5ª Conferenza Nazionale sulla Povertà Energetica - Solidarietà e Cooperazione CIPSI

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Di Giulia Maria Mastrotucci, volontaria in servizio civile universale nel progetto “Gesti di cura:
comunità solidali coi migranti” presso Solidarietà e Cooperazione Cipsi”

Cosa significa, oggi, parlare di energia? Non solo bollette, numeri o politiche europee.
Significa case fredde, famiglie che fanno i conti a fine mese, bambini che studiano in stanze poco riscaldate. È da qui che è partita la 5ª Conferenza Nazionale sulla Povertà Energetica, ospitata a Roma nella sede del GSE (Gestore dei Servizi Energetici) il 20 febbraio: non è stato soltanto un semplice confronto tecnico: al centro, più dei grafici e delle tabelle, c’erano le persone.

Durante la mattinata, il Direttore del GSE, Luca Benedetti, ha ricordato che in Italia, nel 2024, oltre 2,4 milioni di famiglie vivevano in condizioni di povertà assoluta. Un numero che già da solo colpisce, ma quando si parla di povertà energetica la questione si fa ancora più complicata. La spesa per l’energia non pesa allo stesso modo per tutti: dipende dalla zona geografica, da quante persone compongono il nucleo familiare. Nel 2023, una famiglia tipo ha speso circa 4.000 euro l’anno per l’energia. Per molti, si tratta di una cifra difficile da sostenere.
Particolarmente interessante è la composizione di queste famiglie. Da un lato, vi sono nucleiche destinano una quota eccessiva del proprio reddito all’energia; d’altro canto, circa 1,1 milioni dichiarano una spesa per il riscaldamento pari a 0, non perché non ne abbiano bisogno, ma perché non possono permetterselo.
Il dato sui minori colpisce ancora di più: oltre un milione di bambini e ragazzi vive in famiglie in condizione di povertà energetica. Ciò comporta difficoltà nello studio, problemi di salute, significa partire svantaggiati senza avere scelta.

Il tema scelto per questa edizione è “Risposte territoriali alla povertà energetica: comuni e comunità nella transizione giusta”. Questo tema richiama un’idea semplice: la transizione energetica non sarà sostenibile se non sarà anche equa e partecipata. Quando si parla di “transizione giusta” si intende proprio questo: un percorso che tenga conto delle differenze tra territori, fragilità sociali, delle difficoltà quotidiane. Strumenti come il Piano Sociale per il Clima non possono essere considerati strumenti finanziari, ma devono tradursi in interventi concreti. Bisogna ridurre le vulnerabilità e intervenire prima che le difficoltà si aggravino e
coinvolgere le comunità.
In effetti si è parlato molto di territori, perché è lì che le politiche diventano concrete. I comuni, le associazioni, le reti sociali e le comunità sono i primi a vedere le difficoltà, a conoscere le storie, a capire dove intervenire. Non basta dare un aiuto economico, serve accompagnare le famiglie, spiegare quali strumenti esistono, aiutare a orientarsi tra bonus e opportunità, parlare di consumi in modo chiaro e concreto.

Guardando oltre i confini nazionali, ci rendiamo conto che il problema è ancora più grande. Viviamo in un periodo segnato da guerre, crisi climatiche e continui aumenti dei costi dell’energia. Secondo le Nazioni Unite, circa 700 milioni di persone nel mondo non hanno ancora accesso all’elettricità, soprattutto nei Paesi del Sud Globale. L’obiettivo 7 delle Nazioni Unite, inserito nell’Agenda 2030, parla di “energia pulita e accessibile per tutti”: ma oggi questo traguardo appare ancora lontano.

Come volontaria del Servizio Civile, porto con me la consapevolezza che la povertà
energetica non è un concetto lontano o astratto: è una casa fredda in inverno, è una famiglia
costretta a scegliere tra il riscaldamento e altre spese. La vera sfida, ora, è trasformare il
confronto in azioni concrete, affinché la transizione energetica sia davvero una transizione
giusta, e lo sia per tutti.

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