Cambiare facoltà, dalla Triennale alla Magistrale. Si può? | Rizzoli Education

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Come si fa, a poco più di 18, a prendere una delle decisioni più importanti per la nostra vita, se non forse LA decisione, quella da cui dipenderà la nostra carriera? Se sbaglio facoltà universitaria

Questo era il dilemma che attanagliava anche me a quell’età. Con un po’ di esperienza sulle spalle in più, oggi – 6 anni dopo – ti posso raccontare che essere in dubbio sull’università che avevo scelto mi ha svoltato la vita e aperto tantissime opportunità!

Il mio percorso: da ingegneria gestionale a ingegneria informatica

Ciao! Mi chiamo Serena Aprano, ho 26 anni e vengo da Torino.  Sui social parlo di informatica, perché sono una studentessa magistrale di Ingegneria Informatica, ma mi piace anche parlare di percorsi non lineari alle persone che non si riescono a incasellare in una etichetta, sia essa professionale, caratteriale o universitaria. O meglio, non si possono limitare a una sola descrizione. 

Mi sono laureata alla Triennale in ingegneria gestionale, ma dopo la laurea ho deciso di voler cambiare aria, settore, obiettivi e iscrivermi in una specialistica diversa dal percorso standard. 

Ma il mio percorso universitario non è stato lineare.

Quando, negli ultimi mesi prima della fine delle superiori, fra l’ansia e la sopraffazione per la maturità che sarebbe arrivata di lì a poco, tutti i miei compagni parlavano delle brillanti facoltà nelle quali si sarebbero iscritti, io non sapevo come partecipare alla conversazione. Non sapevo affatto cosa volessi fare. Anzi, ancora peggio. Non avevo idea di cosa NON volessi fare. Sono sempre andata molto bene a scuola, perchè era “giusto” così, più che per una mia propensione per una o un’altra materia. Sentendo la pressione di voler/dover studiare tanto e prendere degli ottimi voti, non mi sono mai chiesta, in 5 anni di liceo classico, che cosa mi piacesse davvero. Quale materia mi piacesse di più, per quale mi sentissi più portata. 

Quindi, un po’ per via della mia curiosità e un po’ a causa della confusione, a 18 anni volevo fare tutto: giurisprudenza, medicina, economia. e perchè no, proviamo anche il test di ingresso per le Professioni Sanitarie, che non si sa mai. 

Alla fine approdo a Ingegneria, scelgo un indirizzo che mi sembrava abbastanza generico, un curriculum che spaziava fra materie più industriali a quelle più legate alla Data Science e all’Informatica. 

Ero molto sicura della mia scelta, non perchè sapevo che quella fosse l’unica strada percorribile per me, ma perché ero felice di quella scelta. Ero felice dell’ambiente in cui avrei studiato, le persone che avevo conosciuto ai vari open day mi avevano fatto una bella impressione e un po’ mi ci vedevo a lavorare in azienda, come responsabile della logistica o come persona che fai dei conti per poi prendere delle decisioni.

Non mi ricordo affatto in ansia poco prima dell’inizio del primo anno di università: stavo pian piano eliminando dal mio modo di pensare il fatto che ci sia una sola strada giusta per ognuno di noi, il nostro lavoro perfetto, cucito su ciascuno di noi, come un destino a cui inesorabilmente dobbiamo arrivare prima o poi. 

La realtà è che le strade percorribili sono tantissime e anzi, ci conviene incrociare quante più possibili.

Questa idea, negli anni si è trasformata in una delle mie più grandi consapevolezze: non c’è un percorso universitario giusto per noi. Ce ne possono essere diversi. 

Io non credo nelle etichette, nelle scatole, nei confini precisi e pungenti. Credo che ognuno di noi sia più rotondo, con tante inclinazioni, soft skills, anche opposte tra loro. Possono convivere nella stessa persona una mente fortemente precisa e tecnica, ma anche un’attitudine umanistica, capace di astrarre e vedere i confini delle cose.

Cambiare come punto di forza

Insomma, verso i 19 anni ho maturato una consapevolezza fondamentale: qualora avessi capito che ingegneria gestionale non facesse per me, avrei potuto sterzare verso un’altra facoltà. 

Cambiare percorso non significa ricominciare da zero, ma evolvere. Gli anni passati a studiare determinate materie, gli esami passati e le loro conoscenze annesse, non scompaiono dalla mente di uno studente se a metà o fine percorso decide di cambiare rotta. Anzi, quelle conoscenze, competenze, nozioni, si moltiplicano

Studiare Ingegneria Gestionale mi piaceva, ma in quegli anni ho scoperto la programmazione, come è fatto un computer e cosa si nasconde dietro l’Internet che usiamo ogni giorno. Quindi, armata delle mie consapevolezze, ho deciso non di lasciare gestionale, ma di specializzarmi, successivamente in magistrale, in informatica. Oggi, quella capacità di analisi delle performance appresa tra Ricerca Operativa ed Economia è diventata il mio valore aggiunto nella gestione di progetti tecnologici complessi.

Il cambiamento non è una perdita di tempo, ma un moltiplicatore di valore. Me l’hanno confermato tutte le esperienze di lavoro che ho avuto negli ultimi anni. Le aziende oggi non cercano personale estremamente bravo in qualche task, chi si limita a fare “il compitino” con precisione tecnica. In un certo senso – e con un certo grado di esagerazione – a quello sono bravi tutti, AI compresa. Ciò che fa davvero la differenza è la capacità di guardare i problemi dall’alto con una visione d’insieme. Il mio percorso ibrido, fra gestionale e informatica, è il mio punto di forza. Mi permette di unire l’operatività tecnica alla visione strategica, affrontare i problemi da più angolazioni e comprendere l’intero ecosistema aziendale. 

Quando ha senso cambiare? 

Immagina un team di sole sviluppatrici e sviluppatori che creano un’app per i magazzinieri. Il codice è pulito, l’interfaccia è bellissima, le notifiche sono istantanee. Il software funziona perfettamente. Tuttavia, quando arriva in fabbrica, emergono i problemi di contesto.

Uno fra tutti, l’ambiente fisico: i/le magazzinieri/e indossano guanti protettivi spessi. L’interfaccia “perfetta” ha tasti troppo piccoli e richiede troppi tap. Il risultato è una produzione che viene rallentata e un personale non affatto contento dell’introduzione di questa tecnologia che non gli somiglia affatto. Il software quindi, per quanto perfettamente funzionante sulla carta, non è stato sviluppato bene.

Come potrai capire da questo esempio molto semplice, per svolgere bene una qualsiasi task, serve un’unione di competenze e conoscenze che spesso non ti può dare una laurea sola. 

Ora, non fraintendermi: per essere competenti non possiamo prenderci 10 lauree, nè è indispensabile fare una magistrale diversa dalla triennale di provenienza. Il messaggio che voglio darti, invece, è: sii aperta/o al cambiamento, sii curioso anche verso quello che fuoriesce dal tuo curriculum accademico “standard”. Magari sono proprio quelle deviazioni ad aprirti le opportunità più interessanti. 

Infatti spesso viviamo la scelta della magistrale come un bivio definitivo: o continui dritto sulla strada tracciata dalla triennale, o ammetti di aver sbagliato tutto. Niente di più falso. In un mondo che corre veloce, cambiare rotta tra i tre e i due anni può rivelarsi una mossa strategica. 

Ti faccio altri due esempi di percorsi ibridi che mi sembrano molto spendibili al momento: 

  • Da Ingegneria Meccanica a Biomedica per “dare vita alle macchine”

Hai studiato come funzionano i motori, le resistenze dei materiali e la dinamica. Passando a Biomedica, applichi quelle leggi fisiche alla macchina più complicata che c’è, il corpo umano. Lavorativamente parlando, potresti occuparti di progettazione di protesi di ultima generazione o organi artificiali. Una valvola cardiaca, in fondo, risponde a leggi della fluidodinamica che un meccanico conosce meglio di chiunque altro, ma serve la specializzazione biomedica per capire come il corpo la accetterà.

  • Da Economia a Data Science per “far parlare i numeri”

In triennale impari come gira il mondo (mercati, banche, aziende). In magistrale impari gli strumenti tecnici (Python, SQL, Machine Learning) per estrarre previsioni da enormi quantità di dati.

Questi sono solo degli esempi per farti capire che il curriculum universitario si costruisce strada facendo, come un abito su misura che deve innanzitutto somigliarti. 

Naturalmente, cambiare rotta porta con sé un timore comune: quello di avere delle lacune tecniche rispetto a chi ha seguito il percorso lineare. Ma le lacune si colmano. 

Se senti di avere dei vuoti, non spaventarti: oggi abbiamo strumenti incredibili come i corsi online, le certificazioni specifiche o l’AI, che permettono di allinearsi velocemente sulle competenze pratiche. Spesso bastano pochi mesi di studio su una materia nuova per integrare anni di teoria, proprio perché hai già acquisito il metodo di studio in triennale. Anche i professori e le professoresse sapranno venirti incontro, consigliandoti best practice e manuali per approfondire quello che ti manca.

Se senti che la tua triennale ti ha dato le basi, ma la tua curiosità punta altrove, sappi che la strada è percorribile: moltissimi atenei oggi favoriscono questa mobilità, permettendo il passaggio tra facoltà diverse. In alcuni casi l’accesso è diretto, in altri è necessario colmare il divario con degli esami integrativi (i cosiddetti “debiti formativi“) per allineare le competenze. Esplora i siti delle università e contatta le segreterie didattiche per capire i requisiti specifici. 

In bocca al lupo e buona scoperta!

Rubrica a cura di Generazione Stem

Biografia autrice 

Serena Aprano è una studentessa magistrale di Ingegneria Informatica, al Politecnico di Torino. Parallelamente lavora con i media digitali: dopo essere stata speaker e autrice radiofonica per diversi anni, oggi realizza video di divulgazione scientifica sui social (@serseebo su Instagram) e per Generazione STEM. Raccontare la tecnologia ai ragazzi è la cosa che la appassiona di più e un progetto nei media tradizionali come tv, libri e radio è il suo sogno. 

E’ segretaria di produzione presso un importante teatro di Torino rivolto alle nuove generazioni, per cui idea, realizza e coordina podcast e video-podcast rivolti ai ragazzi. Tiene incontri nelle scuole di ogni ordine e grado, in cui fa orientamento STEM e insegna ai ragazzi come pensare, scrivere e registrare podcast e format radiofonici.

Coordonnées
Andrea Padovan