Economia: Confesercenti-Cer, italiani più poveri di 20 anni fa

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Rispetto al 2005 cala il potere d’acquisto (-3,2%), si spende il 23% in più per acquistare il 15% in meno.  Il 2026 doveva portare una svolta, ma sarà un anno sulle montagne russe: lo shock dovuto al conflitto in Iran potrebbe far risalire l’inflazione al +2,9% già nel 2026, cancellando circa 3,9 miliardi di consumi

Il conflitto in Iran riaccende l’allarme consumi e inflazione, e rischia di fermare il già debole recupero del potere d’acquisto delle famiglie italiane. Con gli attuali livelli di prezzo di petrolio e gas, l’inflazione nel 2026 potrebbe tornare al +2,9%. Un balzo che di fatto azzererebbe l’aumento del reddito disponibile reale – che segnerebbe appena un +0,1%, – e cancellerebbe circa 3,9 miliardi di crescita prevista dei consumi, già soffocati dalla corsa dei costi incomprimibili, che ormai assorbono il 42% del bilancio delle famiglie.

A stimarlo è CER per Confesercenti, in un approfondimento sull’impatto economico del conflitto sull’economia italiana. L’anno era iniziato con aspettative diverse: il 2026 sembrava poter rappresentare un passaggio di consolidamento, se non proprio di svolta. Ma il riaccendersi delle tensioni in Medio Oriente, che si somma a un quadro internazionale già segnato da conflitti e persistenti incertezze geopolitiche, potrebbe cambiare radicalmente lo scenario. Anche perché la crisi colpisce un’economia che arriva da un lungo ciclo di impoverimento relativo, in cui famiglie e imprese hanno perso margini di tenuta.

Per capire quanto la nostra economia sia esposta ai nuovi shock è sufficiente guardare indietro.  Tra il 2005 e il 2025 l’Italia ha visto peggiorare alcuni degli indicatori più importanti della condizione economica delle famiglie. Il potere d’acquisto si è ridotto, i consumi reali diminuiti, il risparmio si è assottigliato, il peso delle spese obbligate è aumentato. Nel frattempo, la crescita dell’occupazione non si è tradotta in un corrispondente miglioramento del benessere: si lavora di più, ma si guadagna meno; si spende di più, ma si compra meno.

Più occupati, ma meno reddito

Tra il 2005 e il 2025 gli occupati sono aumentati di circa 1,4 milioni, passando da 22,7 a 24,1 milioni. Nello stesso periodo, però, il reddito unitario totale da lavoro è diminuito del 9,3%, con una perdita media di 4.400 euro. Ancora più pesante la flessione di quello autonomo, in calo del 22,3%, pari a 12.500 euro in meno. Per il lavoro dipendente la riduzione è stata più contenuta, pari a -532 euro, ma comunque significativa se letta in termini di capacità reale di spesa. In generale, il potere d’acquisto delle famiglie nel 2025 risulta inferiore del 3,2% rispetto al 2005. Nello stesso arco di tempo si riduce drasticamente anche la propensione al risparmio, scesa dal 13,3% al 7,8% del reddito disponibile.

Si spende di più per acquistare di meno

In valore nominale, la spesa delle famiglie è aumentata di circa il 23% tra il 2005 e il 2025. Ma in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, i consumi si riducono del 15%, pari a 133 miliardi di euro in meno, circa 5mila euro di spesa ‘sparita’ a famiglia. A pesare ulteriormente la crescita delle spese incomprimibili. Casa, energia, trasporti, assicurazioni, sanità, servizi finanziari e altre voci essenziali assorbono ormai il 42% del bilancio delle famiglie, in media circa 14.300 euro. La nuova fiammata di petrolio e gas aggrava dunque una tendenza già in atto da anni, quella dell’espansione continua dei costi fissi, che riduce la possibilità di acquistare altri beni e servizi. Anche la pressione fiscale è su valori molto elevati (43,1% nel 2025), secondo braccio della morsa che comprime strutturalmente il benessere.

Produttività al palo

Sul fondo resta il grande problema irrisolto dell’economia italiana: la produttività. Quella per occupato conferma la debolezza strutturale del sistema: tra il 2005 e il 2025, a valori correnti, cresce del 35%, ma a valori costanti arretra del 2,4%. L’aumento dell’occupazione non si è tradotto in maggiore valore reale prodotto per lavoratore: una dinamica che pesa su salari, margini d’impresa, competitività e capacità di investimento.

“Il 2026 poteva e doveva essere l’anno della svolta per l’economia italiana. La guerra in Iran, che si aggiunge al dramma ucraino, ci obbliga invece a rivedere le prospettive dei prossimi mesi. Anche il turismo, che negli ultimi anni ha sostenuto la crescita, potrebbe entrare in una fase negativa. Il timore è che il nuovo shock fermi il recupero del potere d’acquisto e colpisca con forza un sistema Paese che, in termini economici, è per molti aspetti più fragile di venti anni fa”, commenta Nico Gronchi, Presidente di Confesercenti.

“I costi incomprimibili pesano in modo ormai insostenibile su moltissime famiglie, e bisogna evitare che crescano ancora. “Per invertire la tendenza occorre intervenire sul nodo energia. È da lì che passa oggi una parte decisiva della difesa del potere d’acquisto e della competitività delle imprese. Serve quindi il massimo impegno, in Europa e in Italia, per ridurre una pressione che nel nostro Paese resta tra le più pesanti, principalmente per effetto di fisco e oneri di sistema”.

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