Il caso di Le città di pianura non è solo quello di un film che ha fatto il pieno di candidature. È un segnale forte, forse il più chiaro degli ultimi anni: il baricentro del cinema italiano si sta spostando. Opere nate ai margini, lontano dai soliti circuiti industriali, stanno diventando i nuovi punti di riferimento per estetica e narrazione.
Le 12 nomination ai David di Donatello 2026 non sono solo un numero da record. Raccontano una trasversalità che raramente si vede in un’opera: il film è stato votato con la stessa convinzione sia nelle categorie artistiche che in quelle tecniche.
Francesco Sossai: un autore che non ha paura del silenzio
La candidatura alla Miglior regia per Francesco Sossai non è un fulmine a ciel sereno. Chi ha seguito i suoi corti e i suoi esordi sa che la sua identità è scolpita nel tempo dilatato, nei silenzi e in un uso quasi ipnotico dello spazio. Sossai costruisce un cinema che non cerca l’applauso immediato, ma che preferisce depositarsi lentamente nello spettatore.
Quello che trovo davvero interessante è il suo doppio registro:
- Da un lato, un linguaggio autoriale purissimo, quasi “antagonista” rispetto ai ritmi frenetici del mainstream.
- Dall’altro, una capacità magnetica di parlare ai più giovani, come conferma la nomination al David Giovani.
Riuscire a essere complessi senza diventare elitari è un equilibrio rarissimo nel nostro cinema. Anche la sceneggiatura, scritta con Adriano Candiago, riflette questa filosofia: non c’è una trama tradizionale che ti prende per mano, ma una struttura fatta di incontri e sospensioni dove il senso della storia emerge un po’ alla volta.
La forza di un gruppo: oltre il singolo protagonista
Uno degli aspetti più belli di questo successo è la sua natura corale. Le 12 candidature non si fermano al regista, ma premiano l’intero “ecosistema” del film:
- Il valore degli attori: le doppie nomination non sono un caso. Il film crea un universo umano così stratificato che ogni volto conta. Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano danno corpo a due uomini fragili e disillusi, lontani da ogni stereotipo maschile. Accanto a loro, Roberto Citran e Andrea Pennacchi (entrambi candidati tra i non protagonisti) aggiungono sfumature che oscillano tra l’ironia e quella malinconia tipica di chi ha visto troppo.
- L’anima sonora: la doppia candidatura di Krano (musica e canzone originale per Ti) ci ricorda che la colonna sonora qui è struttura, non decorazione. Crea quell’atmosfera sospesa e quel senso di spaesamento che sono il marchio di fabbrica del film.
- L’eccellenza tecnica: vedere in lista la fotografia di Kuveiller, il montaggio di Cottignola e le scenografie di Meuthen e Bonsembiante spiega perché il film sia così riconoscibile. La nebbia veneta non è un effetto speciale, è uno spazio metafisico che riflette lo stato d’animo dei personaggi.
La provincia come metafora universale
In Le città di pianura, il Veneto non è una semplice cartolina locale. Diventa una condizione dell’anima. Le strade secondarie e i paesi immobili sono la metafora di un tempo che scorre e si stratifica. Sossai ci parla di mascolinità adulta, di scelte passate e della difficoltà di ritrovarsi, evitando ogni retorica.
Il viaggio dei protagonisti non ha una vera meta geografica; è una fuga interiore che non cerca una destinazione, ma una presa di coscienza. È un ritratto umano quasi documentaristico, eppure profondamente poetico.
Verso la notte dei David
Indipendentemente da quante statuette porterà a casa il 6 maggio, Sossai ha già vinto la sua sfida più grande: dimostrare che si può mantenere un’identità autoriale fortissima e, allo stesso tempo, ottenere un riconoscimento istituzionale così vasto.
Questo film ci dice che esiste uno spazio per un cinema diverso, radicato nel territorio ma capace di parlare al mondo. È la conferma che le storie migliori non nascono necessariamente nei grandi centri di potere, ma ovunque ci sia uno sguardo capace di trasformare la realtà in un racconto necessario.