La settimana politica: ultimatum Trump su Stretto di Hormuz

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La crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele ha registrato nelle ultime ore un ulteriore e preoccupante escalation, con il Presidente americano Donald Trump che ha lanciato un ultimatum a Teheran, intimando la riapertura completa dello Stretto di Hormuz entro 48 ore, pena l’attacco e la distruzione delle centrali elettriche iraniane, La Repubblica Islamica ha risposto con durezza, dichiarandosi pronta a colpire le infrastrutture energetiche, informatiche e gli impianti di desalinizzazione statunitensi presenti nella regione.

Il contesto intorno alla questione sullo Stretto di Hormuz

La notizia sullo Stretto di Hormuz ha avuto risvolti anche nei mercati energetici, con il prezzo del gas schizzato oltre  i 60 euro/MwH. Sul piano militare, l’Iran ha lanciato due missili balistici contro la base anglo-americana sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. L’attacco non è andato a segno, ma ha dimostrato che l’impianto missilistico di Teheran dispone di una gittata operativa fino a 4.000 chilometri, un raggio d’azione che comprende gran parte dell’Europa, Italia inclusa, come sottolineato dal capo di stato maggiore israeliano.

Parallelamente, le forze americane e israeliane hanno colpito l’impianto nucleare iraniano di Natanz, senza che l’AIEA abbia rilevato fuoriuscite di radiazioni. Le conseguenze geopolitiche si estendono all’intera area: missili balistici hanno raggiunto Riad, una nave è stata colpita negli Emirati Arabi Uniti e un sottomarino nucleare britannico si è posizionato nel Mar Arabico. In Israele, il bilancio dei feriti ad Arad e Dimona è salito a 175 persone, mentre sul fronte diplomatico, l’Oman – tradizionale mediatore tra le parti – resta in contatto con Teheran, ma al momento le prospettive di una de-escalation appaiono ancora lontane.

Consiglio europeo: niente stop all’Ets

Il Consiglio europeo del 19 marzo si è chiuso con un esito a doppia faccia per il governo italiano. Infatti, la richiesta di sospendere l’Ets, il sistema europeo di scambio di quote di emissione di CO₂, portata avanti nelle settimane precedenti dalla premier Giorgia Meloni, non ha trovato il consenso necessario, con Francia, Germania, Spagna, Portogallo e i Paesi nordici hanno fatto muro, difendendo il meccanismo come pilastro irrinunciabile delle politiche climatiche europee.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito l’Ets un grande successo, mentre il premier spagnolo Pedro Sánchez ha accusato alcuni governi di voler strumentalizzare la crisi energetica legata al conflitto in Medio Oriente per indebolire il Green Deal. La revisione del sistema resta dunque fissata per l’estate, quando la Commissione europea valuterà possibili correttivi su volatilità dei prezzi e sostegno ai Paesi più esposti.

Ma se sulla sospensione del meccanismo Ets l’Italia esce ridimensionata, la partita sul decreto bollette si è invece risolta in modo più favorevole per l’esecutivo, con la possibilità per gli Stati membri di adottare misure nazionali urgenti per calmierare il prezzo dell’elettricità, includendo anche l’impatto dell’Ets. Questa apertura facilita il negoziato tra Roma e Bruxelles sul Decreto Bollette, il cui nodo era proprio l’approvazione da parte di Bruxelles della neutralizzazione del costo delle quote di emissione per i produttori di energia da gas naturale. Meloni ha espresso fiducia sul via libera da parte della Commissione, sottolineando come il risultato consenta al governo di avviare fin da subito il confronto tecnico sul decreto.

L’addio a Bossi e Cirino Pomicino

In una singolare coincidenza temporale, la politica italiana si ferma per dare l’ultimo saluto a due figure che, da sponde opposte, hanno segnato profondamente la storia della Prima Repubblica: Umberto Bossi e Paolo Cirino Pomicino. Domenica 22 marzo, a Pontida, centinaia di militanti con il fazzoletto verde al collo hanno accompagnato il feretro del Senatùr fino al monastero di San Giacomo, il luogo simbolo della Lega dove tutto ebbe inizio nel 1990.

Scomparso il 19 marzo all’età di 84 anni, Bossi ha ricevuto un funerale di popolo: niente cerimoniale di Stato, ma la presenza delle più alte cariche istituzionali, dalla premier Meloni, passando dai Presidenti di Camera e Senato Fontana e La Russa, fino ad arrivare ai vicepremier Tajani e Salvini, quest’ultimo contestato da alcuni militanti storici che gli hanno intimato di togliere la camicia verde, simbolo della Lega della prima ora.

Un visibilmente commosso Giancarlo Giorgetti ha accompagnato a piedi il feretro fino al pratone, dove il coro degli Alpini ha intonato il Va Pensiero. Nello stesso giorno, a Roma, si è spento all’età di 86 anni Paolo Cirino Pomicino, storico esponente democristiano e uomo di punta della corrente andreottiana. Soprannominato “’o ministro” nella sua Napoli, Pomicino fu responsabile della Funzione pubblica nel governo De Mita e del Bilancio nei governi Andreotti, attraversando gli anni ruggenti del pentapartito fino alla stagione di Mani Pulite, che lo coinvolse in 42 procedimenti giudiziari.

Per lui, lunedì 23 marzo, è stata allestita la camera ardente nella sala Aldo Moro di Montecitorio, aperta dalle 10.30 alle 19. Due vite distanti, due visioni dell’Italia inconciliabili – il federalismo padano contro il potere democristiano romano – eppure unite dal medesimo destino di aver incarnato un’epoca politica che, nel bene e nel male, ha plasmato il Paese.

Coordonnées
Gabriele Tolari