Zhaleh è arrivata in Italia dall’Iran nel 2015 per frequentare un dottorato di storia a Roma. Grazie al progetto VOC- Volontari di Comunità, che INTERSOS e UNHCR portano avanti in diverse città italiane, Zhaleh ha superato lo spaesamento e lo sconforto del primo periodo e ha cominciato ad aiutare altri studenti iraniani ad orientarsi.
Di Zhaleh
Sono arrivata in Italia circa dieci anni fa per un dottorato in storia all’Università La Sapienza di Roma. Ero felice, immaginavo un’università bellissima, piena di studenti e professori pronti a cambiare il mondo. Ma la realtà è stata subito diversa. Anche se il mio corso era in inglese, molte lezioni erano in italiano e io non capivo quasi nulla. Mi sentivo persa, come se fossi tornata bambina, incapace di comunicare anche le cose più semplici.
Ma il problema più grande era un altro. Portavo con me un segreto che in Iran mi faceva molta paura: soffro di epilessia. Nel mio Paese, questa malattia è spesso un tabù, qualcosa di cui vergognarsi o da nascondere per non essere giudicati “diversi” o meno capaci. Per anni, la mia malattia è stata un’ombra. Anche qui in Italia, per tutto il primo anno, ho vissuto nel silenzio. Non avevo il medico di base e chiedevo ai miei genitori di spedirmi le medicine da casa perché avevo paura di quanto potesse costare un medico qui.
Quando la solitudine diventa buio
Con il tempo, lo stress del cambiamento e le sfide dell’integrazione hanno peggiorato la mia salute. Gli episodi epilettici sono diventati più frequenti e più forti. In quel momento, ho capito che non potevo più farcela da sola.
Quando finalmente sono andata da uno specialista italiano, ho vissuto il mio primo vero “shock culturale” positivo. Ho scoperto che qui l’epilessia non è una colpa né un segreto da proteggere, ma una condizione tutelata. Ho scoperto il sistema delle esenzioni e, per la prima volta, ho sentito che se avessi parlato della mia malattia, le persone intorno a me avrebbero potuto aiutarmi invece di giudicarmi.
Tuttavia, dopo aver finito il dottorato, sono caduta in un periodo di forte depressione. Non sapevo bene l’italiano, non trovavo lavoro e non sapevo come muovermi nel complicato mondo delle leggi italiane. Mi sentivo ferma, mentre il mondo intorno a me correva.
La svolta con il Progetto VOC
Un giorno ho deciso che volevo fare qualcosa di utile. Volevo aiutare gli altri studenti iraniani appena arrivati a non fare i miei stessi errori. Sono andata all’ufficio dell’UNHCR e sono entrata a far parte del progetto VOC (Volunteers Of Communities) in collaborazione con INTERSOS.
Il percorso di formazione con il progetto VOC è stato la chiave che ha aperto tutte le porte rimaste chiuse per anni. Lì è iniziata la mia vera rinascita. Grazie a questi corsi, ho smesso di sentirmi una vittima delle circostanze. Ho iniziato a mappare le aziende locali, a creare liste di corsi formativi e tirocini specifici per rifugiati e migranti. Ho partecipato a focus group su temi fondamentali come i diritti del lavoro e i diritti LGBTQ+, arricchendo il mio bagaglio di conoscenze da condividere con la mia comunità.
Oggi aiuto gli altri a non sentirsi soli
Grazie a tutto quello che ho imparato, ho finalmente trovato un lavoro partecipando a un corso di formazione consigliato dal progetto. Ma la cosa che mi rende più orgogliosa è che oggi non sono più una persona che si nasconde.
Ora aiuto la mia comunità iraniana: spiego ai nuovi arrivati come funziona il sistema sanitario, dove trovare corsi di formazione e quali sono i loro diritti. E saprei che con la partecipazione a gruppi di discussione e ascoltando le difficoltà e le esperienze delle persone imparerò sempre di più. Il mio percorso non finisce mai, imparo ogni giorno qualcosa di nuovo. Ma ora so che la mia storia può aiutare altre persone a sentirsi meno sole. Grazie al progetto VOC, ho trasformato il mio segreto nella mia forza più grande. L’integrazione non è solo trovare un posto dove vivere, ma trovare la forza di alzare la voce e dire: “Io sono qui, conosco i miei diritti e posso aiutare gli altri a trovare la loro strada”.