Che storia! Elena Martini - Piano C

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a cura di Fabiola Noris - Copywriter, UX Content Designer e Consulente di Storytelling Professionale @Piano C

Un lavoro che protegge il valore delle idee

Elena Martini lavora con ciò che spesso non si vede, ma che ha un valore enorme: le idee.

Aiuta imprese e professionisti a proteggere marchi, design, invenzioni, contenuti creativi, know-how. Lo fa sia nella prevenzione, sia nei momenti più complessi, quando serve difendere ciò che è stato costruito. Un lavoro tecnico, ma profondamente concreto.

“Mi piace affrontare le cose in modo serio e pratico, senza troppi giri di parole, ma prestando attenzione alle persone.”

Una definizione che racconta molto più di un ruolo: racconta un modo di stare nel lavoro.

Costruire nel tempo, senza scorciatoie

Il percorso di Elena inizia negli studi legali specializzati, dove si forma con rigore e metodo. Poi, nel 2011, arriva una scelta importante: co-fondare il proprio studio, Martini Manna & Partners.

Un passaggio che segna una svolta, ma che non nasce da una rottura, piuttosto, da una presa di consapevolezza e da coerenza profonda verso se stessa. 

“È stato un passaggio importante e impegnativo, ma anche molto naturale rispetto al modo in cui volevo costruire il mio percorso professionale.”

Da allora, il lavoro cresce, ma resta ancorato agli stessi principi: serietà, attenzione al cliente, concretezza.

Le decisioni che contano davvero

Nel lavoro di Elena ci sono stati momenti sfidanti in cui oltre alla complessità tecnica bisognava prendere decisioni con ricadute significative sui clienti: con un impatto reale sulla vita e sul lavoro degli altri.

Momenti in cui servono lucidità, preparazione e soprattutto fermezza.

“In quei passaggi bisogna capire bene il quadro e non perdere concretezza.”

Molte le soddisfazioni per Elena: quando una situazione complessa trova una direzione, quando un cliente si sente davvero tutelato, quando una persona che hai formato cresce e diventa autonoma.

È un’idea di successo silenziosa, ma molto concreta.

Il soffitto di cristallo esiste (anche quando non si vede)

Parlando di donne e lavoro Elena riconosce senza esitazioni che il soffitto di cristallo è ancora presente: descrive bene ostacoli che spesso non sono dichiarati apertamente ma ci sono.

Non sempre è evidente, ma incide enormemente sui percorsi di carriera femminile. Proprio per questo è importante nominarlo, perché riconoscerlo è il primo passo per non subirlo.

“A volte si manifesta in modo sottile, nel modo in cui viene letta l’autorevolezza di una donna, nelle aspettative implicite, nelle opportunità che non sempre vengono offerte allo stesso modo. Dare un nome a questa realtà è utile perché aiuta a riconoscerla.”

Non aspettare legittimazione: costruire il proprio spazio

Di fronte a questi ostacoli, Elena non parla di strategia, ma di percorso.

Un percorso fatto di preparazione, chiarezza e autonomia e di una decisione precisa: non aspettare che qualcuno dia il permesso.

“A un certo punto non basta aspettare una legittimazione esterna: bisogna decidere di prendersi il proprio spazio.”

Per lei questo ha significato una scelta concreta: fondare uno studio proprio.

“È stata una scelta impegnativa, ma anche molto netta: invece di cercare di entrare in uno spazio già definito da altri, ho contribuito a costruirne uno coerente con il mio modo di lavorare e di intendere la professione.”

È così che la storia di Elena ci racconta di uno spazio che si conquista nel tempo, di autorevolezza che si costruisce lavorando e di scelte che, una dopo l’altra, definiscono una direzione. E che ci ricorda che, a volte, rompere il soffitto di cristallo non significa solo superare un limite, ma decidere, con lucidità, dove e come stare.

Indipendenza e preparazione

“Investire sulla preparazione: dà forza e libertà.”

Non ha dubbi, Elena nel dire che la preparazione è l’aspetto su cui investire.

Ma non basta: servono anche la capacità di essere chiare, di dire no, di scegliere contesti e persone.

“Costruire la propria indipendenza professionale ed economica non risolve tutto, ma cambia molto.”

Non tutto dipende da noi, ma alcune cose sì, e su quelle vale la pena di lavorarci.

Lavoro e maternità: un incastro reale, non ideale

Anche sul tema della conciliazione tra lavoro e vita famigliare, il racconto di Elena è lontano da qualsiasi narrazione semplificata: nessun equilibrio perfetto, nessuna formula valida per tutte.

Solo un lavoro continuo di aggiustamento.

“La conciliazione per me non è un equilibrio teorico, ma un incastro molto pratico.”

Un incastro fatto di organizzazione, flessibilità, energia e dal riconoscere di non poter far tutto da sola. Nel suo caso, è stato possibile grazie a una rete: il partner, una tata di fiducia, e una buona dose di realismo.

Nel primo anno di vita della figlia, che oggi ha nove anni, ha lavorato quasi sempre da casa: questo le ha permesso di non interrompere il lavoro e, allo stesso tempo, di essere presente nella sua quotidianità. Adesso che la figlia frequenta le elementari la accompagna a scuola e la va a riprendere a metà pomeriggio; fanno merenda e poi Elena si rimetta a lavorare da casa.

Prima e dopo cena si ritagliano il loro tempo, e quando la bimba dorme spesso recupera il lavoro lasciato in sospeso.

“Per me ha funzionato molto avere continuità nel lavoro senza rinunciare alla presenza come madre, pur con tutti gli aggiustamenti che questo comporta. Più che inseguire un modello ideale, ho cercato nel tempo una modalità sostenibile, concreta e onesta per tenere insieme entrambe le dimensioni.”

Restare fedeli a ciò che si è

A differenza di molte storie di Che storia! Elena lo dice chiaramente: sì, questo è il lavoro che sognava da bambina.

E forse è proprio questo il punto.

Non tanto realizzare un sogno, ma riuscire a farlo restando fedeli al proprio modo di essere: senza adattarsi e senza forzarsi, ma onorando la propria autenticità.


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