Giovedì 19 marzo, Pietro Addis, consigliere ASSIF con delega alla Crescita professionale, Inclusione e Benessere Associativo è stato ospite dell’Associazione fundraising della Catalogna. Riportiamo qui la sintesi del suo intervento che è stato molto apprezzato dalle colleghe e dai colleghi spagnoli.
Dieci anni fa ho deciso di dedicarmi al fundraising a tempo pieno, dopo un periodo di volontariato che mi aveva fatto capire quanto credessi in questo lavoro. Come accade a molti e molte di noi, il mio percorso non è stato lineare. Ho attraversato anche contesti organizzativi profondamente disfunzionali. Mi sono iscritto ad ASSIF perché avevo bisogno di una comunità professionale, uno spazio di scambio e appartenenza. Ho capito che l’isolamento è ciò che rende le situazioni tossiche ancora più gravi.
Non potevo immaginare come si sarebbe poi evoluto il mio percorso: i traguardi professionali, le relazioni costruite nel tempo, fino ad arrivare a far parte del Consiglio Direttivo di ASSIF e lavorare apertamente sul tema del benessere emotivo e dare voce a chi oggi si trova nelle stesse situazioni che ho vissuto io.
Anche nel settore non profit esistono dinamiche disfunzionali, abusi di potere e contesti organizzativi nocivi. La differenza è che se ne parla molto meno. Il settore non profit è composto da persone motivate dal desiderio di generare un impatto positivo. In Italia, oltre 63.000 lavoratori retribuiti operano in questo ambito, insieme a milioni di volontari che rendono possibile la missione delle organizzazioni.
Tra queste persone ci siamo noi, i e le fundraiser: professionisti che costruiscono relazioni, comunicano il valore sociale delle cause, ascoltano bisogni e storie e consolidano la fiducia di donatori e comunità. È un lavoro ad alta intensità emotiva e relazionale, che richiede empatia, capacità di autoregolazione e una forte identificazione con la missione.
Eppure, non sempre chi sostiene gli altri lavora in contesti in cui viene adeguatamente sostenuto. In molte organizzazioni non profit le risorse economiche sono limitate, le strutture organizzative fragili, mancano politiche di benessere e supporto psicologico, e sono frequenti i contratti precari o con tutele insufficienti.
In questo scenario osserviamo un fenomeno sempre più diffuso: molti e molte fundraiser scelgono la consulenza esterna o il lavoro autonomo per allontanarsi da ambienti formalmente stabili ma emotivamente tossici. Si rinuncia alla sicurezza economica per proteggere la propria salute psicologica.
Le problematiche su cui abbiamo deciso di intervenire sono chiare.
La prima è il burnout e lo stress lavorativo cronico non gestito adeguatamente: un vero e proprio esaurimento emotivo. In Italia, il disagio psicologico legato al lavoro è un tema sempre più presente, soprattutto in contesti di sovraccarico, precarietà e scarso riconoscimento. La seconda riguarda gli ambienti lavorativi tossici, caratterizzati da pressioni costanti, comunicazione aggressiva e mancanza di supporto, nonché il mobbing, inteso come una forma sistematica di violenza psicologica basata sull’isolamento, l’umiliazione e la reiterata svalutazione di una persona lavoratrice. Infine, la discriminazione sul luogo di lavoro, ovvero il trattamento sfavorevole basato su caratteristiche personali come il genere, l’età, l’origine o la disabilità.
Per rispondere a queste problematiche, nell’ambito della mia delega in ASSIF stiamo sviluppando diverse iniziative in collaborazione con partner e attori strategici qualificati.
Il primo progetto è l’ASSIF Mentoring Program, creato per connettere generazioni di fundraiser attraverso un programma strutturato di mentoring intergenerazionale. Si tratta di uno spazio di dialogo, ascolto e crescita reciproca in cui professionisti con diversi livelli di esperienza condividono competenze, prospettive e percorsi, accompagnandosi in momenti di sviluppo, orientamento o transizione professionale. Il mentoring non è consulenza né coaching: è una relazione orizzontale basata sulla fiducia, il dialogo e la responsabilità condivisa. Si fonda su valori chiave: reciprocità, riservatezza, autonomia, responsabilità e inclusione.
Il secondo progetto si chiama Spazio Sicuro. È un programma dedicato al benessere psicologico e relazionale per le socie e i soci ASSIF: un ciclo annuale di incontri online con psicologi esperti, realizzato in collaborazione con il Consorzio Universitario Humanitas, un’accademia interuniversitaria che promuove la cooperazione tra università, ospedali e centri sanitari.
Gli incontri affronteranno temi come il burnout, gli ambienti tossici, il mobbing e la discriminazione.
Di questo e di altri due progetti che stiamo mettendo a terra con ASSIF, ance per il prossimo anno, daremo presto notizia nella speranza di essere accanto e di sostenere tutte le professionisti e i professionisti del dono.
Sono passi importanti, ma c’è ancora molta strada da percorrere.
Ogni cambiamento nasce dalle storie delle persone che lo attraversano.
E il nostro punto di partenza siamo noi.
Pietro Addis, consigliere ASSIF