L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva lontana o un tema da convegni accademici | CISAL

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L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva lontana o un tema da convegni accademici. È già dentro i processi produttivi, nei servizi, nella pubblica amministrazione, nella logistica e nelle attività quotidiane di milioni di lavoratori. La trasformazione che produce è in corso e il mondo del lavoro non può limitarsi ad osservarla: deve governarla.
Ogni grande innovazione tecnologica ha sempre generato timori e aspettative. È accaduto con l’automazione industriale, con l’informatica, con internet. Oggi accade con l’intelligenza artificiale. La domanda che molti lavoratori si pongono è semplice: questa tecnologia creerà nuove opportunità oppure metterà a rischio posti di lavoro?
La risposta non può essere ideologica. L’intelligenza artificiale può rappresentare una straordinaria leva di sviluppo, di produttività e di competitività per il sistema economico. Ma perché questo avvenga è necessario accompagnare la trasformazione con politiche del lavoro e strumenti di tutela adeguati, perché è altrettanto vero che lo sviluppo dell’IA certamente divorerà anche una quantità vertiginosa di posti di lavoro.
La tecnologia, in fondo, è sempre neutra: buono o cattivo è, semmai, l’uso che l’uomo ne fa. Il vero nodo rimane, dunque, la capacità del sistema produttivo di predisporre lavoratori e imprese al cambiamento e conciliare la diffusione dell’intelligenza artificiale con la creazione di nuove professionalità.
Sotto questo profilo, senza investimenti seri nella formazione e nell’aggiornamento delle competenze, vi è il rischio non solo di aumentare le disuguaglianze tra chi possiede gli strumenti per adattarsi alle nuove professionalità e chi invece ne resta escluso, ma di compromettere la tenuta stessa del sistema produttivo.
Per questo motivo la formazione deve diventare una priorità strategica. Non si tratta soltanto di aggiornare le competenze digitali, ma di costruire una nuova cultura del lavoro capace di integrare innovazione tecnologica e valorizzazione del capitale umano.
Bisogna agire, innanzi tutto, a livello di pubblica istruzione, affinché la nostra Scuola sia capace di rispondere con immediatezza alle nuove esigenze della produzione e del mercato, adeguando in modo rapido i programmi e le materie di insegnamento alla realtà in evoluzione.
Si deve operare, inoltre, a livello di formazione continua, rispetto alla quale va fatta una riflessione: diversamente da quanto accaduto sino ad oggi, non è più pensabile, per il futuro, che un bagaglio conoscitivo, acquisito a livello scolastico, o professionale, ottenuto grazie ad una formazione lavorativa iniziale, possa essere sufficiente a supportare una lavoratrice o un lavoratore per l’intera vita lavorativa.
Le trasformazioni tecnologiche, infatti, sono ormai così rapide e frequenti che la formazione continua è destinata ad essere fattore primario di sostegno all’occupazione.
Ovviamente anche la contrattazione collettiva e il confronto sociale dovranno tenere in adeguata considerazione tali obiettivi, affrontando in modo organico i temi legati ai cambiamenti produttivi conseguenti all’impiego dell’intelligenza artificiale; essi, non a caso, incidono su orari, mansioni, responsabilità e modalità di svolgimento delle attività lavorative, senza dimenticare le insidiose questioni della tutela della privacy e della tracciabilità delle attività dei dipendenti.
Sono aspetti che devono essere affrontati col fine di garantire il migliore equilibrio tra innovazione e tutela dei lavoratori. Sullo sfondo di tale scenario si dovrà, giocoforza, riproporre il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, proprio in vista di una maggiore produttività di imprese ed enti pubblici, auspicabilmente conseguita attraverso lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
In tale contesto, il sindacato non deve avere paura dell’innovazione. Al contrario, deve rendersi protagonista di questi processi di cambiamento. Difendere il lavoro, oggi, significa anche comprendere come cambiano le professioni e contribuire a costruire regole che mettano la tecnologia al servizio della produzione in un quadro armonico con la valorizzazione dell’occupazione.
La sfida consiste nel saper cavalcare l’onda senza restarne travolti. Se il Paese saprà investire in competenze e formazione, meglio se perseguendole attraverso il dialogo sociale, l’intelligenza artificiale potrà diventare uno strumento di crescita e sviluppo. In caso contrario, il rischio è quello di accentuare le fragilità già presenti nel nostro mercato del lavoro.
Governare il cambiamento è sempre più difficile che subirlo: ma è proprio questa la responsabilità che il mondo del lavoro e le istituzioni devono assumersi oggi. Il futuro del lavoro non si costruisce con la paura dell’innovazione, ma con la capacità di orientarla verso il bene comune, ed il sindacato ha la responsabilità di non sottrarsi a questa sfida.

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