I tessuti secondo Slow Fiber: belli solo se anche buoni, puliti e giusti, sani e durevoli

Compatibilité
Sauvegarder(0)
partager

Intervista a Dario Casalini, presidente della rete tematica – Sostenitore Ufficiale di Slow Food Italia – nata nel 2023 che oggi riunisce 38 aziende virtuose del settore tessile

«L’industria tessile del fast e dell’ultra fast fashion è fondata sullo spreco e sul rifiuto, e genera immani esternalità negative ambientali e sociali lungo tutta la filiera senza che queste si riflettano nel prezzo dei prodotti. Quella che ci troviamo ad affrontare è una sfida prettamente culturale: dobbiamo correttamente informare i cittadini che le loro scelte responsabili di consumo plasmano il mondo». Dario Casalini è il presidente di Slow Fiber, la rete tematica nata nel 2023 da sedici aziende virtuose del tessile (oggi sono più del doppio), Sostenitore Ufficiale di Slow Food Italia. «Le rivoluzioni non si fanno per legge – sostiene – ma perché cambia il sentire comune e le energie della società si dirigono verso un futuro alternativo, davvero migliore per tutti».

Dario Casalini con Carlo Petrini a Torino in occasione di Terra Madre 2020

Da quali energie è nata Slow Fiber?

Slow Fiber nasce dalla considerazione che i modelli di iperproduzione e sovraconsumo nel settore tessile sono gli stessi, ma più veloci e quantitativamente molto più impattanti (fonte Parlamento Europeo), di quelli che hanno interessato la filiera agroalimentare qualche decennio fa e a cui Slow Food ha dato pronta e adeguata risposta. È più che mai necessario riscoprire e valorizzare i modelli produttivi buoni, sani, puliti, giusti e durevoli che creano benessere diffuso e inclusivo per le comunità territoriali in cui sono radicati.

Di quante aziende è composta oggi la rete e quali sono le prospettive future?

Oggi siamo 38 e prevediamo di arrivare a cinquanta, possibilmente a cento, entro il prossimo anno: finalmente gli imprenditori tessili iniziano a capire che il Made in Italy può sopravvivere e rafforzarsi nel tessile solo se, oltre all’innovazione, rispetta i valori etici di Slow Fiber. 

Quali valori in comune hanno Slow Fiber e Slow Food?

I problemi che riguardano cibo e tessile sono molto simili per impatto ambientale, sociale e volume di spreco. I valori individuati da Slow Food per fronteggiare il modello del fast food sono applicabili anche al tessile: per noi di Slow Fiber è bello solo ciò che è anche buono, cioè frutto di una filiera trasparente e tracciabile, pulito e sostenibile per l’ambiente, giusto per le persone coinvolte nei processi produttivi, sano per chi produce e utilizza quei prodotti, nonché durevole, cioè non usa e getta.

I giovani sono una generazione fast fashion?

Assolutamente no, e penso sia un errore criticare le generazioni più giovani per le loro abitudini di acquisto. Dovremmo invece impegnarci per informarli di più e meglio: quando trovano il tempo di ascoltare cosa c’è dietro un prodotto tessile di fast fashion in termini di spreco e di sfruttamento di risorse e persone, non tornano indietro e diventano consumatori critici e consapevoli. Ho molta più fiducia in loro che nella mia generazione o in quelle che mi hanno preceduto.

Come si raggiunge il pubblico più giovane?

In questi primi tre anni di vita ci siamo orientati più alla filiera e alle aziende che al consumatore finale. Ma abbiamo organizzato diverse presentazioni per far conoscere Slow Fiber ai ragazzi, così come abbiamo in programma molti interventi in classi di scuole medie e superiori, oltre che nelle università: si tratta di presentazioni esperienziali volte alla sensibilizzazione sui valori del buono, sano, pulito, giusto e durevole lungo tutti i passaggi produttivi della lunga e complessa filiera tessile. E poi, molti di noi tengono corsi o lezioni in università e istituti di formazione post-diploma.

La pelle è l’organo più esteso del corpo umano, ma la consapevolezza dell’importanza e dell’incidenza del tessile nella vita quotidiana non è ancora sufficiente. Come si pone rimedio a questa asimmetria?

Parlandone in ogni occasione utile, promuovendo e diffondendo una nuova cultura d’impresa e un nuovo modo di consumare. Non abbiamo bisogno di iniziative imprenditoriali che arricchiscano pochi a danno di molti e dell’ambiente, così come non possiamo solo vivere di spreco e creazione di rifiuti a ritmi sempre più veloci. Dobbiamo fermarci e concentrarci esclusivamente su quelle attività e quei prodotti che generano benessere inclusivo e diffuso, che non sono strumento di diseguaglianza e che proteggono e non danneggiano la nostra salute. E devo dire che noto un aspetto positivo ogni volta che parliamo di questi temi in pubblico… 

Quale?

Che chi si pone all’ascolto non torna indietro: raramente abbiamo incontrato persone che sono rimaste insensibili a ciò che si cela dietro una filiera del fast e ultra fast fashion, mentre la stragrande maggioranza si impegna a cambiare le proprie abitudini di consumo. 

Quali progetti avete a breve termine?

Quest’anno vogliamo ampliare il dialogo e il confronto con i giovani, nelle scuole e nelle università, e organizzare un Festival della crescita nel quale presentare il loro punto di vista sul rapporto tra settore tessile, salute e sostenibilità ambientale e sociale. E poi abbiamo in cantiere due bellissimi progetti. 

Ce li può anticipare?

Uno è dedicato proprio ai giovani: prevede una fase di ascolto delle loro istanze e preoccupazioni e sulla base di queste la creazione di uno strumento che parli il loro linguaggio e sia in grado di coinvolgerli profondamente. L’altro mira a realizzare un luogo fisico in cui siano rappresentati i nostri valori fondanti e dove dare sostanza ai nostri tre obiettivi: sensibilizzare il consumatore ad acquisti più consapevoli e responsabili, cioè molto meno e molto meglio; attrarre i giovani all’impiego nella manifattura tessile; e consolidare le micro o piccole imprese che perseguono i valori del buono, sano, pulito, giusto e durevole.

Tra le vostre aziende molte lavorano con l’estero. Le attività stanno venendo colpite dalla guerra dei dazi?

Qualcuno di noi ha patito di più, qualcuno poco o nulla: ma il vero problema del tessile non sono i dazi, bensì il dumping ambientale e sociale che da decenni avvelena il settore. Il mercato europeo viene inondato da prodotti a basso prezzo che nascondono enormi costi ambientali e sociali che non possiamo più pensare di allontanare, perché tutti subiamo i danni del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Allo stesso modo, tutti siamo messi quotidianamente di fronte a sfruttamento della manodopera, crescente diseguaglianza, erosione della fiducia reciproca e della coesione sociale, fenomeni migratori che sono ormai fondamenti sistemici di un capitalismo deviato e distruttivo che va eradicato.

Come si immagina i prossimi dieci anni nel settore del tessile e quali prospettive vede per la rete Slow Fiber?

Pensiamo che senza Slow Fiber non ci sia un futuro per il tessile italiano: negli ultimi tre anni ha perso una ventina di miliardi di fatturato ed è in crisi strutturale da decenni, anche per la concorrenza sleale di cui si alimenta la delocalizzazione. E siamo ragionevolmente certi che il riscatto e la rinascita della filiera tessile italiana debba passare per una ridefinizione etica dei valori. Ovunque nel mondo può esservi eccellenza, creatività e qualità, ma in Italia la filiera è anche completa, collaborativa e può diventare ancora più pulita, giusta e resiliente.

Quale sarà la sfida più grande da affrontare insieme nel prossimo decennio?

Ripeto, quella che ci attende è una sfida culturale. Nessuna legge o Green Deal europeo sortirà alcun effetto se continuiamo a preferire e acquistare prodotti di importazione a basso costo, ma insalubri, sporchi, ingiusti e usa e getta. Ridurre i volumi di acquisto, spreco e rifiuto, optare per prodotti belli e performanti solo se anche buoni, sani, puliti, giusti, riparabili e durevoli farà la differenza. 

Coordonnées
Press Slow Food