di Giada Fazzalari
Mediterraneo corridoio invisibile di morte. Due naufragi in poche ore, tra Lampedusa e il Mar Egeo. L’altro ieri, quando la Guardia Costiera raggiunge l’imbarcazione al largo di Lampedusa, si trova davanti una scena raccapricciante: corpi senza vita a galla mescolati a sopravvissuti, persone semi incoscienti, senza forze, con problemi respiratori, corpi rigidi, esanimi, intossicati dagli idrocarburi inalati. Poche ore dopo, un’altra barca si rovescia al largo di Bodrum, sulla costa turca dell’Egeo. Qui perderanno la vita, tra gli altri, cinque bambini piccoli. Tragedie che evidenziano non solo i rischi delle rotte migratorie e le criticità dei sistemi di salvataggio, ma anche le responsabilità politiche e la gestione delle frontiere, che rendono le traversate sempre più pericolose. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, almeno 831 migranti sono morti o risultano dispersi nel Mediterraneo dall’inizio del 2026, oltre cento solo negli ultimi giorni. Ogni episodio aggiunge un tassello a una dinamica ormai strutturale, in cui il confine tra incidente, omissione e responsabilità politica diventa sempre più sottile: dalla gestione delle zone Sar al ruolo delle guardie costiere. In un solo giorno, tra Canale di Sicilia ed Egeo, le vittime sono almeno quaranta. Un numero che, da solo, basterebbe a definire la portata della tragedia. E che ci suggerisce che le norme più stringenti – a cominciare dal decreto anti Ong – non sono servite granché, tranne che alimentare slogan come: “li rimandiamo a casa loro”. Un fenomeno che rischia, come da ormai troppo tempo accade, di perdersi rapidamente nel flusso continuo delle notizie. Vite spezzate che non hanno trovato spazio nelle prime pagine dei giornali – meglio la love story Conte/Piantedosi – che non hanno generato dibattito neppure nei palazzi – meglio la love story Conte/ Piantedosi – e che, in sostanza, non hanno sfiorato le nostre coscienze. Una barca che affonda, risucchia corpi che non sono “nostri”, perché non proviamo la stessa empatia per i morti che non ci appartengono. Al di là della nazionalità, il prossimo è scomparso dall’orizzonte dei nostri interessi più intimi. Sono “i morti degli altri”, espressione emblematica di un grandioso testo di Marco Aime e Federico Faloppa pubblicato pochi mesi fa da Einaudi e del quale prendiamo in prestito il titolo. Cosa stabilisca quali vite siano destinate ad essere piante e quali a rimanere sullo sfondo, non è causale. Non tutte le morti occupano lo stesso spazio nell’immaginario pubblico, né suscitano la stessa intensità di lutto, indignazione o memoria. Alcune vittime, come quelle nel Mediterraneo, non sembrano essere mai esistite, sono state relegate a rumore di fondo. Quei morti non ci sconvolgono perché non appartengono davvero al nostro mondo. Non hanno volti, nomi, storie, sogni. Sono corpi senza vita da cui abbiamo scelto di prendere le distanze. Di essere indifferenti, in una drammatica e sempre crescente assuefazione a questo mondo nuovo che stiamo vivendo. E allora meglio occuparsi dell’affaire Conte/ Piantedosi, una vicenda che sentiamo più “nostra”. Dei morti c’è tempo per parlarne. Del resto, che importa, restano comunque i morti degli altri.