Che fine ha fatto la transizione ecologica? Che fine hanno fatto tutti i buoni propositi del Green Deal? A che punto siamo con la regolamentazione dell’uso della chimica di sintesi in agricoltura e con le regole che riguardano la chimica usata per produrre il cibo che importiamo dai paesi extraeuropei?
Attenzione:
Ogni volta che in una conversazione compare il termine “pesticidi” si sta parlando di una serie di categorie di prodotti utilizzati in agricoltura che comprende gli erbicidi, i fitostimolanti, gli ormoni, i fungicidi, gli acaricidi. Tutti questi prodotti vengono ottenuti a partire da principi attivi ricavati da elementi naturali oppure da molecole di sintesi. Per questo in generale quando si parla di prodotti “naturali” si parla di biopesticidi mentre se si usa semplicemente il termine pesticidi ci si riferisce a prodotti di chimica di sintesi.
Queste precisazioni non sono eccessi didascalici, vedremo come questi due fronti si stanno costantemente confrontando, da almeno un ventennio e come la situazione anziché migliorare, in termini di chiarezza e di regole, va facendosi sempre più confusa.
Che ne è stato del Green Deal?
L’entusiasmo che aveva pervaso quanti si occupano di ambiente e di sostenibilità al varo del Green Deal nel 2019 si è ormai raggelato. È bastata l’ondata di proteste contro l’Unione europea da parte dei cosiddetti “trattori” (peraltro prevalentemente acquistati con fondi dell’Unione medesima) per fare rapidamente arretrare tutte le sagge dichiarazioni di intenti e ovviamente tutti i regolamenti che a quel piano erano collegati o avrebbero dovuto collegarsi.
Le urgenze economiche e i terremoti della geopolitica globale hanno aggiunto foglie di fico per non mostrare il vero scandalo, cioè la mancanza di volontà politica nel portare avanti misure a tutela di quella One Health che la pandemia da Covid-19 avrebbe dovuto mettere in cima a qualunque lista di preoccupazioni non solo durante quell’emergenza, ma una volta per sempre.
Esiste ancora la superiorità degli standard europei?
Continuiamo a dire, e per il momento è ancora vero, che gli standard di produzione agricola in Europa sono più alti di quelli dei Paesi terzi, e proprio per questo occorre ragionare di “misure specchio” quando si siglano trattati commerciali con quei Paesi. Ma la voglia di deregolamentazione è forte e viene fuori ogni qual volta si presenta l’occasione di buttare nel mucchio delle nuove regole qualche allentamento, qualche piccola violazione, qualche “semplificazione delle procedure”: che sia un Omnibus Agricoltura in cui infilare una equiparazione tra prodotti di sintesi e prodotti naturali, che sia un decreto siccità in cui infilare la produzione in campo delle Tea, ad oggi considerate Ogm, vale tutto. E dunque: fino a quando potremo continuare a sostenere che i produttori europei vengono danneggiati dalla flessibilità che le regole dimostrano verso i prodotti di importazione, a fronte di regole interne sempre più severe e costose? Fino a quando potremo sostenere l’esistenza di questa severità?
«Von der Leyen applica il paradigma draghiano della competitività all’agroalimentare europeo come se fosse un bullone – lamenta Monica Di Sisto, dell’Osservatorio su clima e commercio Fairwatch -, puntando ad attrarre grandi multinazionali nel mercato europeo, alleggerendo i costi delle nostre regole a protezione di lavoro, salute e biodiversità. Peccato che i nostri prodotti sono preziosi solo se rimangono qualitativamente diversi: se allarghiamo le maglie perdiamo valore aggiunto, mercati e le aziende più preziose chiudono. Dovremmo averlo imparato negli ultimi 10 anni, con l’aumento esponenziale delle importazioni e la compressione dei prezzi del primario. Perseverare sarebbe diabolico».
A proposito: grazie, DG SANTE!
A volte, certo, le istituzioni stesse fanno buona guardia di sé, e l’ultimo caso è quello della carne brasiliana: grazie agli accordi del Mercosur l’Europa avrebbe dovuto veder crescere la quantità di prodotto brasiliano importato, ma la DG Sante (la Direzione generale per la salute e la sicurezza alimentare, dipartimento della Commissione europea) del Parlamento europeo ha sollevato il tema degli antibiotici, vietati, o quantomeno severamente normati, in Europa e utilizzati in Brasile in modo impossibile da tracciare. Ne è conseguito un divieto di importazione di carne brasiliana in Europa, che cozza contro quanto firmato dagli attori del Mercosur, e che ora va risolto ma non si capisce come. Una delle proposte è quella di stilare una lista di produttori brasiliani autorizzati all’export, ma il tema resta sempre lo stesso, ovvero quello della visione di sistema: se non vuoi usare massicciamente gli antibiotici nel tuo allevamento devi allevare gli animali in un modo diverso. Se le dimensioni e le modalità sono quelle industriali, gli antibiotici sono imprescindibili. E chi siamo noi europei per andare a ribaltare un intero sistema di produzione in un paese terzo, peraltro continuando a pretendere di importare determinate quantità a determinati prezzi.
Leggi di più qui sulle misure specchio legate agli accordi del Mercosur
Serve un regolamento sull’uso sostenibile dei fitofarmaci
Ma torniamo ai nostri pesticidi. Come dicevamo, la svolta green, che sembrava tracciata, ha subìto una brusca battuta d’arresto con il clamoroso ritiro della proposta di regolamento Sur (Sustainable Use Regulation), il pilastro normativo che puntava al dimezzamento dell’uso dei pesticidi di sintesi entro il 2030.
Questo Sur ha un antefatto, che inizia nel 2009, con il varo della Direttiva Europea sull’uso sostenibile dei fitofarmaci. Mentre un regolamento è valido immediatamente per tutti i paesi membri, una direttiva richiede che ogni paese crei il proprio piano nazionale. La Direttiva del 2009 puntava a ridurre l’impatto e la quantità della chimica di sintesi utilizzata in agricoltura, alla prevenzione, alla formazione di venditori e utilizzatori (con il rilascio del cosiddetto “patentino”), faceva riferimento alla necessità di tarare i dispersori, alle condizioni per l’uso (vento, distanza di sicurezza dai centri abitati e dai luoghi frequentati dalle popolazioni, considerazione delle derive…). Questa direttiva è stata recepita a livello nazionale, creando le condizioni per la consultazione di associazioni ambientaliste e di tutti gli attori coinvolti, insomma nel 2012 si è iniziato a lavorare al Piano di Azione Nazionale, che è poi stato varato nel 2014. Intendiamoci, era lontano dalla perfezione, molto centrato sulla questione dei patentini e delle macchine irroratrici e molto carente sul piano dei controlli e delle definizioni. Tuttavia c’era ed era un piano quinquennale. Questo significa che nel 2019 è scaduto e avrebbe dovuto essere rinnovato, ed infatti è stata predisposta una bozza che è stata sottoposta a consultazione pubblica. Tuttavia per l’appunto nel 2019 è stato varato il Green Deal, e nel 2020 la strategia Farm to Fork riguardante l’agricoltura, che conteneva anche il Sur. A questo punto scattano le proteste dei trattori e amen, tutto si blocca e noi da 7 anni a questa parte non abbiamo più né il vecchio Piano né il nuovo Regolamento, il Sur, per l’appunto.
Chi non inquina va punito?
Anche questo aveva punti su cui si concentrava la critica delle associazioni, come ad esempio il tema delle fasce di rispetto, che stanno a carico dei produttori biologici anziché di quelli convenzionali. Significa che tra un’azienda biologica e una convenzionale ci deve essere una fascia di rispetto, attualmente individuata dall’azienda biologica in base all’analisi del rischio e condivisa con l’ente di controllo del bio, nella quale si presume possano arrivare le derive delle irrorazioni chimiche fatte dal convenzionale. L’azienda biologica deve considerare separatamente quella fascia di rispetto, non può raccogliere e commercializzare (ovviamente) quei prodotti insieme a quelli della vera e propria azienda biologica. Questo comporta un carico di burocrazia e di lavoro che non ci sarebbe se la fascia di rispetto stesse in capo all’azienda convenzionale. Il convenzionale non è certificato e se raccoglie un prodotto nella fascia di rispetto, trattata con prodotti ammessi nel bio, può tranquillamente aggiungerlo al resto della produzione senza bisogno di distinguerlo. Il biologico non può farlo perché in quella parte di prodotto ci potrebbero essere residui (dell’azienda convenzionale). Ma la logica non doveva essere quella del “chi inquina paga”? Come mai qui a sobbarcarsi lavoro e oneri sono quelli che non inquinano?
Cito questo piccolo esempio per dare un’idea delle incomprensibili logiche che guidano il legislatore, anche quando, sulla carta, sta lavorando a favore dell’agricoltura sostenibile.
Alla ricerca di una visione di sistema
In Italia e nel resto d’Europa, le tensioni tra gli obiettivi del Green Deal e la necessità di garantire la produttività e la redditività delle aziende agricole sono dunque evidenti, ma pare che manchi totalmente la visione di sistema, oltre alla volontà di imprimere una qualche direzione concreta al futuro di un comparto che – a parole – viene definito strategico. Nel contesto nazionale, dove pure si registrano ampie superfici dedicate alle buone pratiche di agricoltura integrata, i dati Ispra sul monitoraggio delle acque continuano a segnalare la persistenza di residui chimici, a fronte di un trend di vendita dei fitofarmaci che fatica a contrarsi in modo omogeneo.
A complicare lo scenario relativo all’impatto ambientale intervengono le recenti e massicce modifiche alla Politica Agricola Comune (PAC), varate – sempre sotto la spinta delle mobilitazioni di categoria – da Bruxelles. Vengono chiamate operazioni di semplificazione burocratica e hanno portato a un progressivo allentamento dei vincoli ambientali strutturali: è la cosiddetta condizionalità verde, che ha introdotto ampie deroghe su requisiti storici come l’obbligo di rotazione delle colture e la quota di terreni da lasciare a riposo per favorire la biodiversità. E tutto, naturalmente, in nome della sicurezza alimentare del continente, messa in pericolo dalle guerre in atto e dalle tensioni internazionali.
Se si facilitano tutti, si mettono in difficoltà solo i migliori
Si potrebbe aprire un ulteriore capitolo su come l’Ue si sta ponendo nei confronti di quei conflitti (quello russo-ucraino e quello che ha investito l’Iran a opera di Israele e Stati Uniti; il genocidio palestinese a opera di Israele non ha ripercussioni in termini di circolazione delle merci – specialmente dato che l’Europa non si sogna di sanzioni a Israele – e dunque pare non suscitare attenzione), ma restiamo ai pesticidi.
Anche quelle che paiono iniziative economicamente sensate si risolvono in un allentamento dell’attenzione dal punto di vista ambientale: per i piccoli agricoltori con terreni inferiori ai dieci ettari, che in Italia rappresentano la stragrande maggioranza del tessuto produttivo è scattata l’esenzione da gran parte dei controlli e dalle sanzioni legate agli impegni ecologici, azzerando il rischio di perdere i sussidi comunitari. Inoltre, è stato introdotto un meccanismo di emergenza climatica che permette agli Stati membri di stornare fino al 3-4% del bilancio della PAC per attivare indennizzi diretti e immediati in caso di parassiti, fitopatie o eventi meteorologici estremi. Il tutto senza mai distinguere né discutere di quale agricoltura stiamo parlando e dunque lasciando nel concreto la difesa dell’ambiente e della salute pubblica alla benevolenza e all’iniziativa (se c’è) del singolo agricoltore. Todos caballeros, e se sei un biologico bene per tutti, se invece sei un agrumicoltore che acquista prodotti vietati al mercato nero, amen, vorrà dire che poi nei campionamenti che si faranno sui fondali marini si ritroveranno sostanze vietate in Europa da 20 anni e faremo tutti finta di stupirci e dolerci.
L’Omnibus Agricoltura a chi serve?
Questa imponente manovra di ripensamento normativo si è articolata su due grandi binari legislativi paralleli. Se il primo ha ridefinito le maglie economiche della Pac, il secondo binario si è concentrato sulla sicurezza di alimenti e mangimi (Food and Feed Safety), andando a modificare direttamente il Regolamento CE 1107/2009, la pietra miliare europea che disciplina l’immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari. Sotto la spinta di queste riforme, l’Unione europea ha introdotto il pacchetto Omnibus Agricoltura, un macro-provvedimento di semplificazione che ha allarmato il mondo scientifico e della tutela ambientale. Con l’Omnibus sono stati ampliati i criteri per concedere le deroghe d’emergenza all’uso di pesticidi contenenti sostanze vietate o altamente pericolose, come gli interferenti endocrini o i tossici per la riproduzione. Se prima tali deroghe erano limitate a casi eccezionali di estrema gravità fitosanitaria, oggi possono essere attivate per più generiche esigenze legate alla stabilità della produzione agricola. Oltre quaranta associazioni ambientaliste e per la salute pubblica, tra cui Slow Food, hanno denunciato il rischio di una silenziosa deregolamentazione, accusando le istituzioni di voler velocizzare i rinnovi delle sostanze chimiche ignorando le più recenti evidenze scientifiche sulla pericolosità delle molecole, sacrificando il principio di precauzione sull’altare della produttività di breve termine.
Se invece di pretendere rigore abbassiamo i nostri standard
Come più volte abbiamo sottolineato nei nostri report a proposito delle Misure specchio, uno dei fiori all’occhiello delle procedure Ue per la registrazione di molecole di sintesi era proprio la meticolosità richiesta, che non solo allungava i tempi previsti per la registrazione di nuovi principi attivi, ma richiedeva anche periodiche verifiche e aggiornamenti. Con queste nuove normative ci avviciniamo (ancora) al Brasile dove la registrazione di nuove molecole di sintesi è rapidissima e semplificata e soprattutto vale una volta per sempre. Il lavoro che tante associazioni stanno facendo sulle misure specchio mirava a innalzare gli standard di produzione dei paesi dai quali l’Europa importa. Così, invece si smantellano le normative europee che assicuravano un livello di qualità alimentare più alto rispetto a quello dei paesi terzi.
Piccolissima carota, enorme bastone
All’interno dello stesso pacchetto Omnibus si registra, tuttavia, una novità tecnica attesa da anni, una sorta di corsia preferenziale veloce per il biocontrollo. Per la prima volta viene introdotta una definizione armonizzata a livello europeo per i pesticidi biologici, i microrganismi e le alternative naturali alla chimica di sintesi. Attraverso l’applicazione del principio del silenzio-assenso per i meccanismi di mutuo riconoscimento tra Stati membri, l’Europa viene considerata come una zona unica per tagliare i tempi burocratici di approvazione dei prodotti a basso rischio. Questa parziale apertura mostra come la transizione stia cercando canali alternativi, ma al di là di questo debole raggio di sole, l’impianto generale dell’Omnibus si pone come strumento con cui l’Unione Europea sta materialmente smantellando l’impalcatura originaria della strategia Farm to Fork. L’apertura a maglie larghe sui rinnovi dei pesticidi di sintesi rappresenta una netta inversione di rotta: la politica comunitaria ha preferito la gestione delle emergenze economiche al rigore e alla coerenza della transizione ecologica, arrivando a intaccare i poteri di reazione della stessa Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare).
In Italia, intanto…
Il quadro normativo italiano sconta i riflessi di questa paralisi europea. La politica nazionale ha congelato ogni avanzamento interno in attesa del nuovo regolamento europeo Sur, e dopo il ritiro di quest’ultimo l’intero processo si è arenato, lascia