di Enzo Maraio
La tregua in Iran c’è. Ed è una buona notizia. Ogni cessate il fuoco, anche fragile, significa meno morti e uno spiraglio, per quanto stretto, alla diplomazia. Ma guai a scambiarla per una svolta: è una pausa, non una soluzione. Anche perché, mentre viene annunciata, già vacilla sul terreno. Eppure, dentro questa tregua, una cosa emerge con chiarezza: non tutti la raccontano allo stesso modo. C’è chi applaude, chi si adegua, e chi invece prova a mettere ordine tra responsabilità e propaganda. Tra questi ultimi c’è Pedro Sánchez, uno dei pochi leader europei che ha scelto di parlare senza ambiguità. Sánchez ha detto una cosa semplice: i cessate il fuoco sono positivi, ma non si può “applaudire chi incendia il mondo solo perché poi arriva con un secchio d’acqua”. E’ una frase che sintetizza meglio di qualsiasi analisi il punto politico: la tregua non cancella le responsabilità di chi ha contribuito all’escalation. E qui sta il nodo. Il ruolo di Donald Trump resta segnato da una gestione che alterna pressione militare, ultimatum e aperture improvvise. Una strategia che può produrre pause tattiche, ma difficilmente costruisce stabilità. La tregua, in questo senso, non assolve: sospende. Ancora più evidente è il vuoto europeo. E dentro questo vuoto, il caso italiano è emblematico. L’Italia non incide, non propone, non media. Si limita a seguire. Non è solo una questione di peso, ma di postura: manca la capacità di dire no, anche quando sarebbe necessario. Il contrasto con la Spagna è evidente. Madrid ha rifiutato di concedere le proprie basi agli Stati Uniti per le operazioni contro l’Iran, rompendo il fronte occidentale. Una scelta politica, prima ancora che diplomatica: non allinearsi automaticamente, rivendicare un margine di autonomia, assumersi il costo di una posizione. Roma, al contrario, resta afona. E così rinuncia a qualsiasi ruolo, anche minimo, nei processi decisionali. Non è alleanza: è subordinazione. In questo quadro, suona quasi grottesco il riemergere ciclico dell’idea di un Nobel per Trump. Non è solo inopportuno: è il segno di una perdita di senso della realtà. Premiare chi contribuisce a creare le condizioni della crisi, salvo poi gestirne le pause, significa confondere causa ed effetto. La tregua in Iran va accolta per quello che è: una sospensione utile, forse necessaria. Ma non basta fermarsi al sollievo del momento. Perché le guerre non iniziano da sole, e non finiscono per caso. e senza una politica capace di dirlo chiaramente, ogni tregua resta solo l’intervallo tra due fasi dello stesso conflitto.