di affidare la riforma elettorale ad un gruppo di costituzionalisti. Proposta che purtroppo, almeno finora, è rimasta inascoltata.