In Italia la violenza di genere è un fenomeno radicato e purtroppo costante nel tempo, che continua a occupare un ruolo centrale nel dibattito pubblico. All’interno di questo discorso, soprattutto dopo episodi di cronaca, si è sviluppata una narrazione ricorrente che tende ad associare la violenza contro le donne alla maggiore presenza di uomini migranti, descritti spesso come i principali responsabili di questi reati. Questa associazione, tuttavia, non trova riscontro in evidenze scientifiche solide e si inserisce in un più ampio processo di costruzione sociale dello stereotipo.
Le ricerche internazionali mostrano che la violenza di genere non dipende dall’origine degli individui: secondo i report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2021), la violenza contro le donne è un fenomeno globale e trasversale, legato principalmente a disuguaglianze di potere tra uomini e donne, condizioni socioeconomiche fragili e modelli culturali che normalizzano sistemi come il controllo e la sopraffazione. Non esiste dunque una base scientifica che colleghi direttamente la migrazione maschile a una maggiore propensione alla violenza di genere.
Studi nella sociologia dei media evidenziano come la narrazione sulla migrazione sia spesso inserita in un frame securitario, in cui l’attenzione si concentra su rischio, ordine pubblico e devianza. In questo contesto gli uomini migranti vengono più facilmente rappresentati come soggetti potenzialmente pericolosi, soprattutto nei casi di aggressioni o reati sessuali. La ripetizione di questo schema narrativo rafforza l’associazione automatica tra “straniero” e “violenza”, indipendentemente dai dati reali. Nonostante ciò, la percezione pubblica tende a mantenere vivo il legame tra migrazione e violenza. In molti articoli di cronaca l’origine o la nazionalità del presunto colpevole viene evidenziata già nei titoli o nelle prime righe, anche quando non è un’informazione rilevante per comprendere il fatto. Accanto al ruolo dei media, anche il discorso politico contribuisce a rafforzare questa narrazione. Nei dibattiti sulla sicurezza la violenza di genere viene talvolta inserita in un contesto più ampio sull’immigrazione, creando una sovrapposizione tra due fenomeni che hanno cause e dinamiche distinte. Questo meccanismo semplifica una realtà complessa, trasformando eventi specifici in indicatori di un problema generalizzato.
Le evidenze non confermano l’esistenza di una relazione diretta tra migrazione e aumento della violenza di genere. Le analisi criminologiche e sociologiche mostrano che i fattori maggiormente associati a questo tipo di violenza sono di natura strutturale: condizioni sociali ed economiche sfavorevoli, norme culturali che legittimano diseguaglianze di potere e pratiche che normalizzano il controllo maschile sulle donne. La nazionalità o lo status migratorio non emergono come variabili determinanti nella spiegazione del fenomeno.
È importante considerare anche gli effetti di questa narrazione. L’associazione automatica tra uomini migranti e violenza contribuisce a processi di stigmatizzazione, influenza la percezione pubblica e alimenta forme di discriminazione. Al contempo sposta l’attenzione dalle cause strutturali della violenza di genere, che rischiano così di essere semplificate o oscurate. Questa dinamica rientra in ciò che Stanley Cohen definiva “moral panic”: un processo attraverso cui media e politica amplificano episodi isolati fino a trasformarli in segnali di un problema sociale generalizzato.
Dunque, contrastare la violenza di genere richiede un approccio che metta al centro le cause strutturali, disuguaglianze di genere, povertà, marginalità sociale e norme culturali dannose e non si lasci distrarre da letture semplicistiche che collegano il fenomeno all’origine nazionale dei responsabili. Media, politica e società civile hanno la responsabilità di adottare un linguaggio accurato e contestualizzato, evitare generalizzazioni che stigmatizzano intere comunità e promuovere politiche di prevenzione, protezione e inclusione.
Coordinamento
Solidarietà e Cooperazione CIPSI è un coordinamento nazionale, nato nel 1985, che associa organizzazioni non governative di sviluppo (ONGs) ed associazioni che operano nel settore della solidarietà e della cooperazione internazionale. Solidarietà e Cooperazione CIPSI è nato con la finalità di coordinare e promuovere, in totale indipendenza da qualsiasi schieramento politico e confessionale, Campagne nazionali di sensibilizzazione, iniziative di solidarietà e progetti basati su un approccio di partenariato. opera come strumento di coordinamento politico culturale e progettuale, con l’obiettivo di promuovere una nuova cultura della solidarietà.