di Lorenzo Cinquepalmi
Tra gli aforismi preferiti dei socialisti, italiani ed europei, spiccano alcune frasi di Olof Palme che, come per Turati e Nenni, delineano in modo indimenticabile la sua figura e le sue battaglie: “Noi democratici non siamo contro la ricchezza ma contro la povertà. La ricchezza, per noi, non è una colpa da espiare, ma un legittimo obiettivo da perseguire. Ma la ricchezza non può non essere anche una responsabilità da esercitare”. In poche parole c’è la sintesi di una visione solidaristica e progressiva avversaria del pauperismo comunista, figlio di una dottrina che per Palme era irrimediabilmente liberticida: “Il comunismo pratica la dittatura del proletariato, il che significa dittatura; proletariato internazionale, il che significa il dominio dell’Unione Sovietica negli affari internazionali; e il centralismo democratico, che significa che le decisioni vengono prese da una costruzione partitica elitaria”. Come deve essere per un socialista, Palme riteneva che nessuna conquista sociale reale, come quelle che la socialdemocrazia aveva saputo far conseguire alla Svezia, valesse il prezzo della libertà, e per questo era avversario irriducibile del comunismo; ma proprio perché convinto che la ricchezza, per essere legittima, dovesse essere responsabile, era anche nemico del capitalismo reazionario, contro il quale predicava non l’alternativa di sistema sovietica, ma l’alternativa di metodo socialdemocratica: “Il capitalismo non va abbattuto, va tosato”. Per lui, radicale per passione civile e riformista per visione politica, “il socialismo è democratico politicamente: libertà di parola, libertà di voto, libertà di stampa, libertà di associazione sindacale. È democratico socialmente: sussidi per la disoccupazione e per la sanità. È democratico economicamente: potere alle persone nelle fabbriche, pianificazione economica, motivazioni no-profit. Il socialismo pratica la solidarietà sviluppando un senso della comunità. Ed è internazionale nella misura in cui mantiene gli stessi obiettivi in tutto il mondo”. Avvertiva chiaramente la potenza delle spinte contrarie a questa sua visione, in Europa, nel mondo, e nella stessa Svezia, in cui erano comunque forti, se non numericamente certo economicamente, frange di società ferocemente nemiche della società solidale del benessere diffuso e della partecipazione che i socialdemocratici avevano costruito e che Palme rafforzava quotidianamente. E quanto fossero forti dovette scoprirlo al prezzo della vita. Pur proveniente dall’élite alto borghese scandinava, manifestava pubblicamente la sua avversione all’elitarismo: “I diritti della democrazia non sono riservati ad un ristretto gruppo all’interno della società. Sono i diritti di tutte le persone”. Affermazione che oggi potrebbe apparire scontata (e purtroppo non lo è) ma che negli anni ‘50, quando si affaccia alla vita politica del suo Paese, e negli anni ‘60, quando comincia ad affermarsi nella leadership socialdemocratica, era tutt’altro che scontata anche nella civile e progredita Svezia. Il suo radicalismo democratico non poteva che imporgli, nei lunghi anni in cui è stato alla guida del suo Paese, dal 1969 al 1976 e poi ancora dal 1982 fino al suo assassinio nel 1986, posizioni coraggiose e libertarie in politica internazionale, che hanno fatto di lui un leader terzomondista, antiapartheid e strenuo difensore dei diritti umani, capace di opporsi alle grandi potenze, opponendosi vigorosamente alla guerra combattuta dagli Usa nel Vietnam, criticando duramente il regime cileno di Pinochet (anche sostenendone gli oppositori, come fecero del resto i socialisti italiani, difendendo e aiutando il Congresso Nazionale Africano di Nelson Mandela, sostenendo attivamente i Paesi in via di sviluppo e i movimenti di liberazione, anche qui in buona compagnia con Craxi e i socialisti italiani. Le sue parole e le sue azioni sono un esempio di come la generazione dei leader socialdemocratici europei tra la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino abbiano saputo davvero cambiare profondamente il destino di grandi masse popolari in Europa e nel mondo, con il coraggio personale che scaturisce dalla passione per la libertà e per l’eguaglianza. A quarant’anni dal suo assassinio il suo sorriso vive nel ricordo di chi è nato nell’altro secolo, ma le sue parole possono trovare nuova vita e un nuovo destino nei ragazzi che, nati nel secolo attuale, rischiano di non conoscere la speranza: quella che, per i socialdemocratici europei, è stata un ingrediente essenziale del socialismo.