Cento anni di Amore per la Maglia Azzurra, di padre in figlio... - Federazione Italiana Pallacanestro

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Il 19 marzo non è il giorno della festa del papà in America (dove quest’anno cade invece il 21 giugno), ma gli Charlotte Hornets l’hanno scelto per ritirare il numero 30 di Dell Curry. Ai suoi tempi buonissimo giocatore, per carità, quasi 10.000 punti segnati da specialista del tiro con la maglia azzurro-verde di Charlotte, eppure il peggior tiratore dei tre Curry presenti nell’edificio al momento della cerimonia: Stephen Curry, il dio del tiro fatto persona, e suo fratello Seth Curry, che nelle triple ha la percentuale in carriera più alta dei tre.

Senza bisogno di scomodare una famiglia che mette assieme 45 mila punti NBA in tre, esempi di figli-giocatori più bravi dei propri papà-giocatori ce ne sono tanti. Ma sono tanti anche i casi contrari, e sarebbe interessante – anche se nella pratica impossibile – stabilire numeri alla mano quale delle due categorie abbia dato di più al basket italiano.

Prendiamo il caso dei Tonut. Alberto Tonut, classe ’62, ha messo assieme 88 presenze in Nazionale, vincendo lo storico Europeo di Nantes ’83: per nobilitare la sua carriera già basterebbe questo (in realtà ha anche un Oro e un Argento ai Giochi del Mediterraneo). Non ha mai vinto lo scudetto però, fermandosi a 45 centesimi di secondo da quello del 1989 nella famosa finale Livorno-Milano, ma ha fatto 7000 punti in serie A e quattro promozioni. Stefano Tonut di gettoni azzurri ne ha qualcuno in meno di suo padre, a oggi 70, ma l’ultimo è di una ventina di giorni fa e può ancora raccoglierne altri. Stefano rispetto ad Alberto ha però giocato un’Olimpiade e un Mondiale. Inoltre ha vinto 4 scudetti, 2 Coppe Italia e una Fiba Europe Cup (contro zero), ma i suoi punti in Serie A sono meno della metà. Quindi, meglio Alberto o Stefano? Impossibile stabilirlo.

Dove di dubbi non ce ne sono è tra i Meneghin, logico. Andrea che con la Nazionale ha vinto l’Europeo del ’99 non si offenderà nel sentir dire che la sua carriera non si è nemmeno avvicinata a quella di suo padre Dino. Dodici scudetti a uno e sette Coppe dei Campioni a zero con i club, in Nazionale un titolo europeo a testa in campo, anche se quello del ’99 l’hanno vinto entrambi, Andrea da giocatore e Dino da team manager. Ciò che però forse impressiona di più è che sommando le carriere dei due viene fuori un impressionante totale di 377 presenze in azzurro, inavvicinabile per qualsiasi grande famiglia cestistica, anche del futuro.

Per numero di componenti, nessuno ha dato alle Nazionali quanto i Gentile. 132 volte azzurro Nando Gentile, che ad oggi risulta anche l’unico padre ad avere avuto non uno ma due figli convocati dalla nazionale maggiore: Alessandro Gentile (81 presenze) e Stefano Gentile (15). Senza contare che la loro zia Imma Gentile, sorella di Nando, conta a sua volta 17 presenze per la Nazionale femminile.

Da notare però che di ex azzurri con due figli a loro volta passati per l’azzurro ci sarebbe anche Paolo Moretti (77 presenze), ma se il più grande Davide conta 2 partite con la selezione maggiore, il più piccolo Niccolò, al momento al terzo anno di college in Florida, per ora non ha nessuna, pur avendo già vestito l’azzurro della nazionale Under 18.

Altri casi interessanti: se la carriera azzurra di Carlo Della Valle (37 presenze) è stata ampiamente superata da quella di suo figlio Amedeo Della Valle (81 presenze), va detto l’esatto contrario su Romeo Sacchetti (132 presenze) e suo figlio Brian Sacchetti (21). Mentre l’attuale vicepresidente federale Federico Casarin, azzurro solo a livello Under, è già stato superato da suo figlio Davide, 6 presenze nella Nazionale Senior e una cinquantina nelle varie giovanili. E forse può sorprendere sapere che Gianmarco Pozzecco, 84 presenze con la nazionale maggiore di cui è stato CT per altre 51 partite, ha un papà che è stato a sua volta azzurro, anche se solo in una edizione di quella che all’epoca si chiamava Nazionale B, nel 1965 (una squadra che però male non doveva essere, visto che nella foto ricordo vi compaiono Dino Meneghin e Carlo Recalcati).

Infine un ultimo, curioso caso di padre e figlio in azzurro è quello dei Pierich: da notare però che Elvio (10 presenze a metà anni 70) in certe schede della sua epoca appare come Pieric, senza la h finale, mentre suo figlio è semplicemente Simone Pierich (4 presenze). Per chiudere il giro, molti altri azzurri o ex azzurri hanno padri giocatori anche molto noti (Nico Mannion, Daniel Hackett, Danilo Gallinari), ma mai stati nazionali. E moltissimi altri hanno padri che comunque hanno giocato, anche se a livelli più bassi. Ma classifiche è inutile farne: se come spesso si dice è difficile, se non impossibile, paragonare giocatori di epoche diverse, padri e figli lo sono per definizione.
L’unica cosa certa è che la predisposizione genetica gioca un ruolo determinante, nelle possibilità di un ragazzo di diventare un giocatore di basket. Di recente il Wall Street Journal ha calcolato che il 49% dei giocatori dell’attuale NBA ha come genitore almeno un ex atleta professionista, in qualche caso tutti due (nella NFL solo il 17%, nella MLB il 14%).

Per tutti quanti, figli di ex campioni o di giocatori anonimi, un umile promemoria: ovunque voi siate ricordatevi di alzare il telefono, il 19 di marzo.

Enrico Schiavina

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