2 giugno 1946: il compimento della transizione costituzionale italiana | Rizzoli Education

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Com’è ampiamente noto, visto anche il gran numero d’iniziative organizzate in tutto il Paese per celebrare l’evento, il 2 giugno di quest’anno ricorrerà l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica. 

In quell’assolato giorno tardo primaverile del 1946 (assolato per la verità solo nel Centro-Sud, perché al Nord il meteo fu impietoso, con freddo e temporali fin quasi verso sera), poco meno di 25 milioni di elettrici ed elettori si recarono alle urne per scegliere la forma istituzionale dello Stato e contemporaneamente per eleggere l’Assemblea costituente.

Nelle edicole, le testate dei giornali dell’epoca riportavano gli umori dell’elettorato e dei diversi partiti politici. La Voce Repubblicana preconizzava come il popolo italiano sarebbe “rinato nella libertà e nella giustizia rovesciando la monarchia, edificando la sua Repubblica”; Il Nuovo Giornale d’Italia invitava a bandire “sentimenti e risentimenti” e a votare pensando solo al “palpito dell’Italia di tutti gli italiani”; il Corriere della Sera, più sobriamente, titolava: “Agli italiani l’ultima parola”. Alla fine, dopo vent’anni di dittatura e cinque anni di conflitto armato – gli ultimi due dei quali segnati dall’occupazione e da una durissima guerra di liberazione combattuta lungo gran parte della penisola – la maggioranza degli italiani (con una netta differenza tra le regioni settentrionali, dove vinse la Repubblica, e quelle meridionali, dove invece prevalse la Monarchia) scelse di rompere decisamente con il passato e di chiudere i conti con casa Savoia, la dinastia che pure era stata artefice dell’Unità nazionale.

La strada che condusse a questa svolta decisiva fu lunga, accidentata e tutt’altro che scontata, come d’altronde accade in tutti i processi storici, ed è pertanto difficile individuare un singolo momento dal quale far discendere direttamente gli eventi che portarono alla fine della monarchia, di cui il 2 giugno costituì il coronamento. Nonostante ciò, si potrebbe forse tracciare una breve sintesi, che inevitabilmente bisogna far iniziare dallo sbarco alleato in Sicilia e dalla conseguente caduta del regime mussoliniano durante la famosa seduta del Gran Consiglio, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943. La successiva formazione del primo governo Badoglio e l’avvio delle trattative per giungere a un’immediata cessazione delle ostilità contro gli Alleati, lungi dal ripristinare quella pace che la popolazione italiana – già provata dai razionamenti e dalle bombe – reclamava, innescarono invece una spirale inarrestabile che trascinò l’Italia nel baratro. Non appena dai microfoni della radio fu reso pubblico l’armistizio, l’8 settembre 1943, la Germania nazista avviò infatti l’Operazione Achse e invase in forze il paese, mentre Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano alla cattura rifugiandosi precipitosamente a Brindisi, dove si costituì il cosiddetto Regno del Sud. 

Lo stesso giorno della fuga, il 9 settembre, nacque a Roma il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), il quale riuniva i partiti precedentemente rappresentati dal Comitato delle opposizioni antifasciste (fondato in clandestinità nel gennaio ‘43): la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, il Partito d’Azione, il Partito liberale e il Partito Democratico del Lavoro. All’interno del CLN era soprattutto l’ala sinistra a esprimere posizioni estremamente critiche sia rispetto a Badoglio e al re, entrambi ritenuti troppo compromessi con il regime, sia rispetto all’istituto stesso della monarchia, tanto da pregiudicare ogni forma di collaborazione con il governo. La Democrazia Cristiana, invece, pur condividendo l’avversione per il fascismo, era ostile alla volontà rivoluzionaria e insurrezionale delle sinistre, mostrandosi più incline a trovare un accordo con le forze di governo e a preparare il terreno a una futura consultazione popolare. 

Come scrisse in quei mesi concitati Alcide De Gasperi, “la vera rivoluzione è la Costituzione”. Così, mentre da una parte iniziava la guerra di liberazione, dall’altra si apriva una grave frattura tra l’esecutivo del Regno e le forze politiche d’opposizione, espressione più compiuta della generale volontà di cambiamento. La situazione si sbloccò solo nel marzo del 1944, quando il segretario del PCI Palmiro Togliatti – con l’indispensabile sostegno di Stalin – annunciò la “svolta di Salerno” e il proposito di entrare in un governo di unità nazionale. In cambio, il CLN ottenne il passaggio di quasi tutti i poteri effettivi del sovrano al figlio Umberto, nominato Luogotenente generale del Regno, e l’impegno a indire, nell’immediato dopoguerra, sia le elezioni per l’Assemblea costituente sia il referendum sulla forma di governo. 

La transizione costituzionale italiana entrava così nella sua fase cruciale, mettendo definitivamente in moto – soprattutto dopo il 25 aprile 1945 – il processo istituzionale che avrebbe condotto al fatidico 2 giugno. Il quadro appena abbozzato di quello straordinario triennio non sarebbe tuttavia neanche lontanamente esaustivo senza un accenno al ruolo che vi ebbero le italiane, le quali non solo parteciparono attivamente alla Resistenza, ma cercarono e finalmente conquistarono uno spazio di impegno e di rappresentanza politica che in Italia era sempre stato negato loro. Il riconoscimento del suffragio universale, formalmente avvenuto con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 2 febbraio 1945 (a guerra ancora in corso), aprì così le porte della vita nazionale a una nuova e fondamentale componente: una forza che, ottant’anni fa, contribuì con il proprio voto a ridisegnare il destino del paese.

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Andrea Padovan