G. è un bambino molto dinamico e solare: saltella mentre lo riaccompagno dai genitori, in sala d’attesa. “Cos’avete fatto oggi?” chiedono subito loro, quando lo vedono arrivare. “Abbiamo fatto tanti giochi!” risponde lui, entusiasta.
I genitori mi guardano interrogativi, come a volermi chiedere: “Ma come? Avete solo giocato?”
Sorrido. “Abbiamo fatto tanti giochi diversi, e G. si è impegnato molto” comincio a spiegare: “Per esempio, nel primo gioco, abbiamo imparato il verso della vespa: Vvvvv!”
I genitori di G. tirano un sospiro di sollievo: uno dei nostri obiettivi terapeutici è proprio quello di imparare ad articolare il suono “v”! Ma perché per raggiungerlo utilizziamo il gioco?
Dalla stanza di logopedia…
Ciascuna terapista che lavori con l’età evolutiva lo sa: il gioco è il linguaggio universale attraverso il quale entriamo a contatto con il bambino, e diventa un vero e proprio strumento per raggiungere obiettivi riabilitativi specifici, a tutti i livelli dello sviluppo del linguaggio:
- A livello fonologico, attraverso l’utilizzo di giochi simbolici, giochi dell’oca e tombole lessicali, si può andare a lavorare su quei fonemi target (i suoni che il bambino sta imparando) che, se isolati, possono risultare più faticosi (e noiosi!) da imparare;
- A livello lessicale, utilizzare oggetti tridimensionali durante il gioco simbolico o le immagini durante una sfida, ci aiuta a memorizzare meglio le etichette lessicali, ovvero i nomi dei vari elementi;
- A livello morfo-sintattico e testuale, giocare ad inventare le storie, magari con l’utilizzo di marionette o pupazzi, è un allenamento utile per sviluppare le capacità di comprensione e narrazione;
- A livello pragmatico, tutti gli scambi comunicativi dei giochi precedenti, collegati anche alla capacità di prendere e cedere il turno di gioco, non fanno altro che preparare il bambino agli scambi dei turni comunicativi con gli adulti, oltre a costruire esperienza rispetto all’utilizzo del registro linguistico, contatto oculare, prosodia, e tutti gli aspetti più nascosti della comunicazione non verbale.
…verso i banchi di scuola…
Molti giochi da tavolo moderni sono perfetti per allenare competenze utili agli apprendimenti: per esempio giochi che vanno a rafforzare le competenze lessicali e ortografiche (come Scarabeo), o richiedono -tra le altre cose- di effettuare operazioni aritmetiche (ad esempio Monopoly).
Altri giochi allenano quelli che vengono considerati dei pre-requisiti alla lettoscrittura, come le funzioni esecutive (attenzione, memoria di lavoro, inibizione della risposta, …) e le competenze metafonologiche: giocare con le rime, con le sillabe o con le iniziali delle parole permette di allenare questi pre-requisiti senza che il bambino percepisca il peso del “compito”.
La possibilità di giocare con i pari, inoltre, incide molto sulla motivazione, rendendo la sfida più interessante, soprattutto nei giochi di velocità: in giochi come Dobble o Jungle Speed viene richiesto un compito di attenzione visiva e controllo dell’impulsività, associandolo anche ad un lavoro di denominazione lessicale o di flessibilità cognitiva.
…e a casa?
Quando si gioca con i bambini a casa, le regole auree da seguire sono due: la prima è divertirsi, creando un legame che vada al di là dell’obiettivo che stiamo cercando di ottenere, la seconda è sapere perché si sta facendo proprio quel gioco: al bambino piace?
Affinché il gioco sia realmente educativo, l’adulto di riferimento deve agire come un regista discreto. Non deve sostituirsi al bambino, ma deve saper calibrare la sfida: se il gioco è troppo facile, compare la noia; se è troppo difficile, subentra l’ansia. Il segreto è restare in quella che lo psicologo Vygotskij chiamava “Zona di Sviluppo Prossimale“(ZSP): immaginiamo che le competenze di un bambino siano divise in tre zone: la prima è ciò che sa già fare da solo (dove si sente sicuro, ma non impara nulla di nuovo), la terza è ciò che è ancora troppo difficile per lui (dove prova solo frustrazione). La ZSP è lo spazio di mezzo, dove il bambino non riesce ancora a fare una cosa da solo, ma ci riesce se aiutato da un adulto o da un compagno più esperto.
Pronti? Via!
Integrare il gioco nella logopedia e nell’apprendimento non significa sminuire la serietà dell’intervento educativo, ma al contrario, potenziarlo. Un bambino che impara giocando è un bambino che sta sviluppando non solo competenze tecniche (parlare meglio, scrivere e leggere correttamente, compiere dei calcoli più velocemente), ma anche una relazione positiva con la conoscenza (e con gli altri!): quando permettiamo al bambino di giocare, gli stiamo dando gli strumenti per esplorare il mondo, testare ipotesi e comunicare la propria identità, mentre si costruisce la relazione con l’altro. Dal punto di vista neurobiologico, come emerge dagli studi di Speranza, Di Porzio e Viggiano (2021) e successivamente di Tsetsenis e Broussard (2022) è proprio attraverso questa esplorazione attiva che il cervello, attivando il sistema dopaminergico, rafforza le proprie connessioni e costruisce competenze durature, proprio come quelle che stiamo costruendo con G.!
Consigli pratici per genitori e insegnanti:
- Scegliete giochi adatti all’età secondo quelle che sono le preferenze del bambino, ma non abbiate paura di variare le regole insieme a lui
- Non fingete sempre di perdere: bisogna imparare anche ad affrontare la frustrazione della sconfitta
- Giocate in maniera spensierata, senza pensare alla performance. E soprattutto… DIVERTITEVI!
Bibliografia:
- Speranza, L., Di Porzio, U., & Viggiano, D. (2021). Dopamine: The neuromodulator of long-term synaptic plasticity, reward and movement control.
- Tsetsenis, T., & Broussard, J. I. (2022). Dopaminergic regulation of hippocampal plasticity, learning, and memory. Frontiers in Behavioral Neuroscience.
- Vygotsky, L. S. (1978). Mind in Society: The Development of Higher Psychological Processes. Harvard University Press.
A cura di: Antonina Truglio – Logopedista del Centro di Apprendimento Anastasis